Guardando Firenze nei particolari da dietro l'obiettivo di una fotocamera.

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giovedì 28 marzo 2019

Ecco di nuovo la Fontana e il Nettuno dell'Ammanati





Firenze, Piazza della Signoria, Fontana del Nettuno

Finalmente dopo un restauro accurato durato due anni torna visibile nel suo splendore la Fontana del Nettuno di Piazza della Signoria, ripristinando la funzionalità dell’impianto idrico che alimenterà i giochi d’acqua immaginati e voluti da Bartolomeo Ammannati (Settignano, 1511 – 1592) che la ideò per Cosimo I de' Medici (Firenze, 1519 – 1574). Quest'anno, il 2019, si celebrano i 500 anni dalla nascita di Cosimo I che fu committente dell’opera e Caterina de’ Medici. Il costo delle operazioni di restauto si aggira su 1,5 milioni di euro ed ha  come sponsor Salvatore Ferragamo tramite Art Bonus.

Cenni storici (dal sito del Comune di Firenze)

Nel 1559 Cosimo I de’ Medici bandì un concorso per creare la prima fontana pubblica di Firenze, al quale parteciparono i più importanti scultori fiorentini dell’epoca: venne scelto il Nettuno di Bartolomeo Ammannati perché giudicato più significativo nell’esaltare i gloriosi traguardi marinari raggiunti in quei decenni dal ducato di Toscana. L’apparato scultoreo venne eseguito tra il 1560 e il 1565, e fu inaugurato provvisoriamente in occasione delle nozze tra Francesco I de’ Medici (Firenze, 1541 – 1587) e la granduchessa Giovanna d’Austria (Praga 1547 – Firenze, 1578) il 18 dicembre 1565 ma la fontana fu definitivamente terminata e inaugurata il 24 giugno 1574.

La figura di Nettuno, realizzata in marmo bianco di Carrara, riprende i tratti di Cosimo I de’ Medici, si erge su un piedistallo al centro della vasca ottagonale che contiene i quattro cavalli del cocchio. Ai suoi piedi stanno tre tritoni intenti a suonare delle tibie che zampillano acqua. Agli angoli della vasca sono presenti i gruppi di divinità marine (Dori, Teti, Forci e Glauco), ciascuna delle quali ha ai piedi un corteo di ninfe, satiri e fauni in bronzo realizzati dallo stesso Ammannati. La scultura marmorea non riuscì da subito ad ottenere l’apprezzamento dei fiorentini che scherzosamente diedero al Nettuno il soprannome di “Biancone” e irrisero l’artista con la famosa battuta ‘Ammannato, Ammannato, che bel marmo t’hai sprecato’.


La Fontana ha una storia conservativa piuttosto travagliata: i primi danneggiamenti documentati risalgono al 1581, tanto che fin dal 1592 si rese necessario costruire intorno a essa una ringhiera di protezione. Nel 1831 fu rubato un fauno all’angolo con Palazzo Vecchio, sostituito l'anno seguente da una copia eseguita da Vincenzo Pozzi. Le zampe dei cavalli sono state spezzate più volte, nel 1981, 1986 e 1989. Al 2005 risale il danneggiamento vandalico che ha provocato la caduta della mano destra di Nettuno.

Negli anni ’20 del Settecento sia il monumento che i condotti di alimentazione dell’acqua furono restaurati da Giovanni Battista Foggini (Firenze, 1652 – Firenze, 1725)  e in seguito sono stati interessati da importanti interventi dell’architetto Giuseppe del Rosso (1812). Nel 1943 furono rimossi i bronzi affinché fossero protetti da eventuali danni in occasione dei bombardamenti. I sistemi adottati nel tempo per il trattamento idrico dell’acqua sono stati modificati, poiché dopo il 1986, sulle superfici del marmo, cominciò ad apparire una patina giallastra. Un primo impianto fu installato prima dell’alluvione del 1966, reso inservibile in seguito all’evento. Rimesso in funzione e modificato più volte, fu riattivato nel 1993 per il solo filtraggio dell’acqua di ricircolo. In questo intervallo di tempo fu anche immessa nei condotti della fontana l’acqua dell’acquedotto senza filtraggio.

Dopo gli interventi di manutenzione o di restauro degli ultimi decenni, si sono ripresentate le alterazioni cromatiche apparse dopo il 1986, in particolare l’ingiallimento del marmo bianco, ricondotto alla migrazione di sostanze ferrose o altri metalli rilasciate dalle tubazioni con il passaggio di additivi chimici di trattamento delle acque come il cloro e il sale.

Di non secondaria importanza l’intervento di rifacimento dell’impianto idrico della fontana che rappresenta altro elemento fondamentale del progetto di restauro. Si è provveduto alla rimozione di tutte le vecchie tubazioni presenti all’interno della fontana e nel cunicolo che collega il gruppo scultoreo ai locali interrati di Palazzo Vecchio; le nuove tubazioni all’interno dei gruppi scultorei sono esclusivamente in acciaio inox; si è anche provveduto alla bonifica dei locali interrati ed alla demolizione di tutte le vasche antincendio realizzate prima della seconda guerra mondiale e non più utilizzabili. In tali ambienti sotterranei, posti sotto la Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, si è così potuto collocare il nuovo impianto di depurazione, ricircolo e di spinta che alimenterà la fontana. Significativo è il quantitativo di acqua che sarà immessa nella fontana, circa 27 litri al secondo, che finalmente restituirà, dopo decenni di malfunzionamenti, gli effetti scenografici immaginati da  Ammannati per il suo monumento.
La realizzazione impianto di depurazione ed alimentazione
Potenza impianto elettrico per pompe di spinta kW 50,00
Volume vasca fontana mc. 35
Volume vasca di compenso mc. 20
Portata totale impianto 27,00 litri/sec., 1620,00 litri/min., 97.200,00 litri/ora



Coordinate: 43°46'10.40"N, 11°15'21.35"E                      Mappe: Google - Bing 


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mercoledì 7 novembre 2018

Cosa si leggeva nel 1866 della Loggia dei Lanzi





Firenze, Piazza della Signoria

leggiamo di seguito la descrizione di Luigi Passerini della Loggia dei Lanzi in un brano tratto dal suo libro Curiosità storico-artistiche fiorentine del 1866 

LA LOGGIA DELLA SIGNORIA
Quel sistema di vita pubblica ch'era proprio dei nostri padri, come diè motivo alla costruzione delle loggie che presso i loro palazzi inalzarono le più doviziose, tra le famiglie fiorentine, tanto di origine magnatizia che popolare, spinse pure il Comune a edificarne una che servisse per quegli atti che alla presenza di tutti dovevano consumarsi.
Solevano i ricchi celebrare nella domestica loggia gli avvenimenti più solenni delle loro famiglie, quelli che dovevano avere l'intiero popolo per testimone : quali, a mo' d'esempio, le scritte nuziali ; gli atti più importanti di compra e vendita ; le donazioni ; i conviti, infine , e le feste che celebravansi per solennizzare il conseguimento del grado equestre o qual altro si voglia fausto avvenimento domestico.
Del pari non pochi erano gli atti che obbligavano la Signoria a presentarsi ai proprii concittadini sulla ringhiera ch'era posta dappresso alla porta principale del suo palazzo; su quella ringhiera che con improvvido consiglio fu atterrata mentre in Firenze regnavano i Napoleonidi, e che dovrebbesi ricostruire quando si volesse rendere il suo vero carattere a quell'insigne monumento. La necessità di convocare il popolo a parlamento ; il bimestrale succedersi del gonfaloniere di giustizia e dei priori; la pompa voluta per dare il bastone del comando ai capitani che dovevano guidare l' oste nel campo , e per  decorare della dignità cavalleresca i benemeriti della patria; erano circostanze tutte che obbligavano i rappresentanti della repubblica a sedersi al cospetto della intiera popolazione. Ma gli ardori della estiva stagione e il caso non infrequente che si dovessero per incessante pioggia sospendere, ossivvero consumare con grave incomodo quegli atti solenni, fecero por mente alla convenienza di costruire un luogo coperto che servisse ai molteplici bisogni della vita pubblica ed alle ceremonie ch'erano una conseguenza del reggimento a comune.
Fu incominciato a parlarne intorno alla metà del secolo XIV, ed il decreto che stabilì la costruzione della loggia fu vinto nel consiglio maggiore il 21 novembre 1356 : ma ignoro i motivi che ne sospesero l'attuazione per ben venti anni. Vuolsi che Andrea Orcagna ne facesse il disegno e il modello; lo asserisce il Vasari e lo ripetono quanti scrissero dopo di lui : ma certamente non potè l'illustre architetto presedere alla fabbrica, essendo egli di già morto nel 1368, più di otto anni prima che si comprassero, le case dei Baroncelli e le altre che furono demolite per dar luogo alla loggia.
Può ben darsi ch' ei ne avesse, pria di venire a morte, fatto il modello; ma chiunque è pratico in arte converrà meco che male può concepirsi il disegno di un edifizio quando non si conosce il luogo su cui dev'essere costruitole che ben spesso tali e tante sono le variazioni che vi si apportano nell'eseguirlo che poco o nulla rimane del primitivo concetto. Risulta dai documenti che Benci di Cione e Simone di Francesco Talenti furono i capo maestri preposti alla fabbrica allorchè vi fu posta mano nel 1376 : ambedue artisti famosi che molto lavorarono a Or-San-Michele ed al palazzo dei Potestà. Fu il primo valente magistrato, e sempre condotto al campo per dirigere le opere di assedio intraprese per la repubblica ; quanto valesse nella sua arte il Talenti, lo dicono i belli e ricchi ornati che chiudono le lunette delle loggie di Or-San-Michele, non meno che la semplice ed elegante facciata della chiesa ora dedicata a S. Carlo. Ambidue erano ben capaci d' immaginare il progetto della bella loggia che forma soggetto di questo articolo: e mi fa supporre che ad essi se ne debba il disegno il sapersi che anche nel 1379, e più tardi, il Talenti modellava i capitelli dei grandi pilastri egli altri ornati, mentre Iacopo di Paolo e poi Lorenzo di Filippo dirigevano le costruzioni murarie. Antonio di Puccio di Benintendi, del popolo di S. Michele Visdomini, era il capo dei muratori, e da lui furono costruite le volte: e mi piacque notarlo, perchè da quell'uomo appunto deriva una delle case Fiorentine che furono molte ricche di sto ria perdurante la supremazia e il governo dei Medici; la famiglia dei Pucci.
Ideò l' architetto che nell' alto della loggia dovessero figurare li stemmi del Comune ed ancora le virtù teologali e le cardinali, siccome quelle che devono essere la base di qualunque ben ordinato reggimento: e perciò, mentre le armi si allogavano a Nicolò di Piero Lamberti scultore aretino , si ordinava il disegno delle figure ad Agnolo di Taddeo Gaddi. Egli diè compiti i cartoni intorno al 1383, e poco dopo si affidavano le scolture ai più pregiati tra quei maestri che aveano prestata per il Duomo l'opera loro; appunto perchè agli Operai di S. Maria del Fiore erasi commessa la sorveglianza ai lavori che si facevano per questa loggia. A Giovanni d'Ambrogio si diè a fare la figura della Giustizia in bassorilievo nel 1384, e più tardi quella della Prudenza: si allogarono a Giovanni di Fetto la Fortezza e la Temperanza, nell' anno istesso; ma non potendo per la vecchiezza condurre a termine quelle scolture, si dettero nel 1385 a compiere a Iacopo di Piero Guidi, del popolo di S. Apollinare, il quale avea già dato prova eccellente di sè nell' effigiare la Speranza e la Fede. La Carità, ch' erasi immaginato di con durre in alto rilievo, per porsi sotto di un tabernacolo situato nel centro della parte che è volta ad Oriente, fu assegnata a Luca di Giovanni valente artista senese; ma dopo due anni gli fu ritolta, perchè non avea per'anche posto mano al lavoro, e data a farsi a Piero di Giovanni del Brabante. Egli pure assunse l' incarico, ma non potè condurlo a buon fine; e nel 1388 chiese di esserne esonerato stantechè troppo lo aggravavano le commissioni avute per S. Maria del Fiore: e fu allora che anche di questa statua fu affidata la esecuzione a Iacopo di Piero Guidi. Poste tali figure ai luoghi destinati, volle l'archi tetto che fossero maggiormente decorate : e perciò, dopo che frate Leonardo monaco di Vallombrosa le ebbe con tornate di vetri colorati di azzurro, fu ordinato a Lorenzo di Bicci di colorirle al naturale e di lumeggiarle e di arricchirle coli oro. Compievansi i lavori intorno al 1387, nel qual' anno si lastricava la loggia, e si ponevano a pie dei pilastri le statuette dei leoni e leonesse sedenti lavorati dal più volte rammentato Iacopo Guidi.
Non è mio intendimento di esporre i fatti dei quali è stata testimone la loggia , avvegnachè io volli soltanto rammentare le notizie artistiche che vi hanno rapporto, onde non vadano perdute quelle che nei miei studi ho avuto la fortuna di ritrovare ; abbenchè di alcune avesse già il Baldinucci fatto tesoro. Rimase la loggia sgombra di statue fino ai tempi del Principato Mediceo; e soltanto dopo la metà del secolo XVI fu pensato a collocare sotto le grandi arcate quei tre meravigliosi gruppi che basterebbero a formare il decoro di qualsivoglia città. Primo per data è quel di Giuditta che calpesta il cadavere di Oloferne a cui ha troncata la testa. Lo scolpì Donatello d'ordine di Cosimo il vecchio dei Medici, e fu conservato nel palazzo che fu proprio di questa casa fino al 1494 : nel quale anno, cacciati i Medicei, fu di là tolto e collocato presso la porta del palagio della Signoria, al principio della ringhiera. Gli fu data una tale destinazione perchè lo si volle emblema di libertà; quasichè nella donna forte si fosse voluto simboleggiare la repubblica che si sbarazza del suo tiranno: e per questo non solo vi si vollero scritte al di sotto le memorabili parole exemplum salutis publicae cives posuere; ma si pensava ancora di scolpirvi alcuni distici che spiegano in più decisi termini l'intendimento dei riformatori del Comune; distici che in un codicetto sincrono esistente presso di me si attribuiscono a frate Girolamo Savonarola. ' Fu tolta di quel luogo nel 1504 per dar posto al David di Michelangiolo; e fu collocata allora in una nicchia apposita mente scavata nel muro del primo cortile, di faccia alla porta: ove rimase fino a dopo il 1560, cioè finacchè non fu messa dove attualmente si trova. In quel tempo avea Benvenuto Cellini collocato sotto di una delle arcate il suo Perseo : opera insigne che si è voluta, più al dì d'oggi che in antico, destinata a rappresentare la caduta della repubblica per opera di casa Medici; appunto perchè i soliti sognatori di favole genealogiche hanno preteso di asserire sul serio che la casa Medicea derivò da quel semideo, e che le palle del suo stemma altro non sono che i pomi degli orti Esperidi. Non molto dopo, intorno al 1585, Giovanni Bologna, scolpì il ratto delle Sabine, e lo fece per l'arcata che restava vuota : ma dopo quel epoca nulla vi fu innuovato fino alla seconda metà del secolo scorso; perchè data appunto di quel tempo la collocazione delle Vestali qua recate dalla villa Medicea di Roma, e dei due leoni posti all' ingresso, uno di antica scultura romana, e l'altro scolpito da Flamminio Vacca ad imitazione di quello. Ma al porre sotto le loggie cotali avanzi dell'antica arte romana si ebbe in mira principalmente di non occuparne l' area , diminuendone le proporzioni grandiose, e perciò fu savio divisamento, degno di quei valentuomini che furono il Paoletti e il Salvetti, di disporli lungo le pareti.
Quel che non erasi fatto nel secolo scorso lo si volle fatto nel nostro, e con poco criterio, a mio avviso, si posero nel centro, e l' Ercole che uccide il centauro di Giovanni Bologna, e l'Aiace che sostiene Patroclo morente , frammento preziosissimo dell' arte greca ridotto come oggi si vede dallo scultore Stefano Ricci. Peggio ancora si fece nel 1859, quando si concesse al cav. Ignazio Villa di collocare quei suoi barometro e termometro alle pareti; che fin d'allora furono con molto spirito qualificati per due mosche di Milano attaccate all'infermo edifizio.

Da Curiosità storico-artistiche fiorentine Di Luigi Passerini - 1866


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mercoledì 24 ottobre 2018

Piazza Padella e lo stemma della famiglia Pasquali





Firenze, via dei Rondinelli e via degli Agli

Lo stemma della famiglia Pasquali "d'azzurro, al cervo rampante d'argento, avente fra le zampe anteriori una stella a otto punte d'oro", tridimensionale, qui raffigurato, in quanto scolpito in pietra serena, posizionato sullo spigolo del palazzo che si trova tra via dei Rondinelli e via degli AgliI Pasquali, la cui presenza a Firenze è attestata nella prima metà del Trecento, vengono fatti risalire a Tommaso e Francesco figli di Pasquale. I mestieri esercitati tradizionalmente dai membri della famiglia Pasquali furono quelli di barbiere, cerusico e medico.
Il palazzo fa angolo con piazza degli Antinori e prosegue lungo via degli Agli. Nella sua attuale configurazione l'edificio fu definito sotto il granduca Cosimo I  (Firenze, 1519 – 1574) per Giovanni Pasquali, medico della famiglia Medici, inglobando o comunque occupando un'area dove erano già due antiche case proprietà degli Aldobrandini di Lippo, passate ai Venturi nel 1457, quindi ai Petrini nel 1541 e, grazie al matrimonio di Lucrezia Petrini con Giovanni Pasquali, a quest'ultima famiglia. (Repertorio delle architetture civili di Firenze).


L'antica Piazza Padella
Questa piazza, ora del tutto sparita e convertita in tanti chiassoli, quali sono quelli dietro il palazzo Pasquali nella via teatina che porta al giardino Orlandini, si estese un tempo per tutto lo spazio occupato dal convento dei Teatini, nel quale fu in gran parte occupata per volere di Ferdinando I [Firenze, 1549 – 1609]. - Il Vasari [Arezzo, 1511 – 1574] nomina questa piazza parlando, nella via di Lapo, dell'innovazione della chiesa di S. Michele e Gaetano - Il Migliore dice che la Repubblica avea decretato nel 1329 tenervi quivi un postribolo, ma quel decreto non ebbe effetto e fu di poca durata, perchè l'Ammirato scrive che nell'anno 1486 nelle nozze di Lorenzo Tornabuoni con Giovanna di Maso degli Albizzi, ballarono sulla piazza Padella cento delle prime Gentildonne di Firenze. - Al certo quella illustre famiglia, che qui prossime avea le case, non avrebbe prescelto questo luogo se fino allo stato fosse un pubblico postribolo.
Da "Il Fiorentino istruito nelle cose della sua patria - Calendario per l'anno 1847" - Cavagna Sangiuliani di Gualdana, Antonio, conte.


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lunedì 25 giugno 2018

Giardino di Boboli e Fritz Koenig





Firenze, Giardino di Boboli


Suggestiva operazione è quella che permette di osservare alcune opere nella retrospettiva dedicata a Fritz Koenig (1924 - 2017) che ha come sfondo il Giardino di Boboli e Palazzo Pitti, oltre che gli UffiziGli Uffizi e il Giardino di Boboli ospitano la più grande mostra monografica dedicata all'artista.


La Grande Sfera Pittografata - 1974


Koenig, che si deve considerare il più importante scultore tedesco della seconda metà del XX secolo e uno dei massimi artisti del secolo scorso, è stato precocemente riconosciuto soprattutto negli Stati Uniti, con acquisti già alla fine degli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta da parte di Peggy Guggenheim, del MoMA e anche del Minnesota Museum of Art, fino alla commissione epocale della Kugelkaryatide (la Sfera) per la piazza del World Trade Center a New York (1968-1972).


Grande Mona III - 1977/1978

La mostra include disegni, modelli e sculture di piccolo e medio formato, esposti agli Uffizi, tra cui i modelli per i monumenti sugli stermini di  Mauthausen e altri non realizzati, e sculture monumentali in bronzo nel Giardino di Boboli.

La Grande Biga - 2001





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lunedì 4 giugno 2018

Iconografie cosmologiche a Forte Belvedere





Firenze, Forte Belvedere

E' con il suono mistico e vibrante dell'antico strumento orientale, riprodotto da una delle opere esposte, che prende avvio l'imponente mostra antologica GONG dedicata a Eliseo Mattiacci (Cagli, 1940), indiscusso protagonista dell'arte contemporanea.



Considerato uno dei pionieri dell'avanguardia italiana della fine degli anni Sessanta, Mattiacci è artefice della sperimentazione e del rinnovamento in scultura, ispirato inventore di iconografie cosmologiche e di nuove relazioni spaziali e concettuali tra arte e natura, tra uomo e ambiente. Un esercizio pressoché sciamanico, volto a esplorare il sublime del cosmo, orbite di pianeti e di astri, ritmi e geometrie che appartengono all'universo infinito, per tracciare mappe stellari che adesso come milioni di anni fa funzionano in termini anche simbolici, rituali. GONG porta Firenze a confrontarsi ancora una volta con la sua immagine di città contemporanea, che assieme agli artisti riflette sulla storia civile e sul patrimonio artistico, sui grandi lasciti culturali del passato e sulla società attuale, sulla scienza e la spiritualità, soprattutto su poiesìs e techne.
Con uno tra i grandi maestri del nostro tempo, creatore di forme scultoree e tracciati grafici che hanno la forza di coniugare la dimensione del materialismo con quella del sogno metafisico, il mondo ctonio e quello degli infiniti spazi.



Una traiettoria quella di Mattiacci di coerenza e di libertà esemplari, di generosa resistenza e lirica potenza, una presenza indispensabile alla storia dell'arte a partire dalle prime creazioni con le quali ha sposato da artista e poeta il lavoro della terra e della tecnologia con la riattivazione dei miti e la contemplazione degli astri. Per giungere alle sue opere e installazioni più recenti con le quali l'artista marchigiano ha voluto consegnare al mondo la sua idea di cosmo, proseguendo un viaggio di scoperta e di meraviglia all'interno della natura e dell'universo che accomuna Lucrezio e Galileo Galilei, Giacomo Leopardi e lo stesso Mattiacci, poeti e artisti di ieri e di oggi. In stretta sinergia con la mostra al Forte di Belvedere, il Museo Novecento ospita alcune opere di Mattiacci visibili nelle sale del secondo piano del museo, a sancire una correlazione scientifica e progettuale tra gli spazi della Fortezza di San Giorgio e quelli all'interno delle Ex Leopoldine, in piazza Santa Maria Novella. (Dal depliant informativo)



Coordinate:  43°45'47.54"N,  11°15'13.26"E                     Mappe: Google - Bing




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lunedì 26 marzo 2018

Riaffiora Firenze medievale





Firenze,Piazza della Repubblica

Non so per quale ragione si stiano effettuando dei lavori in Piazza della Repubblica ma quello che è evidente è l'affiorare dei muri, i pavimenti e il ciò che era al livello del suolo al tempo perduto della Firenze medievale distrutta per il cosiddetto 'risanamento' del centro storico e del Ghetto allorquando Firenze divenne capitale del Regno d'Italia per quel breve periodo durato sei anni che va dal 3 febbraio 1865 al 30 giugno 1871.



Ancora più sotto la pavimentazione novecentesca,  sotto alcuni metri di terra e materiale di riporto giace la Florentia romana che proprio qui aveva il suo centro, il Foro, l'incrocio tra le due strade principali ortogonali, il Decumano Massimo e il Cardo Massimo. Al centro dell'incrocio era una colonna situata all'incirca dove è situata ancora oggi quella  che ha al vertice la statua dell'Abbondanza.



Sullo sfondo della vecchia foto ottocentesca, riportata sotto, di Piazza del Mercato Vecchio si nota la Loggia del Pesce che, smontata all'epoca del 'risanamento', a metà degli anni 50 del secolo scorso fu riportata agli antichi splendori in Piazza dei Ciompi. Al posto della Loggia si trova oggi l'Arcone sul lato ovest di Piazza della Repubblica.





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lunedì 12 marzo 2018

Dove erano i ferrivecchi





Firenze, Via degli Strozzi

Il palazzo non è così antico come ci potremmo aspettare dall'abitudine di trovare in altri tracce delle varie costruzione tra il Trecento, Cinque/Sei/Settecento. In realtà questo palazzo è abbastanza recente avendo la sua origine a seguito della riconversione del centro della città al tempo di Firenze Capitale del Regno d'Italia. Siamo agli inizi degli anni Novanta dell'Ottocento quando il palazzo venne costruito con stile cinquecentesco diventando ciò che oggi ovvero l'albergo Helvetia & Bristol che ha visto nel tempo ospiti personaggi famosi come John Singer Sargent, Gabriele D'Annunzio, Eleonora Duse, Luigi Pirandello, Eugenio Montale, Enrico Fermi, Igor Stravinskij, Giorgio De Chirico e Bertrand Russell.
In questo luogo vi erano le case dei Vecchietti che si affacciavano in Piazza degli Strozzi o in Via dei Ferrivecchi che all'epoca antecedente la distruzione si apriva in Piazza delle Cipolle. Il nome della piazza viene probabilmente dall'abitudine in tempi lontani di ospitare il  mercato di tutta una serie di generi alimentari oltre che alle cipolle stesse che ne hanno dato il nome. Ma non solo verdure e frutta ma anche tutta una serie di mercanzia come panni, ferrivecchi, come si legge in una iscrizione del 1762  di una lapide murata sulla facciata del palazzo Strozzi. Via dei Ferrivecchi inoltre era il nome della via che prendeva nome proprio dalle numerose botteghe che facevano questo genere di commercio, ora diventata Via degli Strozzi che si presenta ai passanti con tutt'altro genere di negozi di alta moda e appariscenza.



Coordinate:  43°46'17.79"N,  11°15'8.36"E                     Mappe: Google - Bing




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lunedì 29 gennaio 2018

La scalinata barocca del Giardino Bardini




Firenze, Via De' Bardi 1

Al Giardino Bardini si può accedere da Via de' Bardi o da Costa San Giorgio. Noi abbiamo scelto la prima preferendo salire dolcemente per viottoli e orti, tra ombre e luce in una mattina invernale. Con le spalle agli stupendi scorci del panorama che ci offre Firenze sempre più lontana e sempre più in basso allargando l'orizzonte che si apre ai nostri occhi che non finiscono mai di incantarsi, mai sazi delle mille cose conosciute e di mille e mille da scoprire ancora.
Dal sito della Villa prendiamo alcune note.
La storia del Giardino Bardini è la storia di una parte di Firenze: quattro ettari di bosco, giardino e orto frutteto a contatto con le mura medievali della città, tra Costa San Giorgio e Borgo San Niccolò.
La prima fase storica dell’area verde Bardini risale all’età medievale e vede protagonista la ricchissima famiglia Mozzi la quale, già nel Duecento, era proprietaria di numerose case e terreni tra cui la cosiddetta “collina di Montecuccoli”, dove si estende attualmente il Giardino.
Agli inizi del Trecento, con il tracollo economico della famiglia, i possedimenti vennero acquistati dal Comune di Firenze, per poi ritornare nelle mani dei Mozzi nel 1591. A quel tempo il complesso era costituito dal palazzo principale dotato di una loggia e da un giardino murato retrostante l’edificio (hortus conclusus) e confinante con un’area scoscesa strutturata in terrazzamenti di tipo agricolo. Tale struttura persiste nel Quattrocento e nel Cinquecento, come documentano le vedute prospettiche del tempo.
Nel Seicento l’area oggi occupata dal giardino Bardini è suddivisa in due proprietà: ai Mozzi la parte Est e a Giovan Francesco Manadori la parte ovest, dove viene fatta costruire per opera dell’architetto Gherardo Silvani la Villa Manadora, edificio che già all’epoca veniva ammirato per la straordinaria vista sulla città.
Nel Settecento tale proprietà viene venduta dagli eredi del Manadori alla famiglia Cambiagi per poi passare all’inizio dell’ ottocento a Luigi Le Blanc e a suo figlio Giacomo. I due possedimenti vengono gradualmente abbelliti, sfruttando la posizione panoramica del luogo. Giulio Mozzi, grande appassionato di giardini, contribuisce alla nuova decorazione della scalinata che viene arricchita dai fondali a mosaico con fontane e dalle statue in arenaria di personaggi in costumi campestri, ancora oggi presenti.




All’inizio dell’Ottocento la proprietà e la struttura del giardino sono ancora frazionate. I Mozzi possiedono la parte centrale dell’area, ovvero la grande scalinata con il prato antistante e la parte agricola. Luigi Le Blanc  possiede la parte a bosco, da lui trasformata in un moderno giardino anglo-cinese, e la Villa, detta all’epoca “del Belvedere,” arricchita dal nuovo giardino con un lago, una cascata e una fontana. Risale a questo periodo anche la Kaffehaus, con sala circolare e grotta sottostante (ancora esistente), gemellata con un’analoga struttura nella parte di proprietà dei Mozzi.
 Nel 1839 le due proprietà vengono unite con l’acquisto da parte della famiglia Mozzi della proprietà Le Blanc. Tuttavia, nel corso del secolo, la proprietà incorse in un inesorabile declino, a causa delle difficoltà economiche della famiglia. Nel 1880 il complesso, ormai in stato di abbandono, viene espropriato all’ultimo erede della famiglia Mozzi e acquistato dai principi Carolath von Beuthen, che ne saranno proprietari fino al 1913,  dotando il giardino di elementi di gusto vittoriano.
Agli inizi del Novecento avviene quindi il passaggio della proprietà dalla famiglia von Beuthen a Stefano Bardini che, subito dopo l’acquisto, rinnova l’intero complesso per adeguarlo alle proprie esigenze di rappresentanza e lo utilizza come uno spettacolare “showroom” all’aperto,  conferendogli uno stile ancora più eclettico di quanto già non avesse.
Il giardino, arricchito da elementi decorativi di varia provenienza assemblati col gusto tipico del collezionista che nulla esclude, diventa così un labirinto di tranelli per il conoscitore d’arte che stenta a riconoscere i materiali veri da quelli falsificati, i rimontaggi con inserimenti moderni dalle opere autentiche.
La costruzione di un viale per raggiungere la villa e la conseguente demolizione dei giardini murati, l’accorpamento degli edifici sulla costa S.Giorgio e la costruzione di una loggia sul Belvedere, inserita tra i due padiglioni dell’antica Kaffehaus, sono alcune tra le modifiche più evidenti volute dall’antiquario Bardini, in quella che fu la stagione più intensa del giardino.
Nel 1965, con la morte del figlio di Stefano Bardini, Ugo, ha inizio un lungo e complicato iter burocratico sull’eredità, conclusosi solo nel 2000 con l’interessamento dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, attraverso la Fondazione Parchi Monumentali Bardini Peyron, che gestisce attualmente la proprietà.
Oggi  il Giardino Bardini, dopo quasi cinque anni di minuzioso restauro, riapre finalmente i suoi cancelli, riportando alla luce un importante percorso storico che ritrae l’interessante complesso nelle fasi e nelle trasformazioni subite nel tempo.



Da non perdere il Museo Bardini situato in basso in  Piazza de' Mozzi di cui abbiamo già raccontato qualcosa.



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martedì 2 gennaio 2018

Gli Uffizi di notte





Firenze, gli Uffizi

E' piuttosto strano non vedere una lunga fila di visitatori in attesa di entrare in uno dei musei più famoso al mondo e la sera, la notte sono le uniche occasioni per poter gustare le architetture, gli scorci, le fughe prospettiche senza il fiume dei pazienti turisti provenienti da tutto il mondo. 

"Fra i maggiori musei del mondo, la Gallerìa degli Uffizi è una delle più antiche sorte in Europa secondo una concezione moderna di museo, cioè di uno spazio espositivo ordinato sistematicamente e destinato anche al pubblico. Già due secoli prima della sua apertura ufficiale nel 1765 la Galleria risulta visitatele su richiesta: nel 1591 la guida dì Firenze di Francesco Bocchi la dice infatti "fra le più sovrane bellezze... al Mondo", " piena di statue antiche, di pitture nobilissime e di preziosissimi arnesi". Essa si forma, è bene ricordarlo, nella città che da tempo e per prima ha ripristinato un termine in disuso da secoli: museo, per gli antichi greci luogo consacralo alle Muse, nella Firenze laurenziana indica la collezione di sculture antiche del Magnifico (1449-1492) nei giardino di San Marco. Artisti come Leonardo (Vinci, 1452 - 1519) e Michelangelo (Caprese Michelangelo, 1475 – 1564) vi si radunano "per bellezza, per studio e per piacere". Ce lo racconta Giorgio Vasari (Arezzo, 1511 – 1574), architetto degli Uffizi ma anche autore di quelle vite di artisti, pubblicate nel 1550 e nel 1568, di cui spesso si farà menzione in questa guida.
Le origini degli Uffizi risalgono al 1560, quando su richiesta di Cosimo I de' Medici (Firenze, 1519-1574) Vasari progetta un grande palazzo a due ali, "sul fiume e quasi in aria", che ospiti le Magistrature, ovvero gli uffici amministrativi e giudiziali (Uffizi) del ducato di Toscana. Cinque anni dopo lo stesso Vasari realizza in pochi mesi la galleria aerea che collegando gli Uffizi alla nuova residenza medicea di Palazzo Pitti passa tuttora sopra Ponte Vecchio e la chiesa di Santa Felicita per sboccare nel Giardino dì Boboli. Si crea così col Corridoio vasariano una relazione urbanistica unica al mondo: i punti nevralgici della città, il fiume, il ponte più antico, i centri del potere, uniti in uno spettacolare percorso sopraelevalo, allora ad uso esclusivo della corte.
Ma è al figlio di Cosimo, Francesco I (Firenze, 1541-1587), che si deve il primo vero nucleo della Galleria. L'introverso granduca ha già allestito uno Studiolo con dipinti e oggetti preziosi nella residenza di Palazzo Vecchio, poi collegato anch'esso agli Uffizi da un passaggio sopraelevato. Verso il 1581 trasforma in Galleria, luogo dove "passeggiare, con pitture, statue e altre cose di pregio", l'ultimo piano degli Uffizi, e nel 1586 fa realizzare all'eclettico Bernardo Buontalenti [Firenze, 1531 – 1608] il Teatro mediceo, luogo di memorabili spettacoli corrispondente in altezza al primo e secondo piano attuali del museo, dove ora sono le raccolte di grafica e altre sale espositive. I.a Galleria viene chiusa da ampie vetrate, ornala di sculture antiche e di affreschi nei soffitti. Ma l'idea più geniale è la Tribuna: uno spazio, anche simbolico, insolito e avvolgerle, con la cupola ottagonale incrostata di conchiglie, ricco di opere d'arte e arredi illuminati dall'alto. Vicino alla Tribuna è un terrazzo che nel 1589 verrà chiuso dal granduca Ferdinando [Firenze, 1549 – 1609], fratello di Francesco, per divenire la Loggia delle Carte geografiche (Sala 16). Al termine dell'altra ala della Galleria, oltre la Fonderia e diversi laboratori, viene allestito un giardino pensile sopra la Loggia dell'Orcagna.
Oggi gli Uffizi vantano un patrimonio artistico incomparabile: migliaia di quadri dall'epoca medievale a quella moderna, sculture antiche, miniature, arazzi; una galleria unica al mondo di autoritratti, in costante accrescimento anche con acquisizioni e donazioni di artisti contemporanei al pari di un'altra sua eccezionale raccolta, nella città che per tradizione vanta il "primato del disegno", quella del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe.
Se a buon diritto la Galleria degli Uffizi può dirsi "il museo per eccellenza", non è tuttavia solamente per gli splendidi ambienti e per i suoi capolavori. Sono le origini delle sue raccolte, la sua storia che ha più di quattro secoli, a essere uniche perché intrecciate con le vicende della civiltà fiorentina."

Da Gli Uffizi. La guida ufficialeGloria Fossi - ‎2010



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lunedì 11 dicembre 2017

Il Ghetto fiorentino prima della seconda metà del 1800





Firenze,

Siamo intorno alla metà del 1800, quando ancora Firenze ancora non era diventata Capitale del nuovo Regno d'Italia, prima della riqualificazione del centro che fosse 'degno' alla nuova temporanea Capitale con la distruzione del fatiscente Ghetto.

IL GHETTO NEGLI ULTIMI TEMPI estratto da "Il ghetto di Firenze e i suoi ricordi illustrazione storica di Guido Carocci  A. Forni", anno di pubblicazione 1886

Eccoci al periodo moderno, il periodo che, speriamo, sia l'ultimo per questa località divenuta un centro d'infezione, di miseria e di vizi.
L'abbandono del Ghetto per parte della maggior parte delle famiglie Israelite segna la completa decadenza di questo quartiere, segna il ritorno alle tristi e vergognose condizioni in cui il Frascato ed i luoghi adiacenti erano nel XV secolo.



Pensando allo stato in cui trovavasi ultimamente il Ghetto, par di ricordare le memorie che si hanno di quattro secoli addietro: ricordando le qualità e gl' istinti di coloro che ultimamente avevano per dimora il vecchio Ghetto, par quasi che la denunzia fatta agli ufficiali della decima da Jacopo d' Alamanno dei Medici sia fatta ai nostri tempi.
Poche famiglie israelitiche erano restate ad abitare alcuni dei quartieri più comodi e più eleganti, quelli che occupavano appunto gli antichi palagi della nobiltà fiorentina e che per la loro giacitura e per le condizioni d'aria e di luce potevano dirsi abbastanza belli e comodi.
Non c' era però da compiacersi del vicinato. Le parti interne e quelle più modeste del Ghetto erano addirittura un nido di povera gente che vi si agglomerava, vi si ammassava, utilizzando ogni più piccolo e più meschino locale.
I saloni antichi erano divisi e suddivisi per il lungo, per il largo, per l'alto; le soffitte, i sottoscala, gli anditi e perfino i sotterranei servivano di abitazioni e d'asilo a questa specie di colonia singolarissima che popolava l'antico quartiere di Firenze.
Era un miscuglio strano, impossibile, di gente povera e onesta, d'operai e di venturieri disgraziati, di oziosi, di ladri, di donne perdute: un penoso accozzo, di miseria desolante, di depravazione disgustosa, di vizio incallito, di sconforto e di abiezione.
Molte famiglie oneste e virtuose in mezzo alla loro miseria erano state costrette a rifugiarsi là dentro, e contentarsi di abitare poche, meschine, umide, buje e soffocanti stanzucce, non trovando altrove quartierini a prezzi modesti e non avendo modo di metter insieme la somma necessaria a pagare in una sola volta la pigione di un semestre.
Accanto a loro, c' erano dei covi di ladri, c'erano degli alberghi dove conveniva gente d'ogni genere.
Pagavano venti e fin dieci centesimi ed avevano diritto di dividere, magari con altre cinque o sei persone, un letto o per meglio dire un lurido giaciglio, un grosso saccone con lenzuoli, guanciali e coperte che un giorno erano state bianche; ma che col lungo uso e le qualità dei contatti avevano preso un colore... inqualificabile. Coteste raccolte di gente, cotesti convegni erano qualche cosa di curioso, di originale nel loro orribile.
La polizia esercitava in certi luoghi una sorveglianza speciale, perchè sapeva di certa scienza che là capitavano pregiudicati e malanni d'ogni specie; e su per giù i sonni più o meno tranquilli di tutti cotesti ospiti erano quasi seralmente turbati dall'intervento delle guardie che venivano ad assicurarsi della presenza di qualche vecchio conoscente, o a fargli cambiare contro voglia d'albergo.
L'andirivieni infinito, il laberinto vero e proprio di anditi, di corridoi chiusi ed oscuri, di vicoli interni, di cortili, di terrazze, di cavalcavie, che mettevano in comunicazione quasi tutte le parti dell' ampio quadrato, favorivano la fuga di coloro che la polizia ricercava e che conoscendo a perfezione i più misteriosi recessi di quel fabbricato, potevano spesso nascondersi ed eludere facilmente le ricerche più attive e più minuziose : quindi i borsaioli, i ladri, i sottoposti alla speciale sorveglianza, avevano un affetto, un amore tutto speciale per questa località che si prestava mirabilmente a proteggerli.
Ecco le pagine nere, le più nere anzi di questo quartiere che ridotto in questo stato era addirittura la vergogna di Firenze.
Però nel descrivere le brutture, gli orrori, le vergogne di questo quartiere s' è esagerato ed esagerato fino a farne teatro di avvenimenti impossibili, asilo di gente che non è mai esistita, luogo di misteri spaventosi e di delitti orridi.
E stato un delirio, un eccesso di esagerazioni colossali, di fantasie inverosimili, eppure s'è durato un bel pezzo ad alimentare la pubblica curiosità, a suscitare i più alti sensi di meraviglia e di orrore coi racconti di avvenimenti spaventevoli che si sarebbero svolti in tutte le loro fasi più truci in questo luogo sinistro, in questo tetro recesso... consacrato al delitto.
Se ne son dette e scritte di tutti i colori ; s'è pescato nelle cronache giudiziarie la parte più terribile relativa a tutti i paesi di questo mondo si son rifritte le vecchie storie di misteri e di paure, si son saccheggiati e raffazzonati romanzi dalle tinte più fosche e più sanguigne per accomodarli ed applicarli a questo quartiere, calunniandolo nel modo più atroce e facendo fare al tempo stesso una figura tutt' altro che lusinghiera anche alla nostra Firenze che avrebbe avuto per tanti anni un centro cosiffatto d'orrori selvaggi ed elementi così ferocemente tristi e delittuosi.
Esagerazioni, esagerazioni in tutto il senso della parola, che però, forse senza volerlo, han giovato ad affrettare lo sgombero di questo quartiere e a patrocinar la causa della sua demolizione.
Però... diciamolo francamente: grandi delitti non ne sono avvenuti, drammi spaventevolmente truci non si sono mai svolti qui dentro, per la gran ragione che mancavano gli elementi più importanti: i grandi delinquenti e più che altro i covi dei grandi delinquenti.
L' ho detto prima (e l' ho detto perchè conoscevo intimamente e profondamente questa località anche prima che si pensasse minimamente a demolizioni e a trasformazioni) che razza di gente abitasse colà ed è inutile tornarlo a ripetere.
Drammi se ne saranno svolti e molti qui dentro ma di tutt' altro genere, di tutt' altra natura, per quanto essi potessero essere più desolanti, più tristi, più commoventi.
Erano i drammi della miseria, della miseria più raccapricciante.
Là sopra uno strato fetido di cenci, di piume, di foglie secche, di fogliacci, in certi antri dove non si poteva stare in piedi perchè il soffitto era troppo basso, senz' aria, senza luce, si nasceva e si moriva.
Nascevano le povere creature umane come nascono le bestie nel covile. Morivano di fame e distenti senza il conforto dei baci delle persone care, senza l'estremo saluto del sole che non scendeva mai a dissipare le tenebre di questi antri.



E là si viveva tra gli stenti e le privazioni, là, nel mistero di quelle catapecchie, si soffocavano pianti e sospiri.
All' intorno, a pochi passi, nelle vie gaie, allegre, splendide di luce, sfolgoranti di bellezza, le 
ricche carrozze andavano e venivano, la folla elegante passeggiava serena e tranquilla soffermandosi ad ammirare la splendida mostra dei negozj e pochi gettavano forse uno sguardo indifferente, noncurante verso quel quartiere cupo e tenebroso....
E là dentro si soffriva la mancanza di tutto, 
si penava, si moriva fra gli stenti e fra i dolori... 
Ecco i veri argomenti dei lugubri drammi del Ghetto, argomenti che non hanno davvero nulla d' originale^ nulla di caratteristico, di particolare, perchè essi si sono svolti qui, come si svolgono e si svolgeranno sempre dappertutto, dove per effetto di sciagure o come conseguenza del vizio v' è chi vi si trova costretto a sopportare i guai della miseria.......

Le immagini non sono parte del volume originale:
Piazza della Fonte nel Ghetto scomparso
Pianta del Ghetto
Alcuni abitanti fiorentini del Ghetto

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