Guardando Firenze nei particolari da dietro l'obiettivo di una fotocamera.

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mercoledì 24 ottobre 2018

Piazza Padella e lo stemma della famiglia Pasquali





Firenze, via dei Rondinelli e via degli Agli

Lo stemma della famiglia Pasquali "d'azzurro, al cervo rampante d'argento, avente fra le zampe anteriori una stella a otto punte d'oro", tridimensionale, qui raffigurato, in quanto scolpito in pietra serena, posizionato sullo spigolo del palazzo che si trova tra via dei Rondinelli e via degli AgliI Pasquali, la cui presenza a Firenze è attestata nella prima metà del Trecento, vengono fatti risalire a Tommaso e Francesco figli di Pasquale. I mestieri esercitati tradizionalmente dai membri della famiglia Pasquali furono quelli di barbiere, cerusico e medico.
Il palazzo fa angolo con piazza degli Antinori e prosegue lungo via degli Agli. Nella sua attuale configurazione l'edificio fu definito sotto il granduca Cosimo I  (Firenze, 1519 – 1574) per Giovanni Pasquali, medico della famiglia Medici, inglobando o comunque occupando un'area dove erano già due antiche case proprietà degli Aldobrandini di Lippo, passate ai Venturi nel 1457, quindi ai Petrini nel 1541 e, grazie al matrimonio di Lucrezia Petrini con Giovanni Pasquali, a quest'ultima famiglia. (Repertorio delle architetture civili di Firenze).


L'antica Piazza Padella
Questa piazza, ora del tutto sparita e convertita in tanti chiassoli, quali sono quelli dietro il palazzo Pasquali nella via teatina che porta al giardino Orlandini, si estese un tempo per tutto lo spazio occupato dal convento dei Teatini, nel quale fu in gran parte occupata per volere di Ferdinando I [Firenze, 1549 – 1609]. - Il Vasari [Arezzo, 1511 – 1574] nomina questa piazza parlando, nella via di Lapo, dell'innovazione della chiesa di S. Michele e Gaetano - Il Migliore dice che la Repubblica avea decretato nel 1329 tenervi quivi un postribolo, ma quel decreto non ebbe effetto e fu di poca durata, perchè l'Ammirato scrive che nell'anno 1486 nelle nozze di Lorenzo Tornabuoni con Giovanna di Maso degli Albizzi, ballarono sulla piazza Padella cento delle prime Gentildonne di Firenze. - Al certo quella illustre famiglia, che qui prossime avea le case, non avrebbe prescelto questo luogo se fino allo stato fosse un pubblico postribolo.
Da "Il Fiorentino istruito nelle cose della sua patria - Calendario per l'anno 1847" - Cavagna Sangiuliani di Gualdana, Antonio, conte.


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giovedì 20 febbraio 2014

Sotto gli archi, quasi 200 anni fa

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Firenze, Uffizi

Al centro del piazzale degli Uffizi guardando verso quell'arco centrale, in una preziosa cornice, i palazzi d'Oltrarno. Cosa hanno visto gli Uffizi due secoli or sono? proviamo a immaginare leggendo...

XI Le nozze dell'arciduca Leopoldo
Ferdinando III non nascondeva la sua contentezza per le nozze testé celebrate, che ponevano la figlia sua nella più antica famiglia regnante d'Europa, e che forse un giorno sarebbe stata chiamata a grandi destini, come poi avvenne. Ma egli non avrebbe mai supposto che alla figliuola diletta sarebbe toccata la gloria d'esser la madre del primo re d'Italia.

[nota: Maria Teresa (Vienna, 21 marzo 1801-Torino, 12 gennaio 1855), sposò nel 1817 Carlo Alberto di Savoia, futuro re di Sardegna]

Questa contentezza gli fece anche riflettere che era ormai tempo di pensare alla successione del trono di Toscana. Perciò, volendo raggiungere questo fine, stabilì di dar moglie al figliuolo arciduca Leopoldo, che aveva compiuto venti anni. 
....
Nell'intento dunque di effettuare il desiderato matrimonio, dopo intavolate le preliminari trattative diplomatiche, il Granduca inviò a Dresda nell'agosto 1817 il conte Alle undici, terminata la cena, i sovrani si ritirarono nei loro quartieri “contenti d'aver passata una sì lieta giornata, che farà epoca alla felice Toscana.” Lo dicevano loro, sarà stato vero!
Il giorno seguente, la sposa e la Corte si riposarono: e dovevano averne avuto bisogno. La sera però, andarono al teatro della Pergola, vagamente illuminato, dove agli sposi fu fatto un “triplice viva dal numeroso popolo ivi congregato, per ammirare i pregi della reale sovrana sposa.”
Dopo il ballo, fu servita la tavola nella retrostanza del palco di corte, e vi furono invitati i personaggi della sera precedente.
La mattina del 18 novembre furon fatte le presentazioni dei ciambellani, degli ufficiali delle guardie del corpo e degli anziani; quindi la sera alle 6, tutta la reale famiglia in tre carrozze a pariglia, accompagnata dalle cariche di corte, le dame, i ciambellani di servizio, si recarono alla festa data “dalla Comune di Firenze” sotto gli uffizi “per il basso popolo;” ed all'altra per “la nobiltà e cittadinanza” nelle stanze del Buon umore, annesse all'Accademia delle Belle Arti.
La festa popolare sotto gli Uffizi ebbe principio con l'inalzamento d'un globo aereostatico, e fuochi d'artifizio, che furono “secondati da altri graziosi scherzi di simile genere eseguiti sulla Piazza della Signoria.” Tutto il porticato del Vasari era illuminato “con fiaccole all'inglese” e l'architettura del cornicione “faceva vaga pompa con ricercata illuminazione a piccole padelle.”
In quattro sale interne degli Uffizi, riccamente parate, venivano ammesse a ballare le persone decentemente vestite ed in maschera. Nel mezzo del piazzale erano state collocate due orchestre, che alternativamente facevan ballare il pubblico fatto contento “rallegrandosi col ballo e con i lieti Viva che facevano eco alla riconoscenza” verso il munificente sovrano che in quella lieta circostanza aveva ordinate grandi distribuzioni di pane, “collazioni di doti, assegnazioni di letti, carne agli infermi, e una larga restituzione di pegni.” Una carità veramente benintesa, meglio che destinar somme, sia pure ragguardevoli e che spesso non raggiungono lo scopo: poiché, per il solito, i sussidii in danaro vanno sempre a quella specie d'abbonati alla beneficenza pubblica, e non son mai dati con giusto criterio alle persone veramente bisognose, vittime di una occulta e più tremenda miseria, che contrasta con la vergogna della povertà e col pudore di farla palese.... (da Firenze Vecchia di Giuseppe Conti)


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martedì 2 gennaio 2018

Gli Uffizi di notte





Firenze, gli Uffizi

E' piuttosto strano non vedere una lunga fila di visitatori in attesa di entrare in uno dei musei più famoso al mondo e la sera, la notte sono le uniche occasioni per poter gustare le architetture, gli scorci, le fughe prospettiche senza il fiume dei pazienti turisti provenienti da tutto il mondo. 

"Fra i maggiori musei del mondo, la Gallerìa degli Uffizi è una delle più antiche sorte in Europa secondo una concezione moderna di museo, cioè di uno spazio espositivo ordinato sistematicamente e destinato anche al pubblico. Già due secoli prima della sua apertura ufficiale nel 1765 la Galleria risulta visitatele su richiesta: nel 1591 la guida dì Firenze di Francesco Bocchi la dice infatti "fra le più sovrane bellezze... al Mondo", " piena di statue antiche, di pitture nobilissime e di preziosissimi arnesi". Essa si forma, è bene ricordarlo, nella città che da tempo e per prima ha ripristinato un termine in disuso da secoli: museo, per gli antichi greci luogo consacralo alle Muse, nella Firenze laurenziana indica la collezione di sculture antiche del Magnifico (1449-1492) nei giardino di San Marco. Artisti come Leonardo (Vinci, 1452 - 1519) e Michelangelo (Caprese Michelangelo, 1475 – 1564) vi si radunano "per bellezza, per studio e per piacere". Ce lo racconta Giorgio Vasari (Arezzo, 1511 – 1574), architetto degli Uffizi ma anche autore di quelle vite di artisti, pubblicate nel 1550 e nel 1568, di cui spesso si farà menzione in questa guida.
Le origini degli Uffizi risalgono al 1560, quando su richiesta di Cosimo I de' Medici (Firenze, 1519-1574) Vasari progetta un grande palazzo a due ali, "sul fiume e quasi in aria", che ospiti le Magistrature, ovvero gli uffici amministrativi e giudiziali (Uffizi) del ducato di Toscana. Cinque anni dopo lo stesso Vasari realizza in pochi mesi la galleria aerea che collegando gli Uffizi alla nuova residenza medicea di Palazzo Pitti passa tuttora sopra Ponte Vecchio e la chiesa di Santa Felicita per sboccare nel Giardino dì Boboli. Si crea così col Corridoio vasariano una relazione urbanistica unica al mondo: i punti nevralgici della città, il fiume, il ponte più antico, i centri del potere, uniti in uno spettacolare percorso sopraelevalo, allora ad uso esclusivo della corte.
Ma è al figlio di Cosimo, Francesco I (Firenze, 1541-1587), che si deve il primo vero nucleo della Galleria. L'introverso granduca ha già allestito uno Studiolo con dipinti e oggetti preziosi nella residenza di Palazzo Vecchio, poi collegato anch'esso agli Uffizi da un passaggio sopraelevato. Verso il 1581 trasforma in Galleria, luogo dove "passeggiare, con pitture, statue e altre cose di pregio", l'ultimo piano degli Uffizi, e nel 1586 fa realizzare all'eclettico Bernardo Buontalenti [Firenze, 1531 – 1608] il Teatro mediceo, luogo di memorabili spettacoli corrispondente in altezza al primo e secondo piano attuali del museo, dove ora sono le raccolte di grafica e altre sale espositive. I.a Galleria viene chiusa da ampie vetrate, ornala di sculture antiche e di affreschi nei soffitti. Ma l'idea più geniale è la Tribuna: uno spazio, anche simbolico, insolito e avvolgerle, con la cupola ottagonale incrostata di conchiglie, ricco di opere d'arte e arredi illuminati dall'alto. Vicino alla Tribuna è un terrazzo che nel 1589 verrà chiuso dal granduca Ferdinando [Firenze, 1549 – 1609], fratello di Francesco, per divenire la Loggia delle Carte geografiche (Sala 16). Al termine dell'altra ala della Galleria, oltre la Fonderia e diversi laboratori, viene allestito un giardino pensile sopra la Loggia dell'Orcagna.
Oggi gli Uffizi vantano un patrimonio artistico incomparabile: migliaia di quadri dall'epoca medievale a quella moderna, sculture antiche, miniature, arazzi; una galleria unica al mondo di autoritratti, in costante accrescimento anche con acquisizioni e donazioni di artisti contemporanei al pari di un'altra sua eccezionale raccolta, nella città che per tradizione vanta il "primato del disegno", quella del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe.
Se a buon diritto la Galleria degli Uffizi può dirsi "il museo per eccellenza", non è tuttavia solamente per gli splendidi ambienti e per i suoi capolavori. Sono le origini delle sue raccolte, la sua storia che ha più di quattro secoli, a essere uniche perché intrecciate con le vicende della civiltà fiorentina."

Da Gli Uffizi. La guida ufficialeGloria Fossi - ‎2010



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martedì 4 maggio 2010

Proibito farci bruttura



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Firenze,Via degli Agli, targa di divieto

LI SS OTTO FAxx
PROHIBITO FARCI
BRVTTVRA 1596

I Signori Otto (li ss otto) sono gli Otto di Guardia e Balia erano un'antica magistratura fiorentina che attendeva agli affari criminali e di polizia della Repubblica di Firenze e poi del granducato.
Già nel 1353 era stata data "balia" a otto cittadini perché trovassero il modo di reprimere e punire gli episodi criminali, soprattutto quelli violenti, che avvenivano in città. Gli otto saggi stabilirono che si dovessero nominare quattro ufficiali di polizia ma forestieri, cioè che fossero originari di luoghi posti ad almeno quaranta miglia dalla città, e affidare a ciascuno di loro un notaio e cinquanta famigli, sbirri, che in uniforme avrebbero dovuto pattugliare la città e piantonare le chiese per evitare che i rei vi si rifugiassero e chiedessero diritto d'asilo. Ancora oggi è possibile osservare, in diversi punti di Firenze, lapidi murate in cui sono riportati vari divieti.
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lunedì 16 maggio 2016

La barriera di San Donato

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Firenze, Via Maragliano  102 e 104

Come incastonata tra alti palazzi degli anni '70, resta in piedi una bassa, anonima,  costruzione ad un piano. Una logora, ma ancora ben leggibile scritta nera su fondo bianco, dichiara ciò che essa era, cioè un "Ufficio daziario della barriera di San Donato". Non proprio così.


" ... Abbattuto nel 1868 il quarto cerchio delle mura erette fra il declinare del XIII e del XIV secolo, perché divenuto angusto a ricevere la popolazione grandemente cresciuta por il trasporto provvisorio della sede del governo da Torino, si poneva mano alla costruzione della nuova cinta sulla destra riva dell'Arno, conservando dall'altro lato le antiche mura quasi in ogni loro parte.

La cinta daziaria, cominciando dall'antica torre della Zecca Vecchia presso il Ponte di Ferro dov'è la barriera detta della Piacentina, percorre l' argine dell'Arno fino all' imboccatura del torrente Affrico, il cui letto reso più ampio e più regolare serve di cinta per tutto il lato di levante. Lungo l'Affrico s'incontrano le barriere : Aretina, di S. Salvi e di Settignano. Nel punto in cui la linea di cinta abbandonando il corso dell' Affrico piega a settentrione lungo le pendici dei colli di Majano e di Camerata trovasi la barriera di Majano, e più avanti s'incontra quella della Fonte all'Erta. Il corso del fosso di S. Gervasio che nasce nel colle di Camerata serve per un altro tratto di cinta fino alla sua imboccatura nel Mugnone ed in questo tratto s'incontrano le barriere della Querce e delle Cure. La cinta costeggia di poi il torrente Mugnone fino al Ponte alle Mosse e si apre alle barriere del Ponte Rosso, del Romito, del Ponte all'Asse, di 5. Donato e del Ponte alle Mosse. Di qui, dopo piccolo tratto va a trovare V argine del Fosso Macinante e lo percorre fino all'incontro del Viale delle Cascine dov' è la barriera del Canale Macinante. Ivi appresso è la barriera delle Cascine che ha una succursale sul Lungarno.

Barriera Di S. Donato — L'antichissimo monastero di S. Donato a Torri o a Scopeto, oggi villa superba del Principe Demidoff, dette nome a questa barriera posta sulla via Polverosa vicino al Ponte detto pure di S. Donato, che traversa il Mugnone presso la confluenza del torrente Terzolle.

La via, che fin dagli antichi tempi si disse Polverosa, nome che si aggiunse talvolta a quello delle chiese di S. Donato e di S. Jacopino, oltrepassato il ponte, si dirige verso la vastissima pianura che fu un giorno paludosa e quasi spoglia di abitanti. Dopo aver costeggiato per lungo tratto il parco di S. Donato passando accosto all'antico campanile della chiesa, tuttora in piedi, giunge alla Torre Degli Agli "
 
I contorni di Firenze, illustrazione storico-artistica - Guido Carocci 1875


Coordinate:  43°47'18.77"N,  11°13'51.39"E                     Mappe: Google - Bing




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lunedì 12 marzo 2018

Dove erano i ferrivecchi





Firenze, Via degli Strozzi

Il palazzo non è così antico come ci potremmo aspettare dall'abitudine di trovare in altri tracce delle varie costruzione tra il Trecento, Cinque/Sei/Settecento. In realtà questo palazzo è abbastanza recente avendo la sua origine a seguito della riconversione del centro della città al tempo di Firenze Capitale del Regno d'Italia. Siamo agli inizi degli anni Novanta dell'Ottocento quando il palazzo venne costruito con stile cinquecentesco diventando ciò che oggi ovvero l'albergo Helvetia & Bristol che ha visto nel tempo ospiti personaggi famosi come John Singer Sargent, Gabriele D'Annunzio, Eleonora Duse, Luigi Pirandello, Eugenio Montale, Enrico Fermi, Igor Stravinskij, Giorgio De Chirico e Bertrand Russell.
In questo luogo vi erano le case dei Vecchietti che si affacciavano in Piazza degli Strozzi o in Via dei Ferrivecchi che all'epoca antecedente la distruzione si apriva in Piazza delle Cipolle. Il nome della piazza viene probabilmente dall'abitudine in tempi lontani di ospitare il  mercato di tutta una serie di generi alimentari oltre che alle cipolle stesse che ne hanno dato il nome. Ma non solo verdure e frutta ma anche tutta una serie di mercanzia come panni, ferrivecchi, come si legge in una iscrizione del 1762  di una lapide murata sulla facciata del palazzo Strozzi. Via dei Ferrivecchi inoltre era il nome della via che prendeva nome proprio dalle numerose botteghe che facevano questo genere di commercio, ora diventata Via degli Strozzi che si presenta ai passanti con tutt'altro genere di negozi di alta moda e appariscenza.



Coordinate:  43°46'17.79"N,  11°15'8.36"E                     Mappe: Google - Bing




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domenica 2 febbraio 2014

Agli angoli di Orsanmichele



Firenze, Chiesa di Orsanmichele

L'altro giorno abbiamo visto le otto spighe scolpite sull'angolo sud ovest di Orsanmichele. Oggi completiamo la rassegna fotografica andando ad individuare quello che è rimasto nei tre restanti angoli della chiesa. Qualche decennio o qualche secolo fa, in corrispondenza dei quattro pilastri angolari esterni della chiesa, avremmo  potuto vedere delle immagini scolpite in bassorilievo, simboliche rappresentazioni della destinazione originaria dell'edificio quale loggia del mercato del grano e altre vettovaglie, edificio progettato da Arnolfo di Cambio realizzato tra il 1284-90. Alcuni bassorilievi sono stati corrosi dal tempo e niente è rimasto come vediamo in questa immagine (la prima, sotto) all'angolo sud est forse a causa degli sbalzi di temperatura e degli elementi meteorologici che li hanno logorati più velocemente.


Dei bassorilievi  agli altri angoli si riesce ancora a vedere qualcosa. Qui vediamo l'angolo a nord ovest


qui l'angolo a sul ovest

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La migliore conservazione la vediamo sull'angolo sud ovest di Orsanmichele in via de' Calzaiuoli. dove sono ancora ben evidenti le sottili, lunghe, dritte ed eleganti spighe di grano colpite in numero di otto ad un metro di altezza circa alla base dalla colonnina.


Coordinate:  43°46'14.77"N,  11°15'18.93"E                      Mappe: Google - Bing


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lunedì 25 aprile 2016

I prospetti incisi

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Firenze,  Via dei Benci, 1, Palazzo Alberti Malenchini

All'altezza del ponte alle Grazie, sulla sinistra di via dei Benci,  troviamo un palazzo solenne sul cui portone si legge la scritta incisa   "Case di Leon Battista Alberti" e ai lati dello stesso vi  sono due targhe in marmo, recanti quella a sinistra inciso il prospetto del palazzo al 1849, cioè prima dell'intervento definitivo di unificazione del fronte, quella a destra l'ipotetica situazione originaria, all'anno 1400. Si deve ringraziare l'autore delle incisioni se sono state tramandate i lavori di rifacimento e l'originale struttura del palazzo: Oreste Razzi. 


L'edificio sorge in un'area dove erano le proprietà della potente famiglia Alberti fin dalla prima metà del XIII secolo. L'attuale configurazione dovrebbe risalire agli anni 1760-1763 su ordine del conte del Sacro Romano Impero Giovan Vincenzio Alberti (Firenze 1715-1788) che volle u sistemare e unificare le facciate e poi agli Alberti Mori Ubaldini (1836) affidando il lavoro all'architetto Vittorio Bellini coadiuvato dal genero, l'ingegnere Antonio Catelani per quanto riguarda la parte prospiciente il Lungarno Diaz e la facciata su via de' Benci nel 1849 all'architetto Oreste Razzi, in stile fiorentino del Quattrocento, con vari stili architettonici di Michelozzo Firenze, 1396 – 1472), di Giuliano da Maiano (Maiano, 1432 – 1490) .
Nel 1895  il palazzo passò di proprietà alla famiglia Malenchini dopo essere stato acquistato dai duchi di Chaulnes, lontani discendenti degli Alberti.


Qui vediamo un particolare  della zona nella Pianta della Catena di Francesco di Lorenzo Rosselli (Firenze 1448 - 1513)  all'intorno del 1471-1482. Si riconosce il Ponte alle Grazie che allora di chiamava Rubaconte, la cappella di Santa Maria alle Grazie e, in prossimità,  le case degli Alberti.



Coordinate:   43°46'1.02"N,  11°15'32.44"E                    Mappe: Google - Bing




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lunedì 4 dicembre 2017

Un giardinetto elegante, pieno di fiori, folti cespugli, bambini, balie e servette





Firenze, Viale dei Colli, Bobolino

Ho trovato un libro, edito all'inizio del secolo scorso, che racconta la vita di una Firenze del tutto scomparsa, delle lunghe, tranquille passeggiate lungo il Viale dei Colli, dei giochi dei tanti bambini (a quei tempi) ed un mondo fatto di di gente che ancora riusciva a comunicare in modo semplice ed educato le proprie sensazioni e il modo di essere. 

... Io so per adesso una cosa sola, che qui si respira un' aria balsamica, che il venticello carezzoso aleggia impregnato di mille soavi profumi, che il Viale è spazioso, che la salita è lieve e che ho un appuntamento con la Notte di Michelangiolo, sdraiata su, in cima al Piazzale, per aspettarmi.
Dall'alto del poggio fanno capolino i raggi del sole cadente, e indorano le pendici dove il Duca d'Amalfi stendeva altra volta le sue schiere ai danni di Firenze. Oggi, come Dio vuole, 1' erta s'abbella di pacifici oliveti, e gli Spagnuoli, che hanno tanto da faro a casa propria, non hanno lasciato agli echi della collina altro che il suono di un magro proverbio : 

« Fiorentin mangia fagiuoli,
E' volevan gli Spagnuoli,
Gli Spagnuoli son venuti:
Fiorentin becchi....»
...e lasciamola là.
Ecco, il Viale corre tortuoso, dolcemente salendo verso il Colle del Ronco, e scuopre a sinistra la linea nereggiante delle vecchie mura fiorentine, dietro alle quali scaturiscono gli alberi secolari del giardino di Boboli; poi si ripiega e s'avvia verso l' Imperialino, e fra le curve della lieve salita rinchiude un giardinetto elegante, tutto profumato di fiori, tutto ridente di folti cespugli, dove una miriade di bambini gira, salta, folleggia, giuoca alla racchetta, al cerchio, alla trottola, fa a rimpiatterello dietro ai gruppi di mortella e di lauro, e lascia tempo alle serve di barattare quattro parole coi cugini... 
Dalle pareti della grotta artificiale, tutta vestita di muschi e di ellere vivaci, un filo d'acqua cade dolcemente gorgogliando nella vasca sottoposta, e sulla superficie del quieto laghetto vagano le candide ninfèe, e stende il loto le larghe sue foglie. Su tutte le panchine circostanti siedono le balie, orgogliose dei fiocchi scarlatti e degli aurati spilloni che rivelano  il sesso del neonato, e porgono alle avide labbra della generazione che cresce un seno che attira l'occhio della generazione che cala. Là si riposano, fumando tranquillamente la pipa, turbe di vecchi impiegati, di veterani, di uscieri e di custodi d'uffizii pubblici, che ciarlano gravemente di politica ; commentano le notizie di Germania e di Francia; leggono i telegrammi della guerra d'Oriente; disegnano sul terreno, colla punta del bastone, una topografia tutta fantastica dei campi di battaglia; e rifanno cento volte la carta d'Europa. Qua passeggiano gruppi di coristi in disponibilità, di parrucchieri in aspettativa, di tavoleggianti da caffè, di comici e di merciai in vacanze, e raccontano sotto voce gli scandalucci del paese, le avventure galanti di gioventù, le angherie dell'agente delle tasse, i misteri del Dazio-consumo, e finiscono chiedendo al cielo e agli uomini, per la salvezza d' Italia, che uno di loro sia fatto ministro degli affari esteri prima che giunga a termine la settimana...
 da Primavera, Su e giù per Firenze, monografia fiorentina di Ferrigni, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto, 1836-1895,    pubblicato nel 1918.

Coordinate:  43°45'31.45"N,  11°14'56.66"E                     Mappe: Google - Bing




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lunedì 29 gennaio 2018

La scalinata barocca del Giardino Bardini




Firenze, Via De' Bardi 1

Al Giardino Bardini si può accedere da Via de' Bardi o da Costa San Giorgio. Noi abbiamo scelto la prima preferendo salire dolcemente per viottoli e orti, tra ombre e luce in una mattina invernale. Con le spalle agli stupendi scorci del panorama che ci offre Firenze sempre più lontana e sempre più in basso allargando l'orizzonte che si apre ai nostri occhi che non finiscono mai di incantarsi, mai sazi delle mille cose conosciute e di mille e mille da scoprire ancora.
Dal sito della Villa prendiamo alcune note.
La storia del Giardino Bardini è la storia di una parte di Firenze: quattro ettari di bosco, giardino e orto frutteto a contatto con le mura medievali della città, tra Costa San Giorgio e Borgo San Niccolò.
La prima fase storica dell’area verde Bardini risale all’età medievale e vede protagonista la ricchissima famiglia Mozzi la quale, già nel Duecento, era proprietaria di numerose case e terreni tra cui la cosiddetta “collina di Montecuccoli”, dove si estende attualmente il Giardino.
Agli inizi del Trecento, con il tracollo economico della famiglia, i possedimenti vennero acquistati dal Comune di Firenze, per poi ritornare nelle mani dei Mozzi nel 1591. A quel tempo il complesso era costituito dal palazzo principale dotato di una loggia e da un giardino murato retrostante l’edificio (hortus conclusus) e confinante con un’area scoscesa strutturata in terrazzamenti di tipo agricolo. Tale struttura persiste nel Quattrocento e nel Cinquecento, come documentano le vedute prospettiche del tempo.
Nel Seicento l’area oggi occupata dal giardino Bardini è suddivisa in due proprietà: ai Mozzi la parte Est e a Giovan Francesco Manadori la parte ovest, dove viene fatta costruire per opera dell’architetto Gherardo Silvani la Villa Manadora, edificio che già all’epoca veniva ammirato per la straordinaria vista sulla città.
Nel Settecento tale proprietà viene venduta dagli eredi del Manadori alla famiglia Cambiagi per poi passare all’inizio dell’ ottocento a Luigi Le Blanc e a suo figlio Giacomo. I due possedimenti vengono gradualmente abbelliti, sfruttando la posizione panoramica del luogo. Giulio Mozzi, grande appassionato di giardini, contribuisce alla nuova decorazione della scalinata che viene arricchita dai fondali a mosaico con fontane e dalle statue in arenaria di personaggi in costumi campestri, ancora oggi presenti.




All’inizio dell’Ottocento la proprietà e la struttura del giardino sono ancora frazionate. I Mozzi possiedono la parte centrale dell’area, ovvero la grande scalinata con il prato antistante e la parte agricola. Luigi Le Blanc  possiede la parte a bosco, da lui trasformata in un moderno giardino anglo-cinese, e la Villa, detta all’epoca “del Belvedere,” arricchita dal nuovo giardino con un lago, una cascata e una fontana. Risale a questo periodo anche la Kaffehaus, con sala circolare e grotta sottostante (ancora esistente), gemellata con un’analoga struttura nella parte di proprietà dei Mozzi.
 Nel 1839 le due proprietà vengono unite con l’acquisto da parte della famiglia Mozzi della proprietà Le Blanc. Tuttavia, nel corso del secolo, la proprietà incorse in un inesorabile declino, a causa delle difficoltà economiche della famiglia. Nel 1880 il complesso, ormai in stato di abbandono, viene espropriato all’ultimo erede della famiglia Mozzi e acquistato dai principi Carolath von Beuthen, che ne saranno proprietari fino al 1913,  dotando il giardino di elementi di gusto vittoriano.
Agli inizi del Novecento avviene quindi il passaggio della proprietà dalla famiglia von Beuthen a Stefano Bardini che, subito dopo l’acquisto, rinnova l’intero complesso per adeguarlo alle proprie esigenze di rappresentanza e lo utilizza come uno spettacolare “showroom” all’aperto,  conferendogli uno stile ancora più eclettico di quanto già non avesse.
Il giardino, arricchito da elementi decorativi di varia provenienza assemblati col gusto tipico del collezionista che nulla esclude, diventa così un labirinto di tranelli per il conoscitore d’arte che stenta a riconoscere i materiali veri da quelli falsificati, i rimontaggi con inserimenti moderni dalle opere autentiche.
La costruzione di un viale per raggiungere la villa e la conseguente demolizione dei giardini murati, l’accorpamento degli edifici sulla costa S.Giorgio e la costruzione di una loggia sul Belvedere, inserita tra i due padiglioni dell’antica Kaffehaus, sono alcune tra le modifiche più evidenti volute dall’antiquario Bardini, in quella che fu la stagione più intensa del giardino.
Nel 1965, con la morte del figlio di Stefano Bardini, Ugo, ha inizio un lungo e complicato iter burocratico sull’eredità, conclusosi solo nel 2000 con l’interessamento dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, attraverso la Fondazione Parchi Monumentali Bardini Peyron, che gestisce attualmente la proprietà.
Oggi  il Giardino Bardini, dopo quasi cinque anni di minuzioso restauro, riapre finalmente i suoi cancelli, riportando alla luce un importante percorso storico che ritrae l’interessante complesso nelle fasi e nelle trasformazioni subite nel tempo.



Da non perdere il Museo Bardini situato in basso in  Piazza de' Mozzi di cui abbiamo già raccontato qualcosa.



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lunedì 4 giugno 2018

Iconografie cosmologiche a Forte Belvedere





Firenze, Forte Belvedere

E' con il suono mistico e vibrante dell'antico strumento orientale, riprodotto da una delle opere esposte, che prende avvio l'imponente mostra antologica GONG dedicata a Eliseo Mattiacci (Cagli, 1940), indiscusso protagonista dell'arte contemporanea.



Considerato uno dei pionieri dell'avanguardia italiana della fine degli anni Sessanta, Mattiacci è artefice della sperimentazione e del rinnovamento in scultura, ispirato inventore di iconografie cosmologiche e di nuove relazioni spaziali e concettuali tra arte e natura, tra uomo e ambiente. Un esercizio pressoché sciamanico, volto a esplorare il sublime del cosmo, orbite di pianeti e di astri, ritmi e geometrie che appartengono all'universo infinito, per tracciare mappe stellari che adesso come milioni di anni fa funzionano in termini anche simbolici, rituali. GONG porta Firenze a confrontarsi ancora una volta con la sua immagine di città contemporanea, che assieme agli artisti riflette sulla storia civile e sul patrimonio artistico, sui grandi lasciti culturali del passato e sulla società attuale, sulla scienza e la spiritualità, soprattutto su poiesìs e techne.
Con uno tra i grandi maestri del nostro tempo, creatore di forme scultoree e tracciati grafici che hanno la forza di coniugare la dimensione del materialismo con quella del sogno metafisico, il mondo ctonio e quello degli infiniti spazi.



Una traiettoria quella di Mattiacci di coerenza e di libertà esemplari, di generosa resistenza e lirica potenza, una presenza indispensabile alla storia dell'arte a partire dalle prime creazioni con le quali ha sposato da artista e poeta il lavoro della terra e della tecnologia con la riattivazione dei miti e la contemplazione degli astri. Per giungere alle sue opere e installazioni più recenti con le quali l'artista marchigiano ha voluto consegnare al mondo la sua idea di cosmo, proseguendo un viaggio di scoperta e di meraviglia all'interno della natura e dell'universo che accomuna Lucrezio e Galileo Galilei, Giacomo Leopardi e lo stesso Mattiacci, poeti e artisti di ieri e di oggi. In stretta sinergia con la mostra al Forte di Belvedere, il Museo Novecento ospita alcune opere di Mattiacci visibili nelle sale del secondo piano del museo, a sancire una correlazione scientifica e progettuale tra gli spazi della Fortezza di San Giorgio e quelli all'interno delle Ex Leopoldine, in piazza Santa Maria Novella. (Dal depliant informativo)



Coordinate:  43°45'47.54"N,  11°15'13.26"E                     Mappe: Google - Bing




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giovedì 1 dicembre 2016

La Cupola del Brunelleschi e i terremoti di Firenze

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Firenze, Duomo, Cupola

La Cupola del Brunelleschi è testimone con una  ferita, una crepa ancora visibile alla sua base dei danni provocati da uno dei vari terremoti che hanno colpito Firenze.

«Ieri sera alle 20,57 ciascuno accudiva ai suoi affari, alle proprie occupazioni o ai propri piaceri – come tutte le altre sere – quando a un tratto un rombo cupo, poderoso, qualche cosa di rassomigliabile alla scarica di moschetteria di un mezzo reggimento, si fece sentire – e una scossa violenta, improvvisa, formidabile fece balzare uomini e cose, scosse oggetti e persone, impresse un singolare movimento ai corpi o ai mobili dei quartieri, agli esseri umani, come alle pareti delle case. (...) ... per istinto irresistibile i più uscivano dai pubblici locali, caffé e trattorie, dove bicchieri, bottiglie e tavolini avevano ballato una danza... singolarissima; dalle case che – specie gli ultimi piani – erano stati sbattuti, in modo da far credere agli inquilini di essere in barca; dai teatri nei quali il pubblico spaventato si affrettò all’uscita e in un momento Firenze, la pacifica Firenze, fu piena di folla che si riversava per le vie» (da “Fieramosca”, 20 maggio 1895).
A Firenze i danni furono molto estesi, ma nel complesso non gravissimi (per una descrizione dettagliata dei danni sofferti sia dall’edilizia monumentale e religiosa che da quella privata, si rimanda al libro di Elisabetta Cioppi, 1995). Non ci furono grandi distruzioni, ma rimasero più o meno danneggiati quasi tutti i monumenti, le chiese e i palazzi storici, e anche molte opere d’arte in essi conservate: piccoli crolli interessarono Palazzo Pitti e la Galleria degli Uffizi, lesioni rilevanti si aprirono nel Palazzo Medici Riccardi, nel Palazzo Strozzi, nelle volte dei porticati di Piazza SS. Annunziata e di Piazza Cavour (oggi Piazza della Libertà, lungo i viali di circonvallazione). Nel Museo Nazionale del Bargello ci furono gravi danni alla collezione di maioliche dei Della Robbia. Danneggiatissimo il Museo di San Marco, nell’omonima chiesa e convento, con cadute di cornicioni e lesioni alle volte e agli archi, soprattutto nel refettorio grande e nella biblioteca.
In Piazza della Signoria Palazzo Vecchio durante la scossa fu visto oscillare “come un pendolo”, ma rimase illeso. Nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, il celebre duomo di Firenze, si aprirono numerose crepe nelle volte e una catena che univa gli archi laterali della navata centrale si spezzò; dalla Cupola del Brunelleschi caddero intonaci e stuccature e la croce posta sulla cuspide della lanterna si piegò verso nord. Il celebre campanile di Giotto e il vicino Battistero subirono alcune lesioni ma non riportarono danni strutturali. Fra le chiese maggiormente danneggiate ci furono quella della Badia Fiorentina, San Gervasio, San Lorenzo, San Leonardo in Arcetri e altre ancora, fra cui quella di Santa Maria del Carmine; gli affreschi del Masaccio nella Cappella Brancacci, invece, non furono danneggiati. Il complesso di Santa Croce fu danneggiato soprattutto nell’area dell’ex-convento, mentre la chiesa riportò danni lievi. Danni prevalentemente leggeri subirono anche le chiese di Santa Maria Novella, San Miniato al Monte e Santo Spirito (SGA, 2007). Numerosi danni interessarono l’edilizia residenziale e privata della città, con lesioni diffuse e cadute di soffitti. Uno stabile crollò in Via Pier Capponi. Complessivamente circa 100 edifici risultarono inagibili. A Firenze non vi furono vittime e si contarono solo 6 feriti non gravi (Cioppi, 1995). (Filippo Bernardini (INGV-Bo).)



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lunedì 5 giugno 2017

La statua della Libertà è in Santa Croce




Firenze, Basilica di Santa Croce

Entrando dal portone principale, che si apre al centro della facciata della Basilica di Santa Croce, troviamo subito alla nostra destra il primo degli innumerevoli sepolcri degli uomini più illustri del nostro Paese, le 'urne dei forti' come le chiama il Foscolo, artisti principalmente ma non solo. E' il monumento funebre a Giovan Battista Niccolini 'La Libertà della Poesia' una scultura marmorea di Pio Fedi  (Viterbo, 7 giugno 1816 – Firenze, 31 maggio 1892), eseguita tra il 1870 e il 1883. Giovan Battista Niccolini (San Giuliano Terme, 1782 – Firenze, 1861) compose diverse tragedie di soggetto storico-patriottico con sfondo il tema del riscatto nazionale e la libertà del popolo. Tra la statua della Libertà del Fedi, racchiusa in una nicchia, e quella di Auguste Bartholdi (Colmar, 1834 – Parigi, 1904), regalata dai francesi agli Stati Uniti, che accoglie chi arriva a New York, imponente con la sua mole di oltre 40 metri d'altezza, si riscontrano notevoli somiglianze e non a caso, forse. Sembra infatti che Bartholdi fosse a Firenze capitale d'Italia, proprio nel periodo in cui Pio Fedi stesse realizzando la bozza in gesso. È un fatto noto che Bartholdi fosse in Italia e a Firenze per amore del Risorgimento italiano desideroso di immedesimarsi nell'ambiente culturale del periodo ed è probabile che abbia visto quel calco e che proprio a esso si possa essere ispirato ed avere preso spunto per la sua celeberrima opera.



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lunedì 17 ottobre 2016

Fronte retro

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Firenze, Piazza Santissima Annunziata, Museo dello Spedale degli Innocenti

Un'oepra del quattrocento ci rivela quanto fosse importante utilizzare al massimo ciò che era disponibile. Giovanni di Francesco Toscani, (Firenze 1372 - 1430) ce lo rivela con la sua tempera su tavola dell'anno 1400 circa, un trittico designato con il nome di Madonna con Bambino San Girolamo, Santa Caterina d'Alessandria, Angelo annunziante, Crocifissione con i dolenti, Vergine annunziata, adesso esposto al Museo degli Innocenti. in Piazza Santissima Annunziata.
Il trittico era forse in origine sull'alar maggiore di una piccola chiesa, come fanno presumere le dimensioni contenute e la decorazione sul retro. Nel 1754, già smembrato, è attestato nella chiesa dell'Ospizio di Orbatello, in seguito le tavole laterali furono trasferite agli Innocenti, mentre il pannello centrale fu destinato alle Gallerie fiorentine e solo intorno al 1952 si è giunti alla sua ricomposizione. È attribuito alla fase del pittore legata a un elegante gusto tardo gotico.

Se guardiamo dietro le tre tavole che costituiscono il trittico portano i segni di abbozzi, appunti, con soggetti diversi da quelli raffigurati sulla faccia anteriore, La tavola centrale qui sotto riportata è in tempera monocroma.



Coordinate:  43°46'33.99"N,  11°15'38.95"E                     Mappe: Google - Bing




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mercoledì 18 agosto 2010

Cocomerai, poponai, fruttaiuoli, ferravecchi, rivenditori e barulli


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Firenze, Piazza Strozzi, Palazzo Strozzi, facciata, angolo destro, lapide

Una simile ingiunzione oggi il Comune l'avrebbe scritta su carta ed incollata da qualche parte nei pressi della piazza. Strappata dopo qualche giorno non resterebbe più memoria nei secoli avvenire... mentre in marmo scolpito sta sopravvivendo da più di duecento anni anche se l'argomento non è così drammaticamente importante: via i venditori ambulanti dalla piazza!

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GL’ILL:MI SS:RI CAPITANI DI PARTE DELLA CITTA’ DI FIRENZE
IN ESECUZIONE DI BENIGNO RESCRITTO DI S.M.I. DEL DI 6
OTTOBRE 1762. CON IL PRESENTE PUBBLICO EDITTO
PROIBISCONO A TUTTI I COCOMERAI POPONAI FRUTTAIUOLI
FERRAVECCHI RIVENDITORI E BARULLI E A QUALUNQUE ALTRO
GENERE DI PERSONE DI STARE A VENDERE E RIVENDERE FRUTTE
PANNI FERRIVECCHI E QUALUNQUE ALTRA SORTE DI ROBE
NELLA PIAZZA DEGLI STROZZI SOTTO PENA A' TRASGRESSORI DI
LIRE 5 PER CIASCUNO E CIASCUNA VOLTA DA APPLICARSI
TUTTA AGLI ESECUTORI CHE GLI TROVERANNO IN FRAGRANTI
CON PIU’ L’ARBITRIO DEL MAGISTRATO LORO ILL:MO
E PER PROVVEDERE AL PUBBLICO SERVIZIO DICHIARANO
CHE PER LO SCARICO E CONTRATTAZIONE DEI POPONI COCOMERI E
ALTRE FRUTTE RESTA DESTINATA LA PIAZZA NUOVA DI S.M.A NOVELLA
CHE PER D’USO ED EFFETTO E’ STATA SURROGATA A QUELLA
DEGLI STROZZI. FATTO IN FIRENZE GLI 13 OTTOBRE 1762.
URBANO URBANI CANC:RE
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Note: barulli - barrocciai, carrettieri, rivenditore al minuto
Lire: le 3 milla lire corrispondevano al valore di un Kg. di oro fino nel 1745



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