Guardando Firenze nei particolari da dietro l'obiettivo di una fotocamera.

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mercoledì 5 giugno 2019

Le cascate delle Rampe del Poggi



Firenze, cascate delle Rampe del Poggi

Grazie al restauro eseguito in tempi rapidi, solo 225 giorni, ritornano visibili nell'integrità originaria le cascate che solo i nostri avi avranno visto in quel lontano anno 1876, al termine dei lavori su progetto dell'architetto Giuseppe Poggi.
Il Sistema delle Rampe si sviluppa su una superficie di 6.700 metri quadrati, si articola su tre livelli o ripiani: le Grotte, situate nei primi due ripiani delle Rampe, una sul primo e cinque sul secondo, queste ultime costituite da nicchie scavate nei due muraglioni a retta e realizzate con una struttura in muratura rivestita da intonaco lavorato e da spugne; la Grande Vasca polimaterica, situata sul terzo livello delle Rampe, composta da più bacini, realizzata con una struttura in muratura rivestita da spugne, pietrame e mosaico; le Scogliere e le Piccole Grotte, posizionate lungo i percorsi, realizzate con blocchi di pietra provenienti dalle cave di Monte Ripaldi, come i 'massi erranti' disseminati nei luoghi dove i percorsi si allargano. 

Col trasferimento della Capitale d'Italia a Firenze fu affidato all'architetto Giuseppe Poggi (Firenze, 1811 – 1901) l’incarico per la realizzazione del Nuovo Piano di Ampliamento della Città che prevedeva importanti trasformazioni urbane: dall'abbattimento dell'ultima cinta muraria alla realizzazione dei grandi viali di circonvallazione, dalla nuova stazione ferroviaria alla realizzazione del Campo di Marte. Ma soprattutto grazie a quel progetto si dette vita, per la prima volta, ad un vero e organico sistema di verde urbano di respiro europeo, un patrimonio di giardini pubblici destinati e dedicati non solo alle classi privilegiate ma al benessere di tutta la comunità.



Le Rampe, opera monumentale che a Firenze collega il lungarno con Piazzale Michelangelo, il belvedere più importante della città, finora erano coperte dalla fitta vegetazione, rovinate dal tempo e dalle intemperie, prive dei loro giochi d’acqua e poco conosciute per questo anche da molti fiorentini.

In questo contesto un’ importanza del tutto particolare è rappresentata dall'acqua che scorre dall'alto, in suggestivo contrappunto con le acque dell'Arno, e che torna a scorrere dopo un secolo di silenzio e che restituisce a tutto l’insieme il fascino del giardino romantico della seconda metà dell'Ottocento. 

L’acqua infatti fuoriesce dalla sommità, dove sono visibili il giglio e la conchiglia, e riempie la prima vasca per confluire nelle tre grotte. Quindi riempie la seconda vasca e attraversa la cascata lunga 8 metri ed alta circa 5 metri cadendo nell'ultima vasca; da qui raggiunge la parte alta delle Cinque Grotte per confluire poi nella vasca ovale e nella grotta singola posta immediatamente sotto la vasca ovale. Infine tutta l’acqua confluisce nella vasca grande della Torre di San Niccolò e nelle due vasche laterali alla Torre dotate di cascate. Quindi viene ricondotta al serbatoio di ricircolo da dove viene ripompata verso l’alto. Per alimentare il sistema è stato costruito un nuovo impianto idrico sostenibile dal punto di vista ambientale e dei costi di gestione, utilizzando un sistema di ricircolo alimentato con acqua di pozzo, senza attingere dalla rete idrica cittadina. 
Di particolare importanza è stato il recupero della componente vegetale che ha salvaguardato la forma e l’aspetto polimaterico delle componenti architettoniche collocando piante ornamentali, acquatiche e semiacquatiche compatibili con quelle originali, in gruppi omogenei distribuiti negli spazi predisposti per l’impianto vegetale.

Panorama di Firenze dal vertice delle cascate


Coordinate:  43°45'49.27"N,  11°15'54.00"E                     Mappe: Google - Bing



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lunedì 27 agosto 2018

Cerchi, trovi, nell'Arno





Firenze, Arno 

Remare tra il blu del cielo e il blu riflesso dell'Arno tra le due pescaie, passando sotto il Ponte Vecchio e il Ponte Santa Trinita è come immergere i legni nella storia millenaria di Firenze per spingersi oltre il presente per andare verso il futuro. E' qualcosa di magico che che galleggia nel profondo del nostro antico retaggio, un legame tra il fiume, i monti dell'appennino da cui nasce e il mare che unisce i commerci e le passioni umane. I Vespucci avevano palazzi poco distanti e Amerigo (Firenze, 1454 – Siviglia, 1512) è partito da qui per dare il suo nome al Nuovo Mondo, ma qui non è sepolto, infatti la tomba nell'Abbazia di Ognissanti non è la sua ma probabilmente quella del nonno che aveva il suo stesso nome..


Coordinate:    43°46'3.60"N,  11°15'15.28"E                  Mappe: Google - Bing


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lunedì 11 giugno 2018

Come si viaggiava da Pistoia a Firenze nei secoli decimoterzo, decimoquarto e decimoquinto





Firenze, panorama

Come si viaggiava da Pistoia a Firenze nei secoli decimoterzo, decimoquarto e decimoquinto.

Le relazioni che correvano tra Pistoia e Firenze negli ultimi tre secoli del Medio Evo, avuto riguardo ai tempi, erano assai frequenti, ed erano determinate da ragioni molto varie.
Soprattutto lo svolgimento dei negozi politici e dei rapporti commerciali, in secondo luogo la cura ed il disbrigo d'interessi religiosi, economici, familiari, artistici ecc. richiamavano i pistoiesi con una relativa frequenza a Firenze.
Le vie di comunicazione tra Pistoia e Firenze erano in gran parte diverse dalle attuali. Esse erano inoltre più anguste, più tortuose', e meno ben tenute che le strade odierne. A cura degli ufficiali pubblici addetti al mantenimento delle vie, esse erano tenute alte, colme nel mezzo, e « inghiarate al modo fiorentino » 

Queste strade di comunicazione furono tre. 
La prima moveva da Pistoia e costeggiando le colline passava per il Montale e Prato, e fino a questa città seguiva in molta parte il tracciato della odierna via montalese. La seconda moveva da Pistoia, seguitava nel piano verso Agliana e Prato, e da Prato per Campi a Firenze. La terza, che era la più frequentata, da Pistoia per il Poggio a Caiano faceva capo a Firenze.

In Italia, fino verso il termine del secolo decimoquarto l' unico modo di viaggiare fu quello di recarsi a cavallo al luogo, che era la meta del viaggio stesso. Verso la fine di quel secolo incominciò a introdursi l'uso di viaggiare in cesta (La cesta era una specie di piccola carrozza mezza coperta, e talora con un piccolo mantice al davanti.),ma tale modo di trasporto fu limitato quasi esclusivamente per il trasferimento di persone ammalate, o di persone alle quali, o non era possibile, o riusciva malagevole il cavalcare. 
Cosi pure il viaggio tra Pistoia e Firenze, nell'età medioevale, si faceva esclusivamente per mezzo di cavalcature.
I pubblici ufficiali, come il Potestà ed il Capitano del popolo e le loro corti, il Vescovo, e le famiglie più ricche tenevano a loro disposizione nelle stalle di loro proprietà, un certo numero di cavalcature per le occorrenze di gite e di viaggi. Avevano per questo un dato numero di cavalli e muli da insellare, come ne tenevano altri per trasporto a basto di bagagli, masserizie, od altro.
Per il servizio delle persone che avevano minore possibilità di spendere vi erano coloro che davano i cavalli o ronzini, i muli, e gli asini « a vettura », classe di esercenti, che oggi si direbbe dei noleggiatori di animali da trasporto. A questa classe appartenevano vetturali propriamente detti, i maniscalchi e gli albergatori. Queste due ultime classi di persone, oltre all'esercizio delle arti particolari, cioè della ferratura degli animali e dell'esercizio degli alberghi, solitamente facevano pure quello del noleggio degli animali da cavalcare, e degli animali pei trasporti a soma. Il noleggio delle bestie, (pur rimanendo a carico di chi se le assumeva la cura e la spesa della loro alimentazione) si faceva a giornata, e la spesa del noleggio variava a seconda dei tempi, e a seconda del genere degli animali noleggiati.
Dai documenti amministrativi del Capitolo della Cattedrale di Pistoia si rileva, come nella seconda metà del secolo decimoterzo si poteva a Pistoia noleggiare una cavalcatura per un viaggio di andata e ritorno a Firenze, pagando al noleggiatore un compenso di quattro o cinque soldi al giorno, 

Nel secolo decimoquarto la richiesta del compenso andò ad aumentare, e dalle filze amministrative capitolari, come da quelle del Monastero di Monteoliveto di Pistoia, si può desumere che il compenso richiesto per ogni animale da cavalcare e per ogni giornata crebbe fino a sette soldi al giorno, senza comprendere in questa somma le spese di nutrizione della bestia.

Nel secolo decimoquinto la spesa per il noleggio delle cavalcature crebbe ancora. I cavalli e muli per cavalcatura si davano da otto fino a dieci e undici soldi al giorno, a seconda della qualità delle cavalcature, ed a seconda dei diversi periodi di quel secolo, poiché anche allora i prezzi di ogni genere andavano coll' andare degli anni ad aumentare. Il noleggio degli asini per cavalcature però si mantenne assai basso, non più di cinque soldi al giorno.
La spesa per la biada delle cavalcature durante il viaggio era minima: non più di due o tre soldi al giorno : così pure la spesa dello scotto per il cavaliere all'osteria del Poggio a Caiano o di Campi, a seconda della strada prescelta, riusciva molto modesta. Così una volta nel 1426 notasi « per mangiare all'albergo soldi due e denari otto » ; altra volta nel 1484, « per bere all'osteria alla tornata col compagno da Firenze soldi dui « ed altra volta pure nel 1484 è notata la spesa di « soldi sei per un desinare a Campi per me et pel sacrestano quando andamo a Firenze ». Se poi si trattava dell' alloggio per la notte e del nutrimento per il cavaliere e per il cavallo il pagamento dello scotto si aggirava dai tredici ai sedici soldi.
A coloro che da Pistoia si recavano in quei  tempi a Firenze per la via del Poggio a Caiano occorreva traversare il fiume Arno con la nave, e dovevano per questo passaggio pagare il pedaggio nella somma di due a tre soldi.
Quando poi il viaggio da Pistoia a Firenze veniva fatto di notte, i cavalieri si munivano di lanterne, ed al Poggio a Caiano essi trovavano una beccheria, dove all'occorrenza potevano rifornirsi di candele di sevo per illuminar meglio la strada.

Arrivati i viaggiatori pistoiesi a Firenze, quando  non avessero avuto alloggio in case private, essi dovevano recapitare ad un albergo. Ben difficilmente i ricordi amministrativi e familiari serbano il ricordo degli alberghi di Firenze dove i pistoiesi andavano ad alloggiare : ci indicano questi ricordi più facilmente il tempo della dimora in Firenze e la spesa dell' alloggio dei viaggiatori pistoiesi.
La spesa dell'alloggio in Firenze, compreso la biada per il cavallo ed il vitto per il cavaliere non soleva essere superiore ai 15 o 20 soldi al giorno.
Degli alberghi fiorentini frequentati dai pistoiesi ne abbiamo trovati indicati due, l'albergo della Copa in un documento dell'anno 1352, e l'albergo della Campana in un ricordo amministrativo dell'anno 1421. Non siamo in grado però di potere determinare dove questi alberghi fossero situati.


Alberto Chiappelli da L'illustratore fiorentino (1836)-Guido Carocci – 1909 – pagg 23 e segg.






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lunedì 9 aprile 2018

L'affresco dello Zuccari e il busto di Cosimo II de' Medici





Firenze,  Arcispedale di Santa Maria Nuova

L'Ospedale di Santa Maria Nuova fu fondato nel 1288 da Folco Portinari (Portico di Romagna,data ignota – 31 dicembre 1289) noto anche per essere il padre di Beatrice la musa di Dante, e qui riposa il suo corpo mortale. In un post dedicato abbiamo trattato le vicissitudini che hanno portato alla nascita dell'Arcispedale

Sotto il portico sono grandi lunette ad affresco, opera di Cristoforo Roncalli detto Pomarancio e datate al 1614, raffiguranti, nell'ordine, da sinistra, Disputa al tempio, Strage degli Innocenti, Adorazione dei Magi, Adorazione dei pastori. Alla testata di destra è un grande affresco del 1560 circa dell'Annunciazione, opera di Taddeo Zuccari (Sant'Angelo in Vado, 1529 – Roma, 1566). Al centro del portico è l'ingresso alla chiesa di Sant'Egidio con una lunetta recante il calco di una Incoronazione della Vergine attribuita a Dello Delli ( c. 1403 – c. 1470). Dei cinque busti posti su mensole al culmine degli archi del loggiato quattro sono antichi e, partendo dalla sinistra del porticato di facciata, raffigurano Cosimo II de' Medici (Firenze,  1590 – Firenze, 1621) di Giovanni Battista Caccini (Montopoli in Val d'Arno, 1556 – 1613),  



Ferdinando II (Bartolomeo Cennini), Cosimo III (Carlo Andrea Marcellini), Gian Gastone (Antonio Montauti), ciascuno riconducibile e quindi databile alle varie fasi di costruzione della fabbrica. Il busto sull'ala sinistra, moderna, rappresenta Bernardo Buontalenti ed è opera di Mario Moschi (1960). 


Coordinate:    43°46'23.37"N,  11°15'35.18"E                   Mappe: Google Bing




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lunedì 22 gennaio 2018

Il Palazzo de' Frescobaldi





Firenze, Piazza de' Frescobaldi 1

Appena finita di restaurare la facciata di quel palazzo che oggi ospita l'istituto Magistrale Gino Capponi, fu un tempo prestigioso palazzo di proprietà dei Frescobaldi, la nobile e ricca famiglia che finanziò la costruzione del Ponte di Santa Trinita, posto accanto, prima realizzato in legno e poi in pietra per resistere alle piene dell'Arno
Il palazzo fu incendiato nel Trecento, quindi ricostruito e poi alla fine del Cinquecento (1575) incorporato nel convento dei Canonici Regolari Agostiniani, annesso all'adiacente chiesa di San Jacopo Sopr'Arno. Quindi, trasformato radicalmente su progetto dell'architetto cortonese Bernardino Radi (Cortona, 1581 - 1643), con un cantiere aperto attorno al 1640 e finanziato da Ferdinando II (Firenze, 1610 – 1670, che portò a definire sia i due prospetti sia il grande chiostro. 
Nel 1703, per volere di Cosimo III (Firenze, 1642 – 1723), l'ordine fu soppresso e nel convento subentrarono i Padri della Congregazione della Missione (ecco l'altro nome con cui è conosciuto il palazzo, Palazzo della Missione), padri soprannominati a Firenze Barbetti per la foggia della barba alla francese, provenienti da Roma. Per esigenze di spazio nel 1709 il palazzo fu ampliato con l'aggiunta di un terzo piano. 
Soppresso il convento nel 1808, venne ripristinato nel 1816, quindi occupato dal Governo italiano e passato al demanio dello Stato nel 1866. In questo stesso anno, dopo alcuni lavori di adeguamento diretti da Giovanni Castellazzi, essendo assurta Firenze a Capitale d'Italia (1865-1871), buona parte dell'edificio fu occupato dagli uffici del Ministero della Marina "perché avesse percezione dell'acqua", infatti l'Arno scorre proprio accanto.



Questo quadro di Giuseppe Zocchi (Firenze, 1711 – Firenze, 1767) mostra come era nel Settecento Palazzo Frescobaldi, visibile a destra, poi Ponte di Santa Trinita, e, sullo sfondo si riconoscono, Ponte Vecchio e Palazzo Vecchio.



Coordinate:   43°46'6.52"N,   11°15'0.28"E                   Mappe: Google - Bing




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lunedì 20 novembre 2017

La stampella di via Monte alle Croci





Firenze, via del Monte alle Croci

"Appena esciti fuori della Porta di S. Miniato, una salita adorna di cipressi conduce alla Chiesa di S. Salvadore dei Francescani sul Monte alle Croci. Se i lacrimevoli casi della bella Luisa Strozzi che qui ebbero principio il dì del Perdono di S. Miniato nel 1533 dagli oltraggi impudenti di Giuliano Salviati svegliano meste reminiscenze, l'immagine che si scorge sulla via sottoposta ne riconforta, ponendo mente all'atto generoso di Gio. Gualberto Azzini che ivi perdonò all'uccisore del suo fratello, lasciandosi disarmare la mano vendicatrice dalle lacrime del pentito (anno 1003). Ma a riflessioni più gravi richiamano i resti dei baluardi che i Fiorentini alzarono invano a difesa della Repubblica, allorchè nel 1529 le armi dell'imperatore Carlo V e del pontefice Clemente VII assalirono la città per ridurla nella servitù della famiglia dei Medici. Ognun sa che Michelangiolo Buonarroti, sollecito di soccorrere la patria in pericolo, disegnò queste fortificazioni, e con infaticabile cura dì e notte vegliando da sè medesimo le diresse; nè vi può essere chi ignori tra noi gli eventi gloriosi e funesti di quell'assedio [I materassi di Michelangelo]. Son già scorsi tre secoli, e le forti mura dei bastioni del Monte alle Croci e di S. Miniato, sebbene in parte atterrate, rammentano ancora di che in poco tempo fu capace l'ardore dei cittadini nell'estremo pericolo della patria. – Dal vertice di questa pendice è bello mirare la città che si stende sulle due rive dell'Arno; e forse non v'è luogo di dove con opportuna distanza faccia di sè più gradevole mostra la fabbrica di S. Maria del Fiore. – Nella Chiesa di S. Salvadore del Monte, che il Buonarroti soleva nominare la bella Villanella..."
Da Notizie e guida di Firenze e de' suoi contorni -1841.

Coordinate:  43°45'41.06"N,  11°15'50.64"E                     Mappe: Google - Bing




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lunedì 30 ottobre 2017

Panorama autunnale dal Viale de' Colli






Firenze, Viale dei Colli, Panorama


"Una delle opere più grandi e meravigliose compiutesi nell'epoca moderna, è senza dubbio il Viale de' Colli, splendida passeggiata, che serpeggiando or lungo le pendici, or sulla vetta de' colli ubertosissimi, che fra la Porta Romana e l'Arno circondan Firenze, pone sotto lo sguardo estatico del visitatore punti di vista mirabili e variatissimi, che mal si cercherebbero altrove. I sovrani di molti stati europei, fermandosi in Firenze ed i forestieri d'ogni paese, che visitano la nostra città, hanno dovuto restare meravigliati, ed esprimere la loro ammirazione dinanzi a quest'opera colossale, ideata e diretta dall'Architetto Commendatore Giuseppe Poggi, al quale Firenze va debitrice dei più grandiosi lavori di riordinamento compiuti da otto o dieci anni a questa parte."
I contorni di Firenze, illustrazione storico-artistica-Guido Carocci 1875

"Il bel sole di primavera s’avvicina lentamente all'occaso gettando i suoi raggi dorati sulle vaghe colline che circondan Firenze. L’alito serale spira soavemente, agitando le tenere foglie degli alberi, mentre gli augelletti gaiamente gorgheggiando vanno a nascondersi fra i boschetti profumati da mille variopinti fiorellini.
Una folla vivacissima, variata, s’avvia verso la campagna e percorre tranquillamente i serpeggianti giri del viale de’ Colli.
Natura ed arte unite insieme non potevano ideare una situazione più incantevole, una passeggiata più deliziosa di questa, dove uno può saziar liberamente il suo sguardo contemplando i più bei colpi d’ occhio, i più bei quadretti viventi che sia mai stato possibile d’ ideare.
Nulla manca a render variati e piacevoli cotesti luoghi deliziati dal più vago sorriso della natura. Là avete superbe ville e graziosissimi casini, giardinetti incantati, boschetti di frutta e di fiori, dei punti di vista estesissimi, edifizii che vi ricordano tempi ed avvenimenti gloriosi, situazioni appartate e quasi alpestri che vi farebbero perfin dimenticare d’ essere a due passi dalla città, cascatelle d’ acqua, laghetti limpidissimi, villaggi, castelli e chiese sparsi sulle più fertili e deliziose colline che mai possa darsi, insomma tutto quello che ad un pensiero romantico e girovago sia dato immaginare. E tutto ciò raccolto lungo una linea di 6 chilometri circa di lunghezza che serpeggia lungo i fianchi e sulle vette dei colli d’Arcetri, di Giramonte, di S. Miniato e di Montici.
Ad uno che degnamente volesse illustrar tutti i luoghi che s’incontrano, tutti i contorni e tutte le stupende vedute che si ammirano non basterebbe scrivere un grosso volume; io, invece, mi propongo di toccar di volo tutto quel che mi sembra degno di special menzione, stando sempre nei limiti imposti da  una semplice passeggiata.
Il viale de’ Colli da Porta Romana al piazzale Galileo  si chiama viale Machiavelli, dal piazzale Galileo  al piazzale Michelangiolo, viale Galileo, e viale Michelangiolo dal piazzale di questo nome al ponte di ferro.
Il viale è lungo 5690 metri, ossia circa 6 chilometri, e per tutto è largo 18 metri.
La passeggiata è incantevole. I marciapiedi larghissimi sono ombreggiati da platani, olmi, acacie e pioppi che li difendono anche la mattina dai paggi del sole. Fra i marciapiedi c'è la via larga, quasi pianeggiante, ben tenuta. Ricchi equipaggi, vetture e omnibus la percorrono in diverso senso. Da un lato..."
Il viale de' colli, passeggiata storico artistica di Guido Carocci - 1872



Coordinate:   43°45'28.41"N,  11°15'39.03"E                    Mappe: Google - Bing




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martedì 1 agosto 2017

Sedicente Moradi




Firenze, lungo lìArno tra Piazza Poggi e il Ponte Vecchio

Il 25 maggio 2016 crollò a Firenze parte del Lungarno Torrigiani  e, ad un anno di distanza, Mercoledì 26 luglio, verrà aperto il camminamento sull'Arno da Piazza Poggi a Lungarno Torrigiani che servì per il transito dei mezzi sulla sponda sinistra dell'Arno utilizzato per consolidare l'argine e la spalletta. Si è voluto così commemorare l'evento disastroso con un percorso unico al mondo col nuovo camminamento lungo l'Arno fin quasi sotto il Ponte Vecchio, impreziosito dalle opere dell’artista fiorentino Sedicente Moradi, cinque ideazioni che rappresentano altrettanti animali tra il reale e il mitologico. Come mi raccontava l'artista che ho interrotto brevemente dalla cura degli ultimi ritocchi prima dell'inaugurazione, le opere sono state realizzate con il legno di risulta dell'Arno, rami intrecciati, disposti sapientemente e avvitati gli uni agli altri. Il tutto delinea un percorso suggestivo, niente affatto conosciuto precedentemente non essendo mai esistito questo camminamento, reso ancora più attraente dalle 5 opere che lo segmentano, la Giraffa a grandezza naturale (femmina come mi ha precisato Sedicente Moradi alta 4 metri e 80 centimetri), il Coccodrillo, due Cervi, l'Unicorno. Un'altra opera di Sedicente Moradi è allocata proprio al al centro della rotonda di Piazza Gaddi a Ponte alla Vittoria, un'altra giraffa, che pur passando spesso in macchina non avevo mai notato intento a schivare le macchine nel traffico.



Il cervo




Sedicente Moradi e il suo Unicorno







Coordinate:   43°45'59.94"N,  11°15'20.76"E                    Mappe: Google - Bing





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lunedì 29 maggio 2017

Un pomeriggio di fine maggio




Firenze, Arno

Dal Ponte alle Grazie l'Arno scivola lento e pigro verso il Ponte Vecchio riflettendo l'azzurro del cielo e la luce del sole che fa capolino da solitarie nuvole generate dal caldo pomeridiano di un tranquillo pomeriggio domenicale di fine Maggio. Sembra che le gru sostengano le nuvole più leggere.


Coordinate:   43°45'58.78"N,  11°15'31.58"E                     Mappe: Google - Bing



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giovedì 9 marzo 2017

Era la stazione ferroviaria Maria Antonia ora è ...




Firenze, Piazza della Stazione Centrale

L'edificio della Stazione Centrale, Santa Maria Novella,  insiste nel luogo dove era la stazione ferroviaria Maria Antonia, inaugurata il 3 febbraio 1848. Rivelatasi oramai insufficiente la struttura ottocentesca, tra il 1930 e il 1931, su incarico del Servizio Lavori della direzione generale delle Ferrovie, si dette il via ad un progetto redatto dall'ingegnere Angiolo Mazzoni. Questo, pur essendo stato approvato dal Consiglio superiore delle Belle Arti, suscitò tali polemiche da portare a bandire un concorso che comunque doveva essere compatibile con i lavori già avviati (in particolare il fabbricato dei servizi postali su via Luigi Alamanni) e non comprendeva le pensiline tra i binari, per le quali rimaneva incaricato Mazzoni. Il progetto vincitore, ufficializzato il 14 marzo 1933 ed essenzialmente relativo al fabbricato viaggiatori, fu quello del Gruppo Toscano, composto da Giovanni Michelucci [Firenze, 1879 – Firenze, 1920], Nello Baroni, Pier Niccolo Berardi, Italo Gamberini, Sarre Guarnieri e Leonardo Lusanna. I lavori di costruzione, coordinati dall'ingegnere Mannucci, procedettero speditamente di modo che la nuova stazione fu inaugurata il 30 ottobre 1935. (Repertorio delle Architetture Civili di Firenze, Palazzo Spinelli)

Foto da Ferrovie.it

Con il nome di ferrovia Maria Antonia era designata la linea ferroviaria che congiungeva Firenze a Pistoia, toccando Prato. Fu battezzata con tale nome in onore di Maria Antonia di Borbone-Due Sicilie, seconda moglie di Leopoldo II di Toscana Granduca di Toscana.


Da Un romanzo in vapore da Firenze a Livorno di Carlo Lorenzini ( Carlo Collodi l'autore di Pinocchio)
Toscana
Le Strade Ferrate in attività sono: la Leopolda, la Maria Antonia, la Centrale Toscana, la Lucca-Pisa e la Lucca-Pistoia esercitate con Locomotive, e la Carbonifera di Montebamboli a Torre Mozza, esercitata a Cavalli.
Le Strade Ferrate in Costruzione, ed in Progetto, sono la Centrale Italiana e l’Aretina, la quale mira ad essere continuata per Roma.
Leopolda - Parte dalla Stazione di Firenze, fuori la Porta al Prato, e giunge a Livorno con uno sviluppo di Chilometri 95 1|3.
Maria Antonia - Parte dalla Stazione entro la Città di Firenze, e tocca le Stazioni di Rifredi, Castello, Sesto, Calenzano, Prato, S. Piero Agliana, e finalmente Pistoia, dove si congiungerà colle Strade ferrate Lucchesi e con la Centrale Italiana, con uno sviluppo di  chil. 33 3/4.
Centrale Toscana - Si dirama dalla Stazione della Leopolda in Empoli, e quindi si dirige a Siena, passando per le Stazioni di Granaiolo, Castel Fiorentino, Certaldo, e Poggibonsi, con uno sviluppo di chilometri 63 5/6.
Strade Lucchesi - Queste due linee che possono chiamarsi anco una sola Strada Ferrata, per essere in continuazione fra loro, comprendono le seguenti Stazioni, cioè: quella di Pisa fuori di Porta a Lucca, indi la Stazione di S. Giuliano, di Ripafratta, Lucca, Altopascio, S. Salvadore, Pescia, Borgo a Buggiano, Monte Catini, Pieve a Nievole, e Pistoia, con lo sviluppo complessivo di chilometri 64 2/3.
Centrale Italiana - Questa strada in costruzione partirà dalla Stazione di Pistoia, comune alle altre strade rammentate, e toccando le Stazioni di S. Felice e Pracchia, giungerà nello Stato Pontificio alla Stazione Confinaria di Porretta, con uno sviluppo di chilometri 43.
Aretina - Questa strada sta per esser concessa, per cui non si conosce che sommariamente il suo andamento, il quale avrà origine dalla Maria Antonia, diramandosi fra il Ponte di Mugnone, e la Stazione di Rifredi, quindi volgendo a Levante, costeggerà Firenze, passando a Rovezzano, e lungo la destra sponda dell’Arno fino al Ponte a Sieve, toccherà le Stazioni dell’Incisa, Figline, S. Giovanni, Montevarchi, Levane ed Arezzo, per continuare al confine Pontificio con una lunghezza di chil. 115 circa.
I Telegrafi percorrono tutte le strade ferrate in esercizio, più la Linea che da Pisa corre a Massa di Carrara, ove si mette in comunicazione con gli Stati Estensi, e quindi con i Sardi.



Coordinate:   43°46'34.20"N, 11°14'52.47"E                  Mappe: Google - Bing



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lunedì 6 marzo 2017

La Pescaia




Firenze, Pescaia di Santa Rosa

Uno scorcio del fiume oggi ma uguale a se stesso da secoli. La pescaia è uno sbarramento lungo il corso del fiume, trasversale necessario per deviare il corso delle acque me far funzionare mulini oltre che favorire l'approvvigionamento d’acqua nei momenti di magra del fiume. Il 4 Novembre del 1333 "gonfissimo d’acque, e quasi sdegnato delle angustie, nelle quali pretendevano tenerlo i buoni Fiorentini, dando una furiosa capata al Ponte vecchio, e agli altri due di S. Trinità, e della Carraia, gli rovinò, e gli portò via insieme colla Pescaia d’Ognissanti; indi per rimettersi in possesso del suo antico e conveniente letto", Giovanni Targioni Tozzetti così scriveva nel 1767.
"Quando nel 1333 l’Arno colpì infatti Firenze con un'alluvione poderosa e devastatrice che spazzò via tutti i mulini e le gualchiere, all'epoca collocate su grandi zattere di legno ancorate alle sponde del fiume, una delle cause del disastro fu attribuita proprio alla presenza di quelle strutture produttive lungo il suo corso; si riteneva infatti che insieme alle pescaie che le alimentavano, ne avessero impedito il libero fluire, tanto che il comune deliberò che nessuna nuova gualchiera o mulino potesse essere ricostruito per 400 braccia a valle del Ponte alla Carraia e per ben 2000 a monte del Ponte di Rubaconte." da Firenze e l’Arno: un rapporto difficile. Dalle origini al diluvio del 1333 di Salvina Pizzuoli

Sullo sfondo della Pescaia di Santa Rosa il profilo del campanile di Santo Spirito al centro e la chiesa del Cestello a destra.




Coordinate:   43°46'16.38"N,  11°14'40.36"E           Mappe: Google - Bing



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giovedì 2 marzo 2017

L'Arno, un fiume





Firenze, il greto tra Ponte alla Carraia e la pescaia di Santa Rosa

Potrebbe sembrare uno scorcio di un fiume qualsiasi o addirittura la battigia di un mare con le piccole onde in un giorno di bonaccia invece è l'Arno con la sua fauna aviaria che si riscalda al pallido sole di fine Febbraio. Un fiume che da un lato è vita ma dall'altra parte rappresenta un problema quando si riempie di acqua fino ad esondare. Le alluvioni, un problema da risolvere nei secoli. Leggiamo qui sotto un testo che sembra scritto oggi e non 150 anni fa.

L’ Arno per causa delle frequenti sue inondazioni ha servito, e servirà di materia a varie artistiche discussioni. Gli idraulici più sommi della Toscana, e molti altri stranieri, hanno in vari tempi formati progetti diversi sul trattamento di questo fiume, ora per una parte, ora per l’ altra.

Molti sono quelli fatti di pubblico diritto per liberare la nostra dominante dal disastro delle inondazioni; ma o per la enorme spesa, o per non essere stati creduti efficaci, restarono nell'abbandono, e se alcuno ne fu principiato, non sorti il fine.

Dovremo ora noi perseverare a non far nulla? attenderemo che un'altra piena come quella del 3 novembre 1844 torni a desolare la città nostra? Forse non vi sono modi per provvedervi ?

Non vi è cosa che dir si possa impossibile; vi sono delle strade che conducono a tutte le cose; e se noi avessimo buona ed assoluta volontà, avessimo ancora tutti i mezzi conducenti e necessari. Ognun sa a quali danni rimane esposta questa fiorente città ogniqualvolta l’Arno la invade con i suoi trabocchi: la perdita di merci, cereali, e mobiliare incalcolabile sempre; le strade, i palazzi, e le case ripieni di sordida melletta; inabitabili i sotterranei, ed i piani terreni; corrotte le acque dei pozzi per la miscela con quelle degli smaltitoi, e delle sepolture eziandio; indebolimento delle fabbriche, e talvolta la minaccia di rovina, fornite di lunghe e dispendiose liti tra privati; il commercio ritardato, e compromessa la pubblica salute da epidemiche infezioni; quindi deteriorazione dei ricchi, povertà dei cittadini, rovina totale dei poveri, lo scoramento generale.

Ed all'aspetto di si spaventevoli disastri, seguiteremo a starcene inoperosi? sopporteremo che i nostri figli, i nostri nepoti maledicano nel rinnuovarsi dell’ infortunio alla nostra inerzia? Non sarà minore il rammarico di lasciar loro a dimettere qualche debito, di quello che esporli a deplorare delle vittime, e soggiacere a danni immensi, a perdite irreparabili?

L’ esperienza ha dimostrato che tali infortuni avvengono una volta, o due nel corso di un secolo, ma non sarebbe meglio prevederli, impedirli? Chi ci assicura che a malgrado dei validi lavori ultimamente fatti, del rialzamento, e ingrossamento degli argini, e. a dispetto della sorveglianza che si pratica per la loro conservazione, non siano per rinnuovarsi? La natura é la stessa, mentre noi abbiamo all'opposto ragioni potentissime per indurci a temerla di più, poiché di fronte alle condizioni materiali dell’ Arno, che sono presso che le medesime dei tempi andati, le cause delle inondazioni crescono sempre per lo sfrenato diboscamento dei monti, per il dissodamento delle valli, per la trascurata formazione di serre nei seni montani, e per il conseguente inevitabile rialzamento degli alvei nei fiumi, che comunque voglia impugnarsi anche da soggetti versatissimi nell'arte idrometrica, pure é un fatto che si verifica progressivo e minacciante pericolo, come in futuro si avrà luogo di meglio conoscere sulla livellazione che con saggio provvedimento é stata fatta di tutto il corso dell’Arno, ad insinuazione dell'onorevole idraulico del nostro tempo Commendatore Alessandro Manetti.

Molto vi sarebbe a dire su questo argomento, im prendendo a ragionare dell’Arno dalla sua sorgente, fino al mare; ma essendone stato lungamente trattato da celebri uomini, come Viviani, Perelli, Manfredi, Grandi, Castelli, Guglielmini, Mayer, Ximenes, Morozzi, e vari altri, limiterò le mie riflessioni su quel tratto che Firenze traversa, e dividerò in due articoli questa mia memoria.

Avrà per oggetto il primo di provare l’alzamento del letto del fiume, e di enumerarne le cause.

Comprenderà il secondo i mezzi atti a provvedere alla sua depressione, ed allontanare per sempre isuoi trabocchi in città, ed all’ incanalamento delle acque putride e pluviali della città medesima.

Ho di sopra accennato che una delle cause che produce le alluvioni in Firenze, è il rialzamento del l’Arno nel tronco che la traversa. Vorrei che ciò non fosse, vorrei potere non dividere la mia opinione con quelle dei nostri primi precettori della scenza idraulica, ma come non trovarsi stretti dalle ragioni che ne adduce in conferma il celebre Viviani, segnatamente nel suo discorso al Serenissimo Granduca Cosimo lIl, intorno al difendersi dai riempimenti e corrosioni dei fiumi, applicate all’Arno in vicinanza della nostra città?

Come non curare le osservazioni fatte in proposito da Cornelio Mayer unitamente al Viviani medesimo nella loro relazione allo stesso Cosimo lIl, data dell’anno 1680? Quelle pure dell’ architetto Buontalenti confermate dal Padre Grandi nella sua relazione de’ 30 settembre 1735? Quelle del matematico Perelli nel suo discorso ai Deputati dell’Arno in occasione della visita eseguita in quel fiume nel 1740, e di molti altri versatissimi nella scenza delle acque, che parmi superfluo ricordare?

Non mi permetterò asserire che l’alveo dell’Arno entro Firenze siasi notabilmente elevato di letto quando è compreso tra due confini che sono le pescaje di S. Niccolò, e quella d’ Ognissanti; ma se vero sia che la cresta, o capezzata di quest’ ultima che nel 1803 fu tentato rialzare, sia stata effettivamente rialzata da circa tre quarti di braccio negli anni 1848, e 1849, sopra un progetto dell’ architetto Cacialli, altronde va lentissimo, come ne fanno fede un biglietto della R.

Segreteria di Finanze al Soprintendente Generale delle RR. Possessioni de’ 40 luglio 1848, ed il successivo Rescritto de’ 30 luglio 1849, esistenti in filza N.° 43 registro secondo del 1849, e 1820, nell’ Archivio della soppressa Camera di Soprintendenza Compnitativa di questo Compartimento, credo mi sarà concesso osser vare e rimarcare, che l’ alveo dell’Arno entro città ha subito delle notabili, e visibili alterazioni.

Per non citare quelle che cadono sotto i sensi di tutti, e che sono specialmente i polmoni o greti, fatti più estesi ed alti fra la pescaja di S. Niccolò ed il Ponte alleGrazie, fra questo ed il Ponte Vecchio, ed i banchi di arena e ghiara, che in tempo di acque magre vengono a scuoprirsi tra il Pontealla Carraja e la pescaja d’ Ognissanti, che qualche anno indietro non si scorgevano fuori d’ acqua, mi fermerà su quella striscia di restone, o ridosso, che incominciando dall’angolo che fa il muraglione alla cateratta dei Castellani, si estende fino al Ponte Vecchio, e al disotto ancora di esso.

Quando nel 1849 fu rifondato, e rifatto il terrazzino in testa degli Uffizi sull'Arno, il greto che ora vi si scorge era due braccia circa più basso. Poco inferiormente a quello allorché nel 1794, o 1795, salvo, vennero restaurate le prime mensole che sostengono a collo le fabbriche lungo la via degliArchibusieri, dal punto d’ appoggio di esse al greto, non si contavano meno di braccia quattro e mezzo, ed oggi non vi si conta una distanza maggiore di B.a 1 1/2 , o poco più.

Queste innormalità di superfice sembra strano che si verifichino tra una pescaja e l’altra, dove ragionevolmente, e per regola idrometrica formare si dovrebbe un piano ordinatamente inclinato, ma nel caso nostro la corrente spingendosi più, o meno impetuosa ora a destra, ora a sinistra, ed incontrando degli angoli sporgenti e rientranti, oltre gli ostacoli dei ponti, é possibile che nelle piene, più, o meno forti che durano assai, o che vengono per piogge universali e continue, si faccia talvolta uno sgombro delle deposizioni, e tal volta una mutazione delle medesime da destra, a sinistra, e viceversa, per modo da alterare visibilmente lo stato dell’alveo, senza diminuirne la capacità; ma il greto di cui or faceva parola é stazionario da qualche anno, e vedesi aumentare, anziché decrescere, a scapito della caduta delle fogne provenienti dalla città, ed ho motivo di dubitare che per virtù della corrente venga ad essere depresso, dopoché da qualche anno a questa parte si vedono trasportate dall’ acqua, e depositate sui nostri greti delle pillore di volume molto maggiore che non erano quelle trasportatevi prima del 1833, e 1834 circa, e crederei doversi argomentare che più facilmente si trova oggi esposta e minacciata dalle alluvioni la città nostra, per la ragione appunto, che molte materie ammassate nel tronco d’ Arno che la traversa, oltre ad usurpare un ragguardevole spazio alle acque, ne rallentano la velocità, e crescendo, di volume sono obbligate a distendersi, a penetrare per le fogne, ed a superarne ancora i ripari.

Se si instituisce un confronto tra lo stato attuale dell’ alveo d’ Arno al disotto della pescaja di S. Niccolò, e quello che era 44, o 45 anni addietro, sarà facile distinguere quanto maggiore ammasso di materie vi si riscontri al presente, e quanto vizioso siasi fatto sotto di quella serra il corso dell’ acqua. Ove prima era un fondo alquanto esteso, oggi vi si scorge un polmone che immedesimandosi con la platea della pescaja, ne supera talvolta la cresta con la sua sommità, e gli opifici della Zecca sono per molto tempo dell’anno inattivi, non solo per causa della diversione delle acque, dipendente in parte dall’opera avanzata del già ponte sospeso poco al disopra di essi, ma per la massa straordinaria altresì delle ghiare che si depositano al disotto della pescaja, che ne fanno guazzare le ruote di movimento, per mancanza di cadente. M’ ingannerò, ma credo sarebbe facile venire in cognizione dei diversi rialzamenti instituendo un confronto con le sezioni del fiume che furono eseguite dal ponte S. Trinita fino alla pescaja d’Ognissanti ne’ 34 ottobre 1842, a cura in quel tempo del Dipartimento di ponti e strade, che si trovano riferiti alla scala metrica in marmo situata presso il detto ponte, quali sezioni, che sarebbe utile estendere fino alla pescaja di S. Niccolò, potrebbero in seguito far conoscere delle variazioni cui può andar soggetto il greto del nostro fiume.

da: Fiume Arno entro Firenze memoria di Giuseppe Michelacci - 1864



Coordinate:  43°46'15.53"N,  11°14'47.98"E                     Mappe: Google - Bing



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