Guardando Firenze nei particolari da dietro l'obiettivo di una fotocamera.

martedì 27 giugno 2017

Conoscenza e Infinito davanti a Palazzo Pitti




Firenze, Piazza Pitti

Conoscenza e Infinito sono le due opere monumentali in acciaio lucidato che l'artista albanese Helidon Xhixha stabilitosi a Milano ha collocato in Piazza Pitti. Una terza opera la troviamo in Piazza San Firenze con il titolo ‘La “O” di Giotto’, in riferimento alla leggendaria idea di perfezione per il pittore Giotto da Bondone. La mostra complessiva, dal titolo ‘In Ordine Sparso’, è curata dal direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt insieme al critico d’arte Diego Giolitti ed ha il patrocinio del Comune di Firenze. In quindici sculture e installazioni monumentali, distribuite tra il giardino di Boboli e la città di Firenze, Helidon Xhixha esplora l’idea di caos e ordine. Le sue opere rendono omaggio al modo in cui questi concetti sono stati affrontati nei secoli, in filosofia e nelle arti (geometria sacra), ma anche nel mondo naturale. Sono in gran parte inedite per l’occasione, otto su quattordici, per la precisione, tra le quali Ordine e Caos, Helium e Neon, esposte nell’Anfiteatro del Giardino di Boboli. Insieme ad esse ne vengono presentate altre create tra il 2010 e il 2016, Symbiosis, Deserto, Fragmento, Elliptical Light, Luce, The Four Elements. 




Coordinate:   43°45'56.00"N,  11°14'59.97"E                    Mappe: Google - Bing



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mercoledì 14 giugno 2017

Il Bronzino, il Pontormo, i nudi e la morte




Firenze, Museo di Santa Croce, BronzinoDiscesa di Cristo al Limbo, 1552

"Questa cappella che rimane fra le due porte a sinistra, aveva la bellissima tavola del Bronzino [Firenze, 1503 - Firenze, 1572] rappresentante la Discesa di Cristo al Limbo, che ne fu tolta poi nel 1821, annuente il patrono, come quella che per la vaghezza dei nudi di ambo i sessi che v'erano dipinti, solleticava i sensi e ostava al debito raccoglimento. A vece di questa, che fu con sano intendimento trasportata nella Galleria di Firenze, ed è uno dei più pregiati lavori della Scuola toscana, fu posta un'altra tavola che rappresenta Cristo deposto di Croce dello stesso pennello. Il Richa si scaglia contro il quadro della Discesa al Limbo, e dice che per via dello scandalo non vi si celebrava più la santa messa; ed aveva in parte ragione, come frate e come uomo morale; l'autore della Firenze antica e moderna vorrebbe poi difendere il quadro; noi pensiamo che l'uno colla soverchia virulenza delle parole intolleranti, l'altro con la soverchia rilasciatezza peccassero, e che prudentemente il quadro fosse tolto di chiesa. Quel dipinto è più merce da museo, che da chiesa dove, poichè si pongono imagini, sarebbe bene che più parlassero all'anima che ai sensi. Certo non peccarono in questo i pittori del secolo XIV, ma quelli del secolo XVI e del XIX troppo spesso ci richiamano nelle loro teste di Madonne e di Santi la memoria di fisonomie troppo note, fisonomie che meglio si presterebbono alla rappresentazione d'una Venere lasciva, d'un Adone, d'un Ercole, mai d'una Vergine, d'un Santo, d'un illustre cittadino. Coloro che tanto facilmente per denaro snudano i loro corpi per farne modello, non possono con ugual facilità rivelare composti e gentili pensieri, i palpiti di un cuore ben fatto. Speriamo che gli artisti permalosi, e che ci negano la facoltà di parlare delle opere loro, vogliano consentirci almeno che alcun chè si dica del concetto; il quale è del dominio di chi sente e non esclusivo di chi opera. – Ma forse il parlare è indarno."

da "Santa Croce di Firenze: illustrazione storico-artistica" di  Di Filippo Moisé, 1845






In questo dipinto il Bronzino ritrasse il Pontormo (Pontorme, 1494 – Firenze, 1557). La testa del Pontormo è quella d'un vecchio che guarda in alto, e che è situata a piè del quadro nell'angolo a sinistra.





Il Pontormo fu amico del Bronzino. "...Ma sopra ogni altro fu da lui [Pontormo] sempre sommamente amato il Bronzino, che amò lui parimente, come grato e conoscente del benefizio da lui ricevuto. Ebbe il Puntormo di bellissimi tratti, e fu tanto pauroso della morte, che non voleva, non che altro, udirne ragionare, e fuggiva l'avere a incontrare morti. Non andò mai a feste nè in altri luoghi dove si ragunassero genti, per non essere stretto nella calca, e fu oltre ogni credenza solitario. Alcuna volta andando per lavorare, si mise così profondamente a pensare quello che volesse fare, che se ne parti senz'avere fatto altro in tutto quel giorno, che stare in pensiero: e che questo gli avvenisse infinite volte nell'opera di San Lorenzo, si può credere agevolmente; perciocchè quando era risoluto, come pratico e valente, non istentava punto a far quello che voleva o aveva deliberato di mettere in opera...."

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architetti, Volume 11, Di Giorgio Vasari  (Arezzo, 1511 – Firenze, 1574)


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lunedì 5 giugno 2017

La statua della Libertà è in Santa Croce




Firenze, Basilica di Santa Croce

Entrando dal portone principale, che si apre al centro della facciata della Basilica di Santa Croce, troviamo subito alla nostra destra il primo degli innumerevoli sepolcri degli uomini più illustri del nostro Paese, le 'urne dei forti' come le chiama il Foscolo, artisti principalmente ma non solo. E' il monumento funebre a Giovan Battista Niccolini 'La Libertà della Poesia' una scultura marmorea di Pio Fedi  (Viterbo, 7 giugno 1816 – Firenze, 31 maggio 1892), eseguita tra il 1870 e il 1883. Giovan Battista Niccolini (San Giuliano Terme, 1782 – Firenze, 1861) compose diverse tragedie di soggetto storico-patriottico con sfondo il tema del riscatto nazionale e la libertà del popolo. Tra la statua della Libertà del Fedi, racchiusa in una nicchia, e quella di Auguste Bartholdi (Colmar, 1834 – Parigi, 1904), regalata dai francesi agli Stati Uniti, che accoglie chi arriva a New York, imponente con la sua mole di oltre 40 metri d'altezza, si riscontrano notevoli somiglianze e non a caso, forse. Sembra infatti che Bartholdi fosse a Firenze capitale d'Italia, proprio nel periodo in cui Pio Fedi stesse realizzando la bozza in gesso. È un fatto noto che Bartholdi fosse in Italia e a Firenze per amore del Risorgimento italiano desideroso di immedesimarsi nell'ambiente culturale del periodo ed è probabile che abbia visto quel calco e che proprio a esso si possa essere ispirato ed avere preso spunto per la sua celeberrima opera.



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lunedì 29 maggio 2017

Un pomeriggio di fine maggio




Firenze, Arno

Dal Ponte alle Grazie l'Arno scivola lento e pigro verso il Ponte Vecchio riflettendo l'azzurro del cielo e la luce del sole che fa capolino da solitarie nuvole generate dal caldo pomeridiano di un tranquillo pomeriggio domenicale di fine Maggio. Sembra che le gru sostengano le nuvole più leggere.


Coordinate:   43°45'58.78"N,  11°15'31.58"E                     Mappe: Google - Bing



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giovedì 27 aprile 2017

Il Guerriero di Moore





Firenze,  Palazzo Strozzi

In occasione del primo centenario del British Institute Of Florence Palazzo Strozzi ospita  
Henry Moore, Warrior With Shield, 1953-1954, Bronzo
Firenze, British Institute In Deposito All'opera Di Santa Croce
Questo guerriero di ispirazione eroica e mitologica è una delle sculture più famose di Moore. Simbolo della fierezza della dignità umana, drammaticamente mutilato, è privo di un braccio e di una gamba; si difende col solo scudo alzato e con la gamba destra senza piede si aggrappa alla base, per resistere. Il 20 maggio 1972 la memorabile mostra fiorentina Henry Moore - allestita al Forte Belvedere, con le opere monumentali esposte all'aperto - fu inaugurata ufficialmente dalla principessa Margaret d'Inghilterra. Trecentoquarantacinquemila visitatori accorsero negli oltre quattro mesi di apertura e la mostra decretò la consacrazione di Moore, riconoscendo la sua opera come tassello imprescindibile della tradizione artistica del Novecento. L'artista volle contraccambiare e saldare il proprio legame con Firenze donando al British Institute una copia del Warrior with Shield, che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere collocata nel Terrazzo di Saturno a Palazzo Vecchio, ma che nel 1987, dopo la morte di Moore, venne posta nel primo chiostro di Santa Croce.




Il trasporto della scultura da Santa Croce è stato possibile grazie alla Palazzo Strozzi Foundation USA.



Coordinate:  43°46'16.73"N,  11°15'6.79"E                 Mappe:   Google   -   Bing



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martedì 18 aprile 2017

L'uomo in cammino




Firenze, l'installazione di Novello Finotti (Verona, 1939) sul sagrato della Basilica di San Lorenzo


Il “Il cammino dell’uomo tra Arte e Fede. Da Ugo Guidi a Igor Mitoraj” è il titolo della mostra inaugurata il 1 aprile e che proseguirà fino al 15 giugno, all'interno a San Lorenzo nel salone Donatello. La mostra e' organizzata dalla Nag Art Gallery e vede impegnati Comune di Firenze, Arcidiocesi di Firenze, Basilica di San Lorenzo, Opera Medicea Laurenziana, Museo Ugo Guidi e Fondazione Giovanni Michelucci.  Aperture: lunedì-sabato 10:00-17:00; domenica 13:30-17:00. Ingresso libero
120 opere fra sculture e pitture e documenti di architettura della fondazione Michelucci. Gli artisti internazionali in esposizione sono Ugo Guidi,Gustavo Aceves, Novello Finotti,Tano Pisano,Igor Mitoraj, Alba Gonzales, Lorenzo D'Andrea, Daphne Du Barry, Mauro Corda. Nella sezione emergenti esporranno:Greco, Mineo, Guarnieri,Moriconi, Levet, Zizi, Rassmussen, Elia Naman, Lorenzo D'Angiolo, Paolo Palazzoli, Roberto Diddi, Bruto Pomodoro, Gabriele Vicari, Dottarelli, iSylvestre Gauvrit, Marini Arnaldo, Cargiolli, Turlinelli, Medrano, Avenia, Talani, Binini.  





Coordinate: 43°46'29.08"N, 11°15'17.48"E                       Mappe: Google - Bing



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giovedì 6 aprile 2017

Un Arco nel mezzo della cultura dell'umanità




Firenze, Piazza della Signoria

In questi giorni, passando da Piazza della Signoria, vediamo un arco solitario piazzato nel mezzo. Ricorda qualcosa che ultimamente abbiamo visto spesso in tv e nelle foto in vari quotidiano o nel web. E' la riproduzione perfetta dell’originale, dell’Arco di Palmira realizzata grazie alle nuove tecnologie, nell’ambito del progetto “The Million Image Database” per la tutela e la salvaguardia del patrimonio culturale mondiale, promosso da The Institute for Digital Archaeology in collaborazione con UNESCO, Università di Oxford, Museo del Futuro di Dubai e governo degli Emirati Arabi Uniti.
Arco realizzato da Torart, un’azienda di Carrara specializzata in scultura, arte contemporanea e design, nell’applicazione delle nuove tecnologie nella lavorazione del marmo, in pietre e materiali duri di diversa natura, tecnologia che può essere applicata al mondo del restauro, offrendo la possibilità di riprodurre delle opere fino nei minimi dettagli e in modo che la lavorazione rimanga sostenibile e rispettosa nei confronti del materiale originario, del valore storico e del patrimonio culturale a cui appartiene.
Un addolorato e riconoscente ricordo va anche all'archeologo Khaled Assad (1935 - 2015), responsabile del sito archeologico di Palmira, decapitato dai miliziani dell’ISIS nel 2015, colpevole di non aver voluto rivelare dove avesse nascosto le straordinarie opere millenarie per difenderle dalla loro furia iconoclasta. Miliziani che avevano fatto saltare in aria i templi di Baal e di Baalshamin e, nell’ottobre del 2015, per poi radere al suolo l’Arco di Palmira, un arco di Trionfo costruito tra il secondo e il terzo secolo dopo Cristo e dedicato all’imperatore romano Settimio Severo. Palmira è un sito dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco e il suo arco distrutto è diventato il simbolo della rinascita, della ricostruzione e della conservazione delle opere appartenenti al patrimonio dell’umanità e alla storia della civiltà che altrimenti andrebbero persi e dimenticati. (sintesi da musefirenze,it)


Coordinate:  43°46'11.20"N,  11°15'21.57"E        Mappe:   Google  -  Bing





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lunedì 27 marzo 2017

Quel pittore di Casa del Garbo




Firenze, Piazza della Signoria

All'angolo nord est di Piazza della Signoria che sfocia in Via dei Magazzini è la Casa del Garbo, una costruzione piuttosto modesta se paragonata all'attigua massiccia facciata di Palazzo Uguccioni e il Palazzo del Tribunale di Mercanzia, ora Museo Gucci. Sulla facciata di Casa del Garbo troviamo un affresco non del tutto cancellato dal tempo, grazie ad un attento restauro dei Lions della fine degli anni novanta dello scorso secolo, opera di un non ben identificato pittore del XVII secolo attribuibile forse a Matteo Rosselli  (Firenze, 1578 –  1650), artista assai attivo a Firenze, lunette nel chiostro della Santissima Annunziata, 1614-18.


Coordinate:   43°46'11.78"N,  11°15'24.29"E                    Mappe: Google - Bing



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giovedì 23 marzo 2017

La 'casa rossa' del Villa




Firenze, Via del Prato 2



Non è un palazzo antichissimo, ha poco più di cento cinquanta anni e meno di duecento essendo stato realizzato attorno al 1850-1852 dall'architetto Ignazio Villa (1813 - 1895) per il duca Scotti di Milano. Qui lo stesso Villa, nonno materno del pittore Mario Sironi (1885 - 1961),  ebbe per un certo periodo il proprio studio di architettura e scultura. Lo stile eteroclito per Firenze neo gotico appare oggi alquanto diverso nell'aspetto originario ottocentesco il cui ricordo resta grazie ad una stampa di D. Cellesi del 1853, infatti un forte rimaneggiamento che ne ha appiattito le decorazioni architettoniche esteriori, guglie, pinnacoli, ghirigori, e cambiata quella tinteggiatura che indusse  i fiorentini a definire e soprannominare l'edificio 'casa rossa'.

Nella stampa qui sotto riportata vediamo come la 'casa rossa' fosse allora situata in un punto strategico per ammirare la Corsa dei Barberi. A sinistra si vede un angolo della Loggia Reale o Granducale.

Palazzo in Firenze sul Prato dello scultore Ignazio Villa, 1853- D.Cellesi


Coordinate:   43°46'28.16"N,  11°14'35.00"E                    Mappe: Google - Bing



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lunedì 20 marzo 2017

Per la Corsa dei Barberi





Firenze, Via del Prato di Ognissanti 3r


All'inizio di via del Prato, via che porta fuori città attraverso l'omonima Porta a Prato, c'è una Loggia edificata in pietra tra il 1819 e 1827 la Loggia Reale denominata anche Loggia Granducale o Terrazzino Reale. Su progetto dell'architetto Luigi de Cambray Digny  (Firenze, 1778 – Firenze, 1843), in sostituzione di una precedente struttura in legno eretta per consentire alla corte granducale di assistere alla corsa dei barberi, nel periodo in cui questa aveva 'le mosse' presso la Porta al Prato.



Da: 
Marietta de' Ricci, ovvero Firenze al tempo dell'assedio: Racconto Storico, Volume 4 Di Agostino Ademollo (1799-1841), Luigi Passerini (1816-1877) – Pubblicato 1845

In oggi le Corse Dei Barberi si fanno nella strada che dalla porta al Prato conduce alla porta alla Croce. Per questo a comodo maggiore della Corte del Granduca, sulla piazza del Prato nell' angolo che conduce alla Porticciuola, fu edificato un terrazzo con somma eleganza adornato di architetture in pietrame, dietro il disegno del Cavaliere Conte Luigi De Cambray-Digni , e fu ornato di pitture eseguite dal Professore Luigi Ademollo mio padre.
La corsa di S. Anna fu soppressa; quella di San Vittorio è stata rimessa alla Domenica nell'ottavario di Giovanni; così le tre corse principali di Barberi che si fanno in Firenze cioè di S. Giovanni, di S. Pietro e di S. Vittorio si eseguiscono in otto giorni con maggiore spasso dei cittadini e dei forestieri. Altri due palj si facevano in Firenze nei primi due giorni di Agosto, ordinati da Cosimo I per umiliare i Fiorentini e rammentare le disfatte degli amici della libertà a Gavinana, a Montemurlo e a Marciano. Il primo giorno il palio era corso dagli Asini che si facevano partire da Annalena per giungere alla Colonna di S. Felice. Ivi era inalzata un' antenna dalla quale pendevano due paperi che si donavano a chi primo giungesse a staccarli. L'indomani nel solito luogo correvasi il palio dei cavalli. La dinastìa Lorenese appena giunse al trono della Toscana abolì questi palj che più degradavano coloro che gli ordinarono e gli tollerarono, che la memoria dei valorosi periti, in difesa della santità dei proprj diritti. Accanto al Terrazzo del Principe sul Prato, quella lunga fila di case tutte ad un' ordine fu edificata sopra alcuni Tiratoj dell'arte della Lana sotto Cosimo I, che le incommendò nell' ordine di S. Stefano.
Di faccia, il Casino Corsini appartenne agli Acciajoli. Uno spedale era nel luogo del Convento soppresso Di S. Anna, dove vennero le donne di Verzaja fuori della porta San Frediano, dopo che fu rovinato il loro Convento nell'occasione dell'assedio.



Coordinate:   43°46'27.77"N,  11°14'33.95"E                    Mappe: Google - Bing



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giovedì 9 marzo 2017

Era la stazione ferroviaria Maria Antonia ora è ...




Firenze, Piazza della Stazione Centrale

L'edificio della Stazione Centrale, Santa Maria Novella,  insiste nel luogo dove era la stazione ferroviaria Maria Antonia, inaugurata il 3 febbraio 1848. Rivelatasi oramai insufficiente la struttura ottocentesca, tra il 1930 e il 1931, su incarico del Servizio Lavori della direzione generale delle Ferrovie, si dette il via ad un progetto redatto dall'ingegnere Angiolo Mazzoni. Questo, pur essendo stato approvato dal Consiglio superiore delle Belle Arti, suscitò tali polemiche da portare a bandire un concorso che comunque doveva essere compatibile con i lavori già avviati (in particolare il fabbricato dei servizi postali su via Luigi Alamanni) e non comprendeva le pensiline tra i binari, per le quali rimaneva incaricato Mazzoni. Il progetto vincitore, ufficializzato il 14 marzo 1933 ed essenzialmente relativo al fabbricato viaggiatori, fu quello del Gruppo Toscano, composto da Giovanni Michelucci [Firenze, 1879 – Firenze, 1920], Nello Baroni, Pier Niccolo Berardi, Italo Gamberini, Sarre Guarnieri e Leonardo Lusanna. I lavori di costruzione, coordinati dall'ingegnere Mannucci, procedettero speditamente di modo che la nuova stazione fu inaugurata il 30 ottobre 1935. (Repertorio delle Architetture Civili di Firenze, Palazzo Spinelli)

Foto da Ferrovie.it

Con il nome di ferrovia Maria Antonia era designata la linea ferroviaria che congiungeva Firenze a Pistoia, toccando Prato. Fu battezzata con tale nome in onore di Maria Antonia di Borbone-Due Sicilie, seconda moglie di Leopoldo II di Toscana Granduca di Toscana.


Da Un romanzo in vapore da Firenze a Livorno di Carlo Lorenzini ( Carlo Collodi l'autore di Pinocchio)
Toscana
Le Strade Ferrate in attività sono: la Leopolda, la Maria Antonia, la Centrale Toscana, la Lucca-Pisa e la Lucca-Pistoia esercitate con Locomotive, e la Carbonifera di Montebamboli a Torre Mozza, esercitata a Cavalli.
Le Strade Ferrate in Costruzione, ed in Progetto, sono la Centrale Italiana e l’Aretina, la quale mira ad essere continuata per Roma.
Leopolda - Parte dalla Stazione di Firenze, fuori la Porta al Prato, e giunge a Livorno con uno sviluppo di Chilometri 95 1|3.
Maria Antonia - Parte dalla Stazione entro la Città di Firenze, e tocca le Stazioni di Rifredi, Castello, Sesto, Calenzano, Prato, S. Piero Agliana, e finalmente Pistoia, dove si congiungerà colle Strade ferrate Lucchesi e con la Centrale Italiana, con uno sviluppo di  chil. 33 3/4.
Centrale Toscana - Si dirama dalla Stazione della Leopolda in Empoli, e quindi si dirige a Siena, passando per le Stazioni di Granaiolo, Castel Fiorentino, Certaldo, e Poggibonsi, con uno sviluppo di chilometri 63 5/6.
Strade Lucchesi - Queste due linee che possono chiamarsi anco una sola Strada Ferrata, per essere in continuazione fra loro, comprendono le seguenti Stazioni, cioè: quella di Pisa fuori di Porta a Lucca, indi la Stazione di S. Giuliano, di Ripafratta, Lucca, Altopascio, S. Salvadore, Pescia, Borgo a Buggiano, Monte Catini, Pieve a Nievole, e Pistoia, con lo sviluppo complessivo di chilometri 64 2/3.
Centrale Italiana - Questa strada in costruzione partirà dalla Stazione di Pistoia, comune alle altre strade rammentate, e toccando le Stazioni di S. Felice e Pracchia, giungerà nello Stato Pontificio alla Stazione Confinaria di Porretta, con uno sviluppo di chilometri 43.
Aretina - Questa strada sta per esser concessa, per cui non si conosce che sommariamente il suo andamento, il quale avrà origine dalla Maria Antonia, diramandosi fra il Ponte di Mugnone, e la Stazione di Rifredi, quindi volgendo a Levante, costeggerà Firenze, passando a Rovezzano, e lungo la destra sponda dell’Arno fino al Ponte a Sieve, toccherà le Stazioni dell’Incisa, Figline, S. Giovanni, Montevarchi, Levane ed Arezzo, per continuare al confine Pontificio con una lunghezza di chil. 115 circa.
I Telegrafi percorrono tutte le strade ferrate in esercizio, più la Linea che da Pisa corre a Massa di Carrara, ove si mette in comunicazione con gli Stati Estensi, e quindi con i Sardi.



Coordinate:   43°46'34.20"N, 11°14'52.47"E                  Mappe: Google - Bing



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lunedì 6 marzo 2017

La Pescaia




Firenze, Pescaia di Santa Rosa

Uno scorcio del fiume oggi ma uguale a se stesso da secoli. La pescaia è uno sbarramento lungo il corso del fiume, trasversale necessario per deviare il corso delle acque me far funzionare mulini oltre che favorire l'approvvigionamento d’acqua nei momenti di magra del fiume. Il 4 Novembre del 1333 "gonfissimo d’acque, e quasi sdegnato delle angustie, nelle quali pretendevano tenerlo i buoni Fiorentini, dando una furiosa capata al Ponte vecchio, e agli altri due di S. Trinità, e della Carraia, gli rovinò, e gli portò via insieme colla Pescaia d’Ognissanti; indi per rimettersi in possesso del suo antico e conveniente letto", Giovanni Targioni Tozzetti così scriveva nel 1767.
"Quando nel 1333 l’Arno colpì infatti Firenze con un'alluvione poderosa e devastatrice che spazzò via tutti i mulini e le gualchiere, all'epoca collocate su grandi zattere di legno ancorate alle sponde del fiume, una delle cause del disastro fu attribuita proprio alla presenza di quelle strutture produttive lungo il suo corso; si riteneva infatti che insieme alle pescaie che le alimentavano, ne avessero impedito il libero fluire, tanto che il comune deliberò che nessuna nuova gualchiera o mulino potesse essere ricostruito per 400 braccia a valle del Ponte alla Carraia e per ben 2000 a monte del Ponte di Rubaconte." da Firenze e l’Arno: un rapporto difficile. Dalle origini al diluvio del 1333 di Salvina Pizzuoli

Sullo sfondo della Pescaia di Santa Rosa il profilo del campanile di Santo Spirito al centro e la chiesa del Cestello a destra.




Coordinate:   43°46'16.38"N,  11°14'40.36"E           Mappe: Google - Bing



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giovedì 2 marzo 2017

L'Arno, un fiume





Firenze, il greto tra Ponte alla Carraia e la pescaia di Santa Rosa

Potrebbe sembrare uno scorcio di un fiume qualsiasi o addirittura la battigia di un mare con le piccole onde in un giorno di bonaccia invece è l'Arno con la sua fauna aviaria che si riscalda al pallido sole di fine Febbraio. Un fiume che da un lato è vita ma dall'altra parte rappresenta un problema quando si riempie di acqua fino ad esondare. Le alluvioni, un problema da risolvere nei secoli. Leggiamo qui sotto un testo che sembra scritto oggi e non 150 anni fa.

L’ Arno per causa delle frequenti sue inondazioni ha servito, e servirà di materia a varie artistiche discussioni. Gli idraulici più sommi della Toscana, e molti altri stranieri, hanno in vari tempi formati progetti diversi sul trattamento di questo fiume, ora per una parte, ora per l’ altra.

Molti sono quelli fatti di pubblico diritto per liberare la nostra dominante dal disastro delle inondazioni; ma o per la enorme spesa, o per non essere stati creduti efficaci, restarono nell'abbandono, e se alcuno ne fu principiato, non sorti il fine.

Dovremo ora noi perseverare a non far nulla? attenderemo che un'altra piena come quella del 3 novembre 1844 torni a desolare la città nostra? Forse non vi sono modi per provvedervi ?

Non vi è cosa che dir si possa impossibile; vi sono delle strade che conducono a tutte le cose; e se noi avessimo buona ed assoluta volontà, avessimo ancora tutti i mezzi conducenti e necessari. Ognun sa a quali danni rimane esposta questa fiorente città ogniqualvolta l’Arno la invade con i suoi trabocchi: la perdita di merci, cereali, e mobiliare incalcolabile sempre; le strade, i palazzi, e le case ripieni di sordida melletta; inabitabili i sotterranei, ed i piani terreni; corrotte le acque dei pozzi per la miscela con quelle degli smaltitoi, e delle sepolture eziandio; indebolimento delle fabbriche, e talvolta la minaccia di rovina, fornite di lunghe e dispendiose liti tra privati; il commercio ritardato, e compromessa la pubblica salute da epidemiche infezioni; quindi deteriorazione dei ricchi, povertà dei cittadini, rovina totale dei poveri, lo scoramento generale.

Ed all'aspetto di si spaventevoli disastri, seguiteremo a starcene inoperosi? sopporteremo che i nostri figli, i nostri nepoti maledicano nel rinnuovarsi dell’ infortunio alla nostra inerzia? Non sarà minore il rammarico di lasciar loro a dimettere qualche debito, di quello che esporli a deplorare delle vittime, e soggiacere a danni immensi, a perdite irreparabili?

L’ esperienza ha dimostrato che tali infortuni avvengono una volta, o due nel corso di un secolo, ma non sarebbe meglio prevederli, impedirli? Chi ci assicura che a malgrado dei validi lavori ultimamente fatti, del rialzamento, e ingrossamento degli argini, e. a dispetto della sorveglianza che si pratica per la loro conservazione, non siano per rinnuovarsi? La natura é la stessa, mentre noi abbiamo all'opposto ragioni potentissime per indurci a temerla di più, poiché di fronte alle condizioni materiali dell’ Arno, che sono presso che le medesime dei tempi andati, le cause delle inondazioni crescono sempre per lo sfrenato diboscamento dei monti, per il dissodamento delle valli, per la trascurata formazione di serre nei seni montani, e per il conseguente inevitabile rialzamento degli alvei nei fiumi, che comunque voglia impugnarsi anche da soggetti versatissimi nell'arte idrometrica, pure é un fatto che si verifica progressivo e minacciante pericolo, come in futuro si avrà luogo di meglio conoscere sulla livellazione che con saggio provvedimento é stata fatta di tutto il corso dell’Arno, ad insinuazione dell'onorevole idraulico del nostro tempo Commendatore Alessandro Manetti.

Molto vi sarebbe a dire su questo argomento, im prendendo a ragionare dell’Arno dalla sua sorgente, fino al mare; ma essendone stato lungamente trattato da celebri uomini, come Viviani, Perelli, Manfredi, Grandi, Castelli, Guglielmini, Mayer, Ximenes, Morozzi, e vari altri, limiterò le mie riflessioni su quel tratto che Firenze traversa, e dividerò in due articoli questa mia memoria.

Avrà per oggetto il primo di provare l’alzamento del letto del fiume, e di enumerarne le cause.

Comprenderà il secondo i mezzi atti a provvedere alla sua depressione, ed allontanare per sempre isuoi trabocchi in città, ed all’ incanalamento delle acque putride e pluviali della città medesima.

Ho di sopra accennato che una delle cause che produce le alluvioni in Firenze, è il rialzamento del l’Arno nel tronco che la traversa. Vorrei che ciò non fosse, vorrei potere non dividere la mia opinione con quelle dei nostri primi precettori della scenza idraulica, ma come non trovarsi stretti dalle ragioni che ne adduce in conferma il celebre Viviani, segnatamente nel suo discorso al Serenissimo Granduca Cosimo lIl, intorno al difendersi dai riempimenti e corrosioni dei fiumi, applicate all’Arno in vicinanza della nostra città?

Come non curare le osservazioni fatte in proposito da Cornelio Mayer unitamente al Viviani medesimo nella loro relazione allo stesso Cosimo lIl, data dell’anno 1680? Quelle pure dell’ architetto Buontalenti confermate dal Padre Grandi nella sua relazione de’ 30 settembre 1735? Quelle del matematico Perelli nel suo discorso ai Deputati dell’Arno in occasione della visita eseguita in quel fiume nel 1740, e di molti altri versatissimi nella scenza delle acque, che parmi superfluo ricordare?

Non mi permetterò asserire che l’alveo dell’Arno entro Firenze siasi notabilmente elevato di letto quando è compreso tra due confini che sono le pescaje di S. Niccolò, e quella d’ Ognissanti; ma se vero sia che la cresta, o capezzata di quest’ ultima che nel 1803 fu tentato rialzare, sia stata effettivamente rialzata da circa tre quarti di braccio negli anni 1848, e 1849, sopra un progetto dell’ architetto Cacialli, altronde va lentissimo, come ne fanno fede un biglietto della R.

Segreteria di Finanze al Soprintendente Generale delle RR. Possessioni de’ 40 luglio 1848, ed il successivo Rescritto de’ 30 luglio 1849, esistenti in filza N.° 43 registro secondo del 1849, e 1820, nell’ Archivio della soppressa Camera di Soprintendenza Compnitativa di questo Compartimento, credo mi sarà concesso osser vare e rimarcare, che l’ alveo dell’Arno entro città ha subito delle notabili, e visibili alterazioni.

Per non citare quelle che cadono sotto i sensi di tutti, e che sono specialmente i polmoni o greti, fatti più estesi ed alti fra la pescaja di S. Niccolò ed il Ponte alleGrazie, fra questo ed il Ponte Vecchio, ed i banchi di arena e ghiara, che in tempo di acque magre vengono a scuoprirsi tra il Pontealla Carraja e la pescaja d’ Ognissanti, che qualche anno indietro non si scorgevano fuori d’ acqua, mi fermerà su quella striscia di restone, o ridosso, che incominciando dall’angolo che fa il muraglione alla cateratta dei Castellani, si estende fino al Ponte Vecchio, e al disotto ancora di esso.

Quando nel 1849 fu rifondato, e rifatto il terrazzino in testa degli Uffizi sull'Arno, il greto che ora vi si scorge era due braccia circa più basso. Poco inferiormente a quello allorché nel 1794, o 1795, salvo, vennero restaurate le prime mensole che sostengono a collo le fabbriche lungo la via degliArchibusieri, dal punto d’ appoggio di esse al greto, non si contavano meno di braccia quattro e mezzo, ed oggi non vi si conta una distanza maggiore di B.a 1 1/2 , o poco più.

Queste innormalità di superfice sembra strano che si verifichino tra una pescaja e l’altra, dove ragionevolmente, e per regola idrometrica formare si dovrebbe un piano ordinatamente inclinato, ma nel caso nostro la corrente spingendosi più, o meno impetuosa ora a destra, ora a sinistra, ed incontrando degli angoli sporgenti e rientranti, oltre gli ostacoli dei ponti, é possibile che nelle piene, più, o meno forti che durano assai, o che vengono per piogge universali e continue, si faccia talvolta uno sgombro delle deposizioni, e tal volta una mutazione delle medesime da destra, a sinistra, e viceversa, per modo da alterare visibilmente lo stato dell’alveo, senza diminuirne la capacità; ma il greto di cui or faceva parola é stazionario da qualche anno, e vedesi aumentare, anziché decrescere, a scapito della caduta delle fogne provenienti dalla città, ed ho motivo di dubitare che per virtù della corrente venga ad essere depresso, dopoché da qualche anno a questa parte si vedono trasportate dall’ acqua, e depositate sui nostri greti delle pillore di volume molto maggiore che non erano quelle trasportatevi prima del 1833, e 1834 circa, e crederei doversi argomentare che più facilmente si trova oggi esposta e minacciata dalle alluvioni la città nostra, per la ragione appunto, che molte materie ammassate nel tronco d’ Arno che la traversa, oltre ad usurpare un ragguardevole spazio alle acque, ne rallentano la velocità, e crescendo, di volume sono obbligate a distendersi, a penetrare per le fogne, ed a superarne ancora i ripari.

Se si instituisce un confronto tra lo stato attuale dell’ alveo d’ Arno al disotto della pescaja di S. Niccolò, e quello che era 44, o 45 anni addietro, sarà facile distinguere quanto maggiore ammasso di materie vi si riscontri al presente, e quanto vizioso siasi fatto sotto di quella serra il corso dell’ acqua. Ove prima era un fondo alquanto esteso, oggi vi si scorge un polmone che immedesimandosi con la platea della pescaja, ne supera talvolta la cresta con la sua sommità, e gli opifici della Zecca sono per molto tempo dell’anno inattivi, non solo per causa della diversione delle acque, dipendente in parte dall’opera avanzata del già ponte sospeso poco al disopra di essi, ma per la massa straordinaria altresì delle ghiare che si depositano al disotto della pescaja, che ne fanno guazzare le ruote di movimento, per mancanza di cadente. M’ ingannerò, ma credo sarebbe facile venire in cognizione dei diversi rialzamenti instituendo un confronto con le sezioni del fiume che furono eseguite dal ponte S. Trinita fino alla pescaja d’Ognissanti ne’ 34 ottobre 1842, a cura in quel tempo del Dipartimento di ponti e strade, che si trovano riferiti alla scala metrica in marmo situata presso il detto ponte, quali sezioni, che sarebbe utile estendere fino alla pescaja di S. Niccolò, potrebbero in seguito far conoscere delle variazioni cui può andar soggetto il greto del nostro fiume.

da: Fiume Arno entro Firenze memoria di Giuseppe Michelacci - 1864



Coordinate:  43°46'15.53"N,  11°14'47.98"E                     Mappe: Google - Bing



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