Guardando Firenze nei particolari da dietro l'obiettivo di una fotocamera.

mercoledì 7 novembre 2018

Cosa si leggeva nel 1866 della Loggia dei Lanzi





Firenze, Piazza della Signoria

leggiamo di seguito la descrizione di Luigi Passerini della Loggia dei Lanzi in un brano tratto dal suo libro Curiosità storico-artistiche fiorentine del 1866 

LA LOGGIA DELLA SIGNORIA
Quel sistema di vita pubblica ch'era proprio dei nostri padri, come diè motivo alla costruzione delle loggie che presso i loro palazzi inalzarono le più doviziose, tra le famiglie fiorentine, tanto di origine magnatizia che popolare, spinse pure il Comune a edificarne una che servisse per quegli atti che alla presenza di tutti dovevano consumarsi.
Solevano i ricchi celebrare nella domestica loggia gli avvenimenti più solenni delle loro famiglie, quelli che dovevano avere l'intiero popolo per testimone : quali, a mo' d'esempio, le scritte nuziali ; gli atti più importanti di compra e vendita ; le donazioni ; i conviti, infine , e le feste che celebravansi per solennizzare il conseguimento del grado equestre o qual altro si voglia fausto avvenimento domestico.
Del pari non pochi erano gli atti che obbligavano la Signoria a presentarsi ai proprii concittadini sulla ringhiera ch'era posta dappresso alla porta principale del suo palazzo; su quella ringhiera che con improvvido consiglio fu atterrata mentre in Firenze regnavano i Napoleonidi, e che dovrebbesi ricostruire quando si volesse rendere il suo vero carattere a quell'insigne monumento. La necessità di convocare il popolo a parlamento ; il bimestrale succedersi del gonfaloniere di giustizia e dei priori; la pompa voluta per dare il bastone del comando ai capitani che dovevano guidare l' oste nel campo , e per  decorare della dignità cavalleresca i benemeriti della patria; erano circostanze tutte che obbligavano i rappresentanti della repubblica a sedersi al cospetto della intiera popolazione. Ma gli ardori della estiva stagione e il caso non infrequente che si dovessero per incessante pioggia sospendere, ossivvero consumare con grave incomodo quegli atti solenni, fecero por mente alla convenienza di costruire un luogo coperto che servisse ai molteplici bisogni della vita pubblica ed alle ceremonie ch'erano una conseguenza del reggimento a comune.
Fu incominciato a parlarne intorno alla metà del secolo XIV, ed il decreto che stabilì la costruzione della loggia fu vinto nel consiglio maggiore il 21 novembre 1356 : ma ignoro i motivi che ne sospesero l'attuazione per ben venti anni. Vuolsi che Andrea Orcagna ne facesse il disegno e il modello; lo asserisce il Vasari e lo ripetono quanti scrissero dopo di lui : ma certamente non potè l'illustre architetto presedere alla fabbrica, essendo egli di già morto nel 1368, più di otto anni prima che si comprassero, le case dei Baroncelli e le altre che furono demolite per dar luogo alla loggia.
Può ben darsi ch' ei ne avesse, pria di venire a morte, fatto il modello; ma chiunque è pratico in arte converrà meco che male può concepirsi il disegno di un edifizio quando non si conosce il luogo su cui dev'essere costruitole che ben spesso tali e tante sono le variazioni che vi si apportano nell'eseguirlo che poco o nulla rimane del primitivo concetto. Risulta dai documenti che Benci di Cione e Simone di Francesco Talenti furono i capo maestri preposti alla fabbrica allorchè vi fu posta mano nel 1376 : ambedue artisti famosi che molto lavorarono a Or-San-Michele ed al palazzo dei Potestà. Fu il primo valente magistrato, e sempre condotto al campo per dirigere le opere di assedio intraprese per la repubblica ; quanto valesse nella sua arte il Talenti, lo dicono i belli e ricchi ornati che chiudono le lunette delle loggie di Or-San-Michele, non meno che la semplice ed elegante facciata della chiesa ora dedicata a S. Carlo. Ambidue erano ben capaci d' immaginare il progetto della bella loggia che forma soggetto di questo articolo: e mi fa supporre che ad essi se ne debba il disegno il sapersi che anche nel 1379, e più tardi, il Talenti modellava i capitelli dei grandi pilastri egli altri ornati, mentre Iacopo di Paolo e poi Lorenzo di Filippo dirigevano le costruzioni murarie. Antonio di Puccio di Benintendi, del popolo di S. Michele Visdomini, era il capo dei muratori, e da lui furono costruite le volte: e mi piacque notarlo, perchè da quell'uomo appunto deriva una delle case Fiorentine che furono molte ricche di sto ria perdurante la supremazia e il governo dei Medici; la famiglia dei Pucci.
Ideò l' architetto che nell' alto della loggia dovessero figurare li stemmi del Comune ed ancora le virtù teologali e le cardinali, siccome quelle che devono essere la base di qualunque ben ordinato reggimento: e perciò, mentre le armi si allogavano a Nicolò di Piero Lamberti scultore aretino , si ordinava il disegno delle figure ad Agnolo di Taddeo Gaddi. Egli diè compiti i cartoni intorno al 1383, e poco dopo si affidavano le scolture ai più pregiati tra quei maestri che aveano prestata per il Duomo l'opera loro; appunto perchè agli Operai di S. Maria del Fiore erasi commessa la sorveglianza ai lavori che si facevano per questa loggia. A Giovanni d'Ambrogio si diè a fare la figura della Giustizia in bassorilievo nel 1384, e più tardi quella della Prudenza: si allogarono a Giovanni di Fetto la Fortezza e la Temperanza, nell' anno istesso; ma non potendo per la vecchiezza condurre a termine quelle scolture, si dettero nel 1385 a compiere a Iacopo di Piero Guidi, del popolo di S. Apollinare, il quale avea già dato prova eccellente di sè nell' effigiare la Speranza e la Fede. La Carità, ch' erasi immaginato di con durre in alto rilievo, per porsi sotto di un tabernacolo situato nel centro della parte che è volta ad Oriente, fu assegnata a Luca di Giovanni valente artista senese; ma dopo due anni gli fu ritolta, perchè non avea per'anche posto mano al lavoro, e data a farsi a Piero di Giovanni del Brabante. Egli pure assunse l' incarico, ma non potè condurlo a buon fine; e nel 1388 chiese di esserne esonerato stantechè troppo lo aggravavano le commissioni avute per S. Maria del Fiore: e fu allora che anche di questa statua fu affidata la esecuzione a Iacopo di Piero Guidi. Poste tali figure ai luoghi destinati, volle l'archi tetto che fossero maggiormente decorate : e perciò, dopo che frate Leonardo monaco di Vallombrosa le ebbe con tornate di vetri colorati di azzurro, fu ordinato a Lorenzo di Bicci di colorirle al naturale e di lumeggiarle e di arricchirle coli oro. Compievansi i lavori intorno al 1387, nel qual' anno si lastricava la loggia, e si ponevano a pie dei pilastri le statuette dei leoni e leonesse sedenti lavorati dal più volte rammentato Iacopo Guidi.
Non è mio intendimento di esporre i fatti dei quali è stata testimone la loggia , avvegnachè io volli soltanto rammentare le notizie artistiche che vi hanno rapporto, onde non vadano perdute quelle che nei miei studi ho avuto la fortuna di ritrovare ; abbenchè di alcune avesse già il Baldinucci fatto tesoro. Rimase la loggia sgombra di statue fino ai tempi del Principato Mediceo; e soltanto dopo la metà del secolo XVI fu pensato a collocare sotto le grandi arcate quei tre meravigliosi gruppi che basterebbero a formare il decoro di qualsivoglia città. Primo per data è quel di Giuditta che calpesta il cadavere di Oloferne a cui ha troncata la testa. Lo scolpì Donatello d'ordine di Cosimo il vecchio dei Medici, e fu conservato nel palazzo che fu proprio di questa casa fino al 1494 : nel quale anno, cacciati i Medicei, fu di là tolto e collocato presso la porta del palagio della Signoria, al principio della ringhiera. Gli fu data una tale destinazione perchè lo si volle emblema di libertà; quasichè nella donna forte si fosse voluto simboleggiare la repubblica che si sbarazza del suo tiranno: e per questo non solo vi si vollero scritte al di sotto le memorabili parole exemplum salutis publicae cives posuere; ma si pensava ancora di scolpirvi alcuni distici che spiegano in più decisi termini l'intendimento dei riformatori del Comune; distici che in un codicetto sincrono esistente presso di me si attribuiscono a frate Girolamo Savonarola. ' Fu tolta di quel luogo nel 1504 per dar posto al David di Michelangiolo; e fu collocata allora in una nicchia apposita mente scavata nel muro del primo cortile, di faccia alla porta: ove rimase fino a dopo il 1560, cioè finacchè non fu messa dove attualmente si trova. In quel tempo avea Benvenuto Cellini collocato sotto di una delle arcate il suo Perseo : opera insigne che si è voluta, più al dì d'oggi che in antico, destinata a rappresentare la caduta della repubblica per opera di casa Medici; appunto perchè i soliti sognatori di favole genealogiche hanno preteso di asserire sul serio che la casa Medicea derivò da quel semideo, e che le palle del suo stemma altro non sono che i pomi degli orti Esperidi. Non molto dopo, intorno al 1585, Giovanni Bologna, scolpì il ratto delle Sabine, e lo fece per l'arcata che restava vuota : ma dopo quel epoca nulla vi fu innuovato fino alla seconda metà del secolo scorso; perchè data appunto di quel tempo la collocazione delle Vestali qua recate dalla villa Medicea di Roma, e dei due leoni posti all' ingresso, uno di antica scultura romana, e l'altro scolpito da Flamminio Vacca ad imitazione di quello. Ma al porre sotto le loggie cotali avanzi dell'antica arte romana si ebbe in mira principalmente di non occuparne l' area , diminuendone le proporzioni grandiose, e perciò fu savio divisamento, degno di quei valentuomini che furono il Paoletti e il Salvetti, di disporli lungo le pareti.
Quel che non erasi fatto nel secolo scorso lo si volle fatto nel nostro, e con poco criterio, a mio avviso, si posero nel centro, e l' Ercole che uccide il centauro di Giovanni Bologna, e l'Aiace che sostiene Patroclo morente , frammento preziosissimo dell' arte greca ridotto come oggi si vede dallo scultore Stefano Ricci. Peggio ancora si fece nel 1859, quando si concesse al cav. Ignazio Villa di collocare quei suoi barometro e termometro alle pareti; che fin d'allora furono con molto spirito qualificati per due mosche di Milano attaccate all'infermo edifizio.

Da Curiosità storico-artistiche fiorentine Di Luigi Passerini - 1866


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giovedì 1 novembre 2018

Gli strumenti astronomici di Ignazio Danti sulla facciata della Basilica di Santa Maria Novella





Firenze, Piazza Santa Maria Novella, Basilica di Santa Maria Novella



Tra il 1572 e il 1575, sulla parte destra della facciata della Basilica di Santa Maria Novella, il cosmografo Ignazio Danti (Perugia 1536-1586) installò sulla facciata della Basilica di Santa Maria Novella ben tre strumenti astronomici: un grande quadrante con orologi solari, un'armilla equinoziale, e un foro gnomonico per una meridiana a camera oscura. Questi strumenti avevano lo scopo di favorire nuovi calcoli astronomici destinati al progetto di riforma del calendario giuliano che avrebbe dovuto ristabilire definitivamente la data liturgicamente esatta della Pasqua e delle annesse feste mobili. Danti era convinto che i problemi dell'epoca, relativi al calendario, richiedessero una revisione completa di ciò che si conosceva sui movimenti del Sole. Favorito dal mecenatismo di Cosimo I de' Medici (Firenze, 1519 – 1574), sostenitore del progetto di riforma poi attuato da Gregorio XIII, Danti spese i suoi ultimi anni fiorentini nella costruzione di questo monumento di astronomia.

"... Ritornato in Firenze, tolse nuovamente ad ammaestrare la gioventù fiorentina nelle matematiche, dando opera nel tempo stesso a'diletti suoi studi della astronomia e della cosmografia, nel suo convento di Santa Maria Novella, ove Cosimo dei Medici lo onorava sovente di visita, piacendosi di vederlo operare mappamondi, astrolabii, ed altri così fatti lavori. Frutto di questi studi fu un' opera che egli fece di pubblica ragione in quello stesso anno 1569, intitolata, Dell'uso e fabbrica dell'astrolabio. Nel 1572 delineava il primo Gnomone sulla facciata di Santa Maria Novella. Nel 1573 voltava in italiano il Trattato della Sfera di Proclo Liceo, e lo intitolava al cardinale Ferdinando de' Medici, suo discepolo negli studi delle matematiche. In quell'anno medesimo pubblicava la Prospettiva di Euclide e quella di Eliodoro Larisseo. Con le quali opere quanto servigio rendesse agli studiosi delle buone arti, non è chi possa disconoscere. Nel 1574 delineava il secondo Gnomone sulla facciata di Santa Maria Novella. In questo mentre, il Granduca Cosimo I, il quale avea fatti costruire alcuni grandi armadi per riporvi tutti gli oggetti preziosi di arti e di antichità che egli con grandissimo dispendio andava raccogliendo, pregò il Padre Ignazio a delinearvi e colorirvi con ogni possibile accuratezza e con le dovute proporzioni, le carte geografiche di tutta Europa; e il Danti ne lo compiacque, conducendo a termine tutto quel lavoro con sua lode bellissima; onde scrisse il Vasari, che di quella professione non è stata mai per tempo nessuno fatta opera nè la maggiore nè la più perfetta. Ci avverte però il Padre Serafino Razzi, che del Padre Ignazio Danti è solamente il disegno di tutto questo sterminato lavoro; ma che lo fece colorire sotto la sua direzione da' suoi giovani, non consentendogli forse le gravissime sue occupazioni di eseguirlo egli stesso. Queste tavole geografiche rimangono tuttavia nel Palazzo Vecchio e noi, in luogo di riportare la prolissa descrizione che ne porge il Vasari, stimiamo far cosa grata ai nostri leggitori offerendo loro il giudizio che di questo importante lavoro del Danti profferiva l'egregio geografo Marmocchi...."

Da Memorie dei più insigni pittori, scultori e architetti dominicani,  Vincenzo Marchese, ‎Le Monnier - 1854


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mercoledì 24 ottobre 2018

Piazza Padella e lo stemma della famiglia Pasquali





Firenze, via dei Rondinelli e via degli Agli

Lo stemma della famiglia Pasquali "d'azzurro, al cervo rampante d'argento, avente fra le zampe anteriori una stella a otto punte d'oro", tridimensionale, qui raffigurato, in quanto scolpito in pietra serena, posizionato sullo spigolo del palazzo che si trova tra via dei Rondinelli e via degli AgliI Pasquali, la cui presenza a Firenze è attestata nella prima metà del Trecento, vengono fatti risalire a Tommaso e Francesco figli di Pasquale. I mestieri esercitati tradizionalmente dai membri della famiglia Pasquali furono quelli di barbiere, cerusico e medico.
Il palazzo fa angolo con piazza degli Antinori e prosegue lungo via degli Agli. Nella sua attuale configurazione l'edificio fu definito sotto il granduca Cosimo I  (Firenze, 1519 – 1574) per Giovanni Pasquali, medico della famiglia Medici, inglobando o comunque occupando un'area dove erano già due antiche case proprietà degli Aldobrandini di Lippo, passate ai Venturi nel 1457, quindi ai Petrini nel 1541 e, grazie al matrimonio di Lucrezia Petrini con Giovanni Pasquali, a quest'ultima famiglia. (Repertorio delle architetture civili di Firenze).


L'antica Piazza Padella
Questa piazza, ora del tutto sparita e convertita in tanti chiassoli, quali sono quelli dietro il palazzo Pasquali nella via teatina che porta al giardino Orlandini, si estese un tempo per tutto lo spazio occupato dal convento dei Teatini, nel quale fu in gran parte occupata per volere di Ferdinando I [Firenze, 1549 – 1609]. - Il Vasari [Arezzo, 1511 – 1574] nomina questa piazza parlando, nella via di Lapo, dell'innovazione della chiesa di S. Michele e Gaetano - Il Migliore dice che la Repubblica avea decretato nel 1329 tenervi quivi un postribolo, ma quel decreto non ebbe effetto e fu di poca durata, perchè l'Ammirato scrive che nell'anno 1486 nelle nozze di Lorenzo Tornabuoni con Giovanna di Maso degli Albizzi, ballarono sulla piazza Padella cento delle prime Gentildonne di Firenze. - Al certo quella illustre famiglia, che qui prossime avea le case, non avrebbe prescelto questo luogo se fino allo stato fosse un pubblico postribolo.
Da "Il Fiorentino istruito nelle cose della sua patria - Calendario per l'anno 1847" - Cavagna Sangiuliani di Gualdana, Antonio, conte.


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venerdì 19 ottobre 2018

La statua dell'Abbondanza in Boboli






"... Fa centro il fonte ad un piano praticabile, intorno a cui come in teatrale recinto, vedonsi in acconcia maniera e simetrica, tenute dall' arte quattro ripide collinette vestite d'erbe e fiori campestri, e vario-coloriti licheni. Servono esse di margine a sei piani, che van parimente in giro a diverse altezze, tenuti in parte a guisa di prati naturali, in parte con variatissime specie d'alberi, e in parte a foggia di domestiche vigne. Lo stradone interrotto dal gran vivajo, che pur coincide colla linea centrale al Palazzo, prosegue dopo il descritto piano con tre spaziose scalinate, che accompagnando il pendìo delle collinette conducono ad altra men ripida pendice, che finisce col Giardino e colle Mura della Città. 

Ha termine la pendice ove si erge maestosa su gran piedestallo corintio la colossale statua dell'Abbondanza, facendo anche essa prospetto al gran Cortile de' Pitti, e campeggiando in uno spazioso gruppo di lecci, che quasi per metà la circondano a qualche distanza. Lo scultore Giov. Bologna  (Jean de Boulogne, Douai, 1529 – Firenze, 1608) la incominciò, ma cessato di vivere nel 16o8, e lasciatala imperfetta, fu terminata da Pietro Tacca  (Carrara 1577 – Firenze 1640) di lui scolare. Par che a tale effetto si valesse molto dell'opera di Sebastiano Salvini. 

Destinata in origine a rappresentare la Regina Giovanna d'Austria moglie del G. Duca Francesco I (Firenze, 1549 – 1609), e quindi per varie vicende mutato il progetto, con la giunta di alcuni attributi fu cambiala in una Abbondanza, ed in occasione delle nozze di Ferdinando II colla Principessa Vittoria della Rovere, fu inalzata nel 1636, dov' è presentemente, rammentandolo l'iscrizione del Piedestallo, che ancor palesa esservi stata posta in memoria della prosperità goduta dalla Toscana sotto il governo di Ferdinando II, mentre quasi tutta l'Europa era afflitta da miserie e   a guerra. 




Prendendo il cammino a sinistra si trovano coltivazioni amenissime di pomari, di vigne, di campi tenuti all'uso Toscano, che danno la vera idea della nostra maniera di coltivare. Le cortine della fortezza di Belvedere, alcune muraglie di confine a levante, e una gran porzione di bosco naturale, contornano i campi indicati. Risiede in mezzo ad essi, ed in eminenza a guisa delle nostre Ville di campagna, un galante Casino, che vien detto comunemente il Caffeaos: voce che vien dal tedesco, quasi dicesse la casa del Caffé [Kaffeehaus]. Vi è sottoposta una grotticella formata di massi irregolari, da' quali cade uno stillicidio d'acqua, che par veramente naturale d'un luogo umido...."

Da "Descrizione del Giardino Reale detto di Boboli - Francesco Maria Soldini - 1789 - Pagina 22  


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lunedì 8 ottobre 2018

Il Putto con Delfino del Verrocchio





Firenze, Palazzo Vecchio, Cortile di Michelozzo

VITA DI ANDREA DEL VERROCCHIO
pittore, scultore ED ARCHITETTO FIORENTINO. 

Andrea del Verrocchio [Firenze, tra il 1474 e il 1437  - Venezia, 1488)], fiorentino, fu nei tempi suoi orefice, prospettivo, scultore, intagliatore, pittore e musico. Ma in vero, nell'arte della scultura e pittura ebbe la maniera alquanto dura e crudetta, come quello che con infinito studio se la guadagnò più che col benefizio o facilità della natura. La qual facilità sebben gli fusse tanto mancata quanto gli avanzò studio e diligenza, sarebbe stato in queste arti eccellentissimo, le quali a una somma perfezione vorrebbono congiunto studio e natura ; e dove l'un de' due manca, rade volte si perviene al colmo; sebben lo studio ne porta seco la maggior parte, il quale perchè fu in Andrea, quanto in alcuno altro mai, grandissimo, si mette tra i rari ed eccellenti artefici dell'arte nostra.



...
Fece anco a Lorenzo de' Medici (1449 - 1492) per la fonte della villa a Careggi un putto di bronzo che strozza un pesce, il quale ha fatto porre, come oggi si vede, il signor Duca Cosimo alla fonte che è nel cortile del suo palazzo [Palazzo Vecchio], il qual putto è veramente maraviglioso.
Quel vezzosissimo fanciullo alato tiene sotto il braccio e stringe al corpo un giovine delfino che vigorosamente si dibatte, e dalle cui narici zampilla l'acqua. Non si può vedere cosa più gaia, nè più vivace della espressione del volto e della movenza di questo putto, nè è  facile tra i getti moderni incontrare uno sì ben trattato nella materia, e che sia come questo di uno stile degno da servir di modello. Con tutto che la movenza appaia  mezzo volante, mezzo slanciantesi, pure ben si vede che il gruppo da più parti sporgente, riposa sempre sul proprio centro di gravità. Con felice accorgimento l'artefice  rivestì il putto di una rotonda pienezza, e dette al pesce ed alle ali, che sono le parti più rilevate, una certa acutezza di angoli. Questa stupenda opera nel rinettamento dei tubi della fontana, è stata sgraziatamente spogliata della bella patina di cui il tempo l'aveva ricoperta; onde son derivate certe durezze, che i futuri ammiratori  attribuiranno, non già all'artefice, ma all' artistica baro barie del nostri tempi.

Da Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori -  Giorgio Vasari (Arezzo, 30 luglio 1511 – Firenze, 27 giugno 1574) Prima pubblicazione: 1550



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lunedì 1 ottobre 2018

Il furgone Citroën di Marina





Firenze, Palazzo Strozzi

Nel cortile di Palazzo Strozzi è parcheggiato il furgone Citroën in cui  Marina Abramović (Belgrado, 30 novembre 1946) ha  vissuto con l’artista tedesco Ulay con cui nasce un rapporto sentimentale e professionale nel 1975. 
Dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 Palazzo Strozzi ospita una grande mostra dedicata a Marina Abramović, una delle personalità più celebri e controverse dell’arte contemporanea, che con le sue opere ha rivoluzionato l’idea di performance mettendo alla prova il proprio corpo, i suoi limiti e le sue potenzialità di espressione. L’evento si pone come una straordinaria retrospettiva che riunisce oltre 100 opere offrendo una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli anni Sessanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance attraverso un gruppo di performer specificatamente formati e selezionati in occasione della mostra.



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mercoledì 26 settembre 2018

Michele di Lando





Firenze, Piazza del Mercato Nuovo, Loggia del Mercato Nuovo, Statua a Michele di Lando


Note storiche L'opera fu realizzata nell'ambito di un progetto volto a ornare le nicchie della  Loggia del Mercato Nuovo con statue celebrative di personaggi illustri, in analogia e completamento ideale dell'impresa che aveva visto tra il 1842 e il 1858 popolarsi il loggiato degli Uffizi con le effigi dei grandi toscani, e, come chiarito dagli stessi promotori dell'impresa, anche in ragione delle polemiche suscitate negli anni seguenti in merito ai personaggi comunque celebri che erano stati esclusi dal ciclo
La scultura in questione raffigura Michele di Lando (Firenze, 1343 – Lucca, 1401), e fu affidata per l'esecuzione a Antonio Bortone (Ruffano, 13 giugno 1844 – Lecce, 2 aprile 1938)  nel 1895, quindi inaugurata il 31 agosto 1895. Il personaggio - in ragione del suo ruolo storico che lo vide fautore e capo della rivolta dei Ciompi [tra il giugno e l'agosto del 1378]- è raffigurato eretto, a capo scoperto, mentre porta al petto la mano sinistra e con la destra stringe uno stendardo, segnato al vertice dall'asta dal giglio fiorentino. (Da Repertorio delle architetture civili di Firenze)

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lunedì 17 settembre 2018

Il Perseo del Cellini





Firenze, Piazza della Signoria, Loggia dei Lanzi

"Il nostro duca di Firenze in questo tempo, che eramo del mese d‘ agosto del 1545, essendo [duca, Cosimo I (Firenze, 1519 – 1574), al Poggio a Caiano: descrive a lui e alla duchessa, D. Eleonora di Toledo (Alba de Tormes, 1522 – Pisa, 1562) ] al Poggio a Caiano, luogo dieci miglia discosto di Firenze, io lo andai a trovare, solo per fare il debito mio, per essere anch’io cittadino fiorentino, e pcrchè i mia antichi erano stati molto amici della casa de‘ Medici, ed io più che nessuno di loro amavo questo duca Cosimo. Siccome io dico, andai al detto 
Poggio solo per fargli reverenza, e non mai con nessuna intenzione di fermarmi seco. 
E siccome Dio che fa bene ogni cosa, a lui piacque, che veggendomi il detto duca, dipoi fattomi molte infinite carezze, e lui e la duchessa mi dimandorno delle opere che io avevo fatte al re: alla qual cosa volentieri, e tutte per ordine io raccontati. Udito ch’egli mi ebbe, disse, che tanto aveva inteso, che così era il vero; e da poi aggiunse in atto di compassione, e disse: Oh poco premio a tante belle 
e gran fatiche! Benvenuto mio, se tu mi volessi fare qualche cosa a me, io ti pagherei bene altrimenti, che non ha fatto quel tuo re, di chi per tua buona natura tanto ti lodi.
A questo mi rispose, che arebbe voluto da me, per una prima opera, solo un Perseo: questo era quanto lui aveva di già desiderato un pezzo; e mi pregò, che io gnene facessi un modelletto. Volentieri mi messi a fare il detto modello, ed in brevi settimane finito l’ ebbi della altezza di un braccio in circa: questo era di cera gialla, assai accomodatamente finito; bene era fatto con grandissimo istudio e arte. Venne il duca a Firenze, e innanzi che io gli potessi mostrare questo detto modello, passò parecchi di, che proprio pareva che lui non mi avessi mai veduto né conosciuto, di modo che io feci un mal giudizio de‘ fatti mia con Sua Eccellenza: pur da poi, un di dopo desinare, 
avendolo io condotto in nella sua guardaroba, lo venne a vedere insieme con la duchessa e con pochi altri signori. Subito vedutolo, gli piacque, e lodollo oltramodo; per la qual cosa mi dette un poco di speranza, che lui alquanto se ne intendessi. Da poi che l’ ebbe considerato assai, crescendogli grandemente di piacere, disse queste parole: Se tu conducessi, Benvenuto mio, così in opera grande questo piccol modellino, questa sarebbe la più bella opera di piazza. Allora io dissi: Eccellentissimo 
mio signore, in piazza sono le opere del gran Donatello, e del maraviglioso Michelagnolo, quali sono istati dua li maggior uomini dagli antichi in qua; per tanto Vostra Eccellenza lllustrissima dà un grande animo al mio modello, perché a me basta la vista di far meglio l'opera, che il modello, più di tre volte.
A questo fu non piccola contesa, perché il duca sempre diceva, che se ne intendeva benissimo, e che sapeva appunto quello che si poteva fare: a questo io gli dissi, che le opere mie deciderebbono quella quistione e quel suo dubbio, e che certissimo io atterrei a sua eccellenza molto più di quel che io gli promettevo, e che mi dessi pur le comodità, che io potessi fare tal cosa; perché, sanza quelle comodità, io non gli potrei attenere la gran cosa, che io gli promettevo. A questo Sua Eccellenza mi disse, che io facessi una supplica di quanto io gli domandavo, ed in essa contenessi tutti i mia bisogni, che a quella amplissimamente darebbe ordine. Certamente che se io fussi stato astuto a legare per contratto tutto quello, che io avevo di bisogno in queste tutto quello, che io avevo di bisogno in queste mia opere, io non arei auto i gran travagli, che per mia causa mi son venuti; perché la volontà sua si vedeva grandissima si in voler fare delle opere, e si nel dar buon ordine a esse: però non conoscendo io, che questo signore aveva più modo di mercatante che di duca, liberalissimamente procedevo con Sua Eccellenza come duca, e non come mercatante. Fecigli le Suppliche, alle quali Sua Eccellenza liberalissimamente rispose. Dove io dissi: Singolarissimo mio padrone, le vere Suppliche ed i veri nostri patti non consistono in queste parole, né in questi scritti, ma si bene il tutto consiste, che io riesca con le opere mie a quanto io le ho promesse; e riuscendo, allora io mi prometto che Vostra Eccellenza Illustrissima benissimo si ricorderà di quanto la promette a me. A queste parole invaghito Sua Eccellenza e del mio fare e del mio dire, lui e la duchessa mi facevano i più isterminati favori, che si possa immaginare al mondo. Avendo io grandissimo desiderio di cominciare a lavorare, dissi a Sua Eccellenza, che io avevo bisogno d’ una casa, la quale fassi tale, che io mi vi potessi accomodare con le mie fornacette, e da lavorarvi le opere di terra e di bronzo, e poi, appartatamente, d’ oro e d’ argento; perché io so, che lui sapeva quanto io ero bene atto a servirlo di questo tali professioni; e mi bisognava istanze comode da poter fare tal cosa." 

Da "La Vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze", scritta tra il 1558 e il l 1567 .
Benvenuto Cellini (1500-1571)


Coordinate:   43°46'8.91"N,  11°15'20.58"E                     Mappe: Google - Bing


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lunedì 10 settembre 2018

La strana piccola testa del Duomo





Firenze, Duomo

Sul lato sinistro del Duomo vediamo tre grandi teste apotropaiche appoggiate su degli emipilastri, due hanno sembianze apparentemente umane e una terza ha le fattezze leonine. Quella testa umana, che è più lontana dalla facciata e quindi più vicino alla cupola del Brunelleschi retrostante, si atteggia a gridare inorridita per sempre, chissà perché, ed ha al suo fianco sinistro un particolare che non è visibile dal basso il che fa presumere che sia stato messo lì per qualche motivo nascosto che però ci sfugge. Sembra essere la testa di una persona dalle sembianze vagamente feline, di gatto, con una pettinatura strana, ma potrebbe rappresentare proprio semplicemente un gatto. Potrebbe anche essere la caricatura di qualcuno, magari dello stesso scalpellino che l'ha realizzata o chissà chi o potrebbe essere il gatto di bottega che ha ispirato l'artista tanto da volerlo immortalare con una scultura tanto in alto. Già abbiamo visto che il Duomo accoglie tante altre teste di animali, buoi, cani, soprattutto leoni, e dopotutto mancava il gatto.





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lunedì 3 settembre 2018

L'orologio della Torre di Arnolfo





Firenze, Palazzo Vecchio

Sul lato della Torre di Arnolfo (Arnolfo di CambioColle di Val d'Elsa, 1232 o 1240 circa – Firenze,  1302-1310 circa) di Palazzo Vecchio che guarda verso Piazza della Signoria è collocato l’antico orologio, uno dei più grandi al mondo, voluto dal Granduca Ferdinando II de' Medici (Firenze, 1610 – 1670) per rendere omaggio a Galileo  (Pisa, 1564 – 1642) ed alle sue invenzioni nel campo dell’orologeria. Infatti l’orologio presenta lo scappamento e il pendolo regolatore inventato da Galileo e fu proprio su questo tipo di orologio che il Granduca pianificò un programma per la regolazione di tutti i segnatempo della Toscana.  

A tal fine, nel 1665 il Granduca dette incarico all’orologiaio di corte J.P. Treffler  (Augusta, 1625 –  1698) di realizzare il nuovo orologio che doveva sostituire il vecchio orologio fatto dal fiorentino Nicolò Bernardo nel 1353, in un’officina in una via in prossimità del Duomo che da allora venne chiamata Via dell’Oriuolo. La costruzione di questo orologio ad Augusta da Georg Lederle su indicazioni di Treffler fu completata nel 1667 e lo stesso Treffler lo trasportò, su quattro carri trainati da buoi, nell’estate dello stesso anno a Firenze.
Gli anni passano, e ad essi succedono i secoli, quindi risulta necessario curare ciò che è invecchiato ed è per questo che il Comune ha deciso di restaurare l'opera per renderla ancora adatta a sopravvivere anni e secoli.




Coordinate: 43°46'9.20"N, 11°15'21.20"E                     Mappe: Google - Bing 



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