Guardando Firenze nei particolari da dietro l'obiettivo di una fotocamera.

giovedì 23 marzo 2017

La 'casa rossa' del Villa




Firenze, Via del Prato 2



Non è un palazzo antichissimo, ha poco più di cento cinquanta anni e meno di duecento essendo stato realizzato attorno al 1850-1852 dall'architetto Ignazio Villa (1813 - 1895) per il duca Scotti di Milano. Qui lo stesso Villa, nonno materno del pittore Mario Sironi (1885 - 1961),  ebbe per un certo periodo il proprio studio di architettura e scultura. Lo stile eteroclito per Firenze neo gotico appare oggi alquanto diverso nell'aspetto originario ottocentesco il cui ricordo resta grazie ad una stampa di D. Cellesi del 1853, infatti un forte rimaneggiamento che ne ha appiattito le decorazioni architettoniche esteriori, guglie, pinnacoli, ghirigori, e cambiata quella tinteggiatura che indusse  i fiorentini a definire e soprannominare l'edificio 'casa rossa'.

Nella stampa qui sotto riportata vediamo come la 'casa rossa' fosse allora situata in un punto strategico per ammirare la Corsa dei Barberi. A sinistra si vede un angolo della Loggia Reale o Granducale.

Palazzo in Firenze sul Prato dello scultore Ignazio Villa, 1853- D.Cellesi


Coordinate:   43°46'28.16"N,  11°14'35.00"E                    Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  



lunedì 20 marzo 2017

Per la Corsa dei Barberi





Firenze, Via del Prato di Ognissanti 3r


All'inizio di via del Prato, via che porta fuori città attraverso l'omonima Porta a Prato, c'è una Loggia edificata in pietra tra il 1819 e 1827 la Loggia Reale denominata anche Loggia Granducale o Terrazzino Reale. Su progetto dell'architetto Luigi de Cambray Digny  (Firenze, 1778 – Firenze, 1843), in sostituzione di una precedente struttura in legno eretta per consentire alla corte granducale di assistere alla corsa dei barberi, nel periodo in cui questa aveva 'le mosse' presso la Porta al Prato.



Da: 
Marietta de' Ricci, ovvero Firenze al tempo dell'assedio: Racconto Storico, Volume 4 Di Agostino Ademollo (1799-1841), Luigi Passerini (1816-1877) – Pubblicato 1845

In oggi le Corse Dei Barberi si fanno nella strada che dalla porta al Prato conduce alla porta alla Croce. Per questo a comodo maggiore della Corte del Granduca, sulla piazza del Prato nell' angolo che conduce alla Porticciuola, fu edificato un terrazzo con somma eleganza adornato di architetture in pietrame, dietro il disegno del Cavaliere Conte Luigi De Cambray-Digni , e fu ornato di pitture eseguite dal Professore Luigi Ademollo mio padre.
La corsa di S. Anna fu soppressa; quella di San Vittorio è stata rimessa alla Domenica nell'ottavario di Giovanni; così le tre corse principali di Barberi che si fanno in Firenze cioè di S. Giovanni, di S. Pietro e di S. Vittorio si eseguiscono in otto giorni con maggiore spasso dei cittadini e dei forestieri. Altri due palj si facevano in Firenze nei primi due giorni di Agosto, ordinati da Cosimo I per umiliare i Fiorentini e rammentare le disfatte degli amici della libertà a Gavinana, a Montemurlo e a Marciano. Il primo giorno il palio era corso dagli Asini che si facevano partire da Annalena per giungere alla Colonna di S. Felice. Ivi era inalzata un' antenna dalla quale pendevano due paperi che si donavano a chi primo giungesse a staccarli. L'indomani nel solito luogo correvasi il palio dei cavalli. La dinastìa Lorenese appena giunse al trono della Toscana abolì questi palj che più degradavano coloro che gli ordinarono e gli tollerarono, che la memoria dei valorosi periti, in difesa della santità dei proprj diritti. Accanto al Terrazzo del Principe sul Prato, quella lunga fila di case tutte ad un' ordine fu edificata sopra alcuni Tiratoj dell'arte della Lana sotto Cosimo I, che le incommendò nell' ordine di S. Stefano.
Di faccia, il Casino Corsini appartenne agli Acciajoli. Uno spedale era nel luogo del Convento soppresso Di S. Anna, dove vennero le donne di Verzaja fuori della porta San Frediano, dopo che fu rovinato il loro Convento nell'occasione dell'assedio.



Coordinate:   43°46'27.77"N,  11°14'33.95"E                    Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  




giovedì 9 marzo 2017

Era la stazione ferroviaria Maria Antonia ora è ...




Firenze, Piazza della Stazione Centrale

L'edificio della Stazione Centrale, Santa Maria Novella,  insiste nel luogo dove era la stazione ferroviaria Maria Antonia, inaugurata il 3 febbraio 1848. Rivelatasi oramai insufficiente la struttura ottocentesca, tra il 1930 e il 1931, su incarico del Servizio Lavori della direzione generale delle Ferrovie, si dette il via ad un progetto redatto dall'ingegnere Angiolo Mazzoni. Questo, pur essendo stato approvato dal Consiglio superiore delle Belle Arti, suscitò tali polemiche da portare a bandire un concorso che comunque doveva essere compatibile con i lavori già avviati (in particolare il fabbricato dei servizi postali su via Luigi Alamanni) e non comprendeva le pensiline tra i binari, per le quali rimaneva incaricato Mazzoni. Il progetto vincitore, ufficializzato il 14 marzo 1933 ed essenzialmente relativo al fabbricato viaggiatori, fu quello del Gruppo Toscano, composto da Giovanni Michelucci [Firenze, 1879 – Firenze, 1920], Nello Baroni, Pier Niccolo Berardi, Italo Gamberini, Sarre Guarnieri e Leonardo Lusanna. I lavori di costruzione, coordinati dall'ingegnere Mannucci, procedettero speditamente di modo che la nuova stazione fu inaugurata il 30 ottobre 1935. (Repertorio delle Architetture Civili di Firenze, Palazzo Spinelli)

Foto da Ferrovie.it

Con il nome di ferrovia Maria Antonia era designata la linea ferroviaria che congiungeva Firenze a Pistoia, toccando Prato. Fu battezzata con tale nome in onore di Maria Antonia di Borbone-Due Sicilie, seconda moglie di Leopoldo II di Toscana Granduca di Toscana.


Da Un romanzo in vapore da Firenze a Livorno di Carlo Lorenzini ( Carlo Collodi l'autore di Pinocchio)
Toscana
Le Strade Ferrate in attività sono: la Leopolda, la Maria Antonia, la Centrale Toscana, la Lucca-Pisa e la Lucca-Pistoia esercitate con Locomotive, e la Carbonifera di Montebamboli a Torre Mozza, esercitata a Cavalli.
Le Strade Ferrate in Costruzione, ed in Progetto, sono la Centrale Italiana e l’Aretina, la quale mira ad essere continuata per Roma.
Leopolda - Parte dalla Stazione di Firenze, fuori la Porta al Prato, e giunge a Livorno con uno sviluppo di Chilometri 95 1|3.
Maria Antonia - Parte dalla Stazione entro la Città di Firenze, e tocca le Stazioni di Rifredi, Castello, Sesto, Calenzano, Prato, S. Piero Agliana, e finalmente Pistoia, dove si congiungerà colle Strade ferrate Lucchesi e con la Centrale Italiana, con uno sviluppo di  chil. 33 3/4.
Centrale Toscana - Si dirama dalla Stazione della Leopolda in Empoli, e quindi si dirige a Siena, passando per le Stazioni di Granaiolo, Castel Fiorentino, Certaldo, e Poggibonsi, con uno sviluppo di chilometri 63 5/6.
Strade Lucchesi - Queste due linee che possono chiamarsi anco una sola Strada Ferrata, per essere in continuazione fra loro, comprendono le seguenti Stazioni, cioè: quella di Pisa fuori di Porta a Lucca, indi la Stazione di S. Giuliano, di Ripafratta, Lucca, Altopascio, S. Salvadore, Pescia, Borgo a Buggiano, Monte Catini, Pieve a Nievole, e Pistoia, con lo sviluppo complessivo di chilometri 64 2/3.
Centrale Italiana - Questa strada in costruzione partirà dalla Stazione di Pistoia, comune alle altre strade rammentate, e toccando le Stazioni di S. Felice e Pracchia, giungerà nello Stato Pontificio alla Stazione Confinaria di Porretta, con uno sviluppo di chilometri 43.
Aretina - Questa strada sta per esser concessa, per cui non si conosce che sommariamente il suo andamento, il quale avrà origine dalla Maria Antonia, diramandosi fra il Ponte di Mugnone, e la Stazione di Rifredi, quindi volgendo a Levante, costeggerà Firenze, passando a Rovezzano, e lungo la destra sponda dell’Arno fino al Ponte a Sieve, toccherà le Stazioni dell’Incisa, Figline, S. Giovanni, Montevarchi, Levane ed Arezzo, per continuare al confine Pontificio con una lunghezza di chil. 115 circa.
I Telegrafi percorrono tutte le strade ferrate in esercizio, più la Linea che da Pisa corre a Massa di Carrara, ove si mette in comunicazione con gli Stati Estensi, e quindi con i Sardi.



Coordinate:   43°46'34.20"N, 11°14'52.47"E                  Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  


lunedì 6 marzo 2017

La Pescaia




Firenze, Pescaia di Santa Rosa

Uno scorcio del fiume oggi ma uguale a se stesso da secoli. La pescaia è uno sbarramento lungo il corso del fiume, trasversale necessario per deviare il corso delle acque me far funzionare mulini oltre che favorire l'approvvigionamento d’acqua nei momenti di magra del fiume. Il 4 Novembre del 1333 "gonfissimo d’acque, e quasi sdegnato delle angustie, nelle quali pretendevano tenerlo i buoni Fiorentini, dando una furiosa capata al Ponte vecchio, e agli altri due di S. Trinità, e della Carraia, gli rovinò, e gli portò via insieme colla Pescaia d’Ognissanti; indi per rimettersi in possesso del suo antico e conveniente letto", Giovanni Targioni Tozzetti così scriveva nel 1767.
"Quando nel 1333 l’Arno colpì infatti Firenze con un'alluvione poderosa e devastatrice che spazzò via tutti i mulini e le gualchiere, all'epoca collocate su grandi zattere di legno ancorate alle sponde del fiume, una delle cause del disastro fu attribuita proprio alla presenza di quelle strutture produttive lungo il suo corso; si riteneva infatti che insieme alle pescaie che le alimentavano, ne avessero impedito il libero fluire, tanto che il comune deliberò che nessuna nuova gualchiera o mulino potesse essere ricostruito per 400 braccia a valle del Ponte alla Carraia e per ben 2000 a monte del Ponte di Rubaconte." da Firenze e l’Arno: un rapporto difficile. Dalle origini al diluvio del 1333 di Salvina Pizzuoli

Sullo sfondo della Pescaia di Santa Rosa il profilo del campanile di Santo Spirito al centro e la chiesa del Cestello a destra.




Coordinate:   43°46'16.38"N,  11°14'40.36"E           Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  


giovedì 2 marzo 2017

L'Arno, un fiume





Firenze, il greto tra Ponte alla Carraia e la pescaia di Santa Rosa

Potrebbe sembrare uno scorcio di un fiume qualsiasi o addirittura la battigia di un mare con le piccole onde in un giorno di bonaccia invece è l'Arno con la sua fauna aviaria che si riscalda al pallido sole di fine Febbraio. Un fiume che da un lato è vita ma dall'altra parte rappresenta un problema quando si riempie di acqua fino ad esondare. Le alluvioni, un problema da risolvere nei secoli. Leggiamo qui sotto un testo che sembra scritto oggi e non 150 anni fa.

L’ Arno per causa delle frequenti sue inondazioni ha servito, e servirà di materia a varie artistiche discussioni. Gli idraulici più sommi della Toscana, e molti altri stranieri, hanno in vari tempi formati progetti diversi sul trattamento di questo fiume, ora per una parte, ora per l’ altra.

Molti sono quelli fatti di pubblico diritto per liberare la nostra dominante dal disastro delle inondazioni; ma o per la enorme spesa, o per non essere stati creduti efficaci, restarono nell'abbandono, e se alcuno ne fu principiato, non sorti il fine.

Dovremo ora noi perseverare a non far nulla? attenderemo che un'altra piena come quella del 3 novembre 1844 torni a desolare la città nostra? Forse non vi sono modi per provvedervi ?

Non vi è cosa che dir si possa impossibile; vi sono delle strade che conducono a tutte le cose; e se noi avessimo buona ed assoluta volontà, avessimo ancora tutti i mezzi conducenti e necessari. Ognun sa a quali danni rimane esposta questa fiorente città ogniqualvolta l’Arno la invade con i suoi trabocchi: la perdita di merci, cereali, e mobiliare incalcolabile sempre; le strade, i palazzi, e le case ripieni di sordida melletta; inabitabili i sotterranei, ed i piani terreni; corrotte le acque dei pozzi per la miscela con quelle degli smaltitoi, e delle sepolture eziandio; indebolimento delle fabbriche, e talvolta la minaccia di rovina, fornite di lunghe e dispendiose liti tra privati; il commercio ritardato, e compromessa la pubblica salute da epidemiche infezioni; quindi deteriorazione dei ricchi, povertà dei cittadini, rovina totale dei poveri, lo scoramento generale.

Ed all'aspetto di si spaventevoli disastri, seguiteremo a starcene inoperosi? sopporteremo che i nostri figli, i nostri nepoti maledicano nel rinnuovarsi dell’ infortunio alla nostra inerzia? Non sarà minore il rammarico di lasciar loro a dimettere qualche debito, di quello che esporli a deplorare delle vittime, e soggiacere a danni immensi, a perdite irreparabili?

L’ esperienza ha dimostrato che tali infortuni avvengono una volta, o due nel corso di un secolo, ma non sarebbe meglio prevederli, impedirli? Chi ci assicura che a malgrado dei validi lavori ultimamente fatti, del rialzamento, e ingrossamento degli argini, e. a dispetto della sorveglianza che si pratica per la loro conservazione, non siano per rinnuovarsi? La natura é la stessa, mentre noi abbiamo all'opposto ragioni potentissime per indurci a temerla di più, poiché di fronte alle condizioni materiali dell’ Arno, che sono presso che le medesime dei tempi andati, le cause delle inondazioni crescono sempre per lo sfrenato diboscamento dei monti, per il dissodamento delle valli, per la trascurata formazione di serre nei seni montani, e per il conseguente inevitabile rialzamento degli alvei nei fiumi, che comunque voglia impugnarsi anche da soggetti versatissimi nell'arte idrometrica, pure é un fatto che si verifica progressivo e minacciante pericolo, come in futuro si avrà luogo di meglio conoscere sulla livellazione che con saggio provvedimento é stata fatta di tutto il corso dell’Arno, ad insinuazione dell'onorevole idraulico del nostro tempo Commendatore Alessandro Manetti.

Molto vi sarebbe a dire su questo argomento, im prendendo a ragionare dell’Arno dalla sua sorgente, fino al mare; ma essendone stato lungamente trattato da celebri uomini, come Viviani, Perelli, Manfredi, Grandi, Castelli, Guglielmini, Mayer, Ximenes, Morozzi, e vari altri, limiterò le mie riflessioni su quel tratto che Firenze traversa, e dividerò in due articoli questa mia memoria.

Avrà per oggetto il primo di provare l’alzamento del letto del fiume, e di enumerarne le cause.

Comprenderà il secondo i mezzi atti a provvedere alla sua depressione, ed allontanare per sempre isuoi trabocchi in città, ed all’ incanalamento delle acque putride e pluviali della città medesima.

Ho di sopra accennato che una delle cause che produce le alluvioni in Firenze, è il rialzamento del l’Arno nel tronco che la traversa. Vorrei che ciò non fosse, vorrei potere non dividere la mia opinione con quelle dei nostri primi precettori della scenza idraulica, ma come non trovarsi stretti dalle ragioni che ne adduce in conferma il celebre Viviani, segnatamente nel suo discorso al Serenissimo Granduca Cosimo lIl, intorno al difendersi dai riempimenti e corrosioni dei fiumi, applicate all’Arno in vicinanza della nostra città?

Come non curare le osservazioni fatte in proposito da Cornelio Mayer unitamente al Viviani medesimo nella loro relazione allo stesso Cosimo lIl, data dell’anno 1680? Quelle pure dell’ architetto Buontalenti confermate dal Padre Grandi nella sua relazione de’ 30 settembre 1735? Quelle del matematico Perelli nel suo discorso ai Deputati dell’Arno in occasione della visita eseguita in quel fiume nel 1740, e di molti altri versatissimi nella scenza delle acque, che parmi superfluo ricordare?

Non mi permetterò asserire che l’alveo dell’Arno entro Firenze siasi notabilmente elevato di letto quando è compreso tra due confini che sono le pescaje di S. Niccolò, e quella d’ Ognissanti; ma se vero sia che la cresta, o capezzata di quest’ ultima che nel 1803 fu tentato rialzare, sia stata effettivamente rialzata da circa tre quarti di braccio negli anni 1848, e 1849, sopra un progetto dell’ architetto Cacialli, altronde va lentissimo, come ne fanno fede un biglietto della R.

Segreteria di Finanze al Soprintendente Generale delle RR. Possessioni de’ 40 luglio 1848, ed il successivo Rescritto de’ 30 luglio 1849, esistenti in filza N.° 43 registro secondo del 1849, e 1820, nell’ Archivio della soppressa Camera di Soprintendenza Compnitativa di questo Compartimento, credo mi sarà concesso osser vare e rimarcare, che l’ alveo dell’Arno entro città ha subito delle notabili, e visibili alterazioni.

Per non citare quelle che cadono sotto i sensi di tutti, e che sono specialmente i polmoni o greti, fatti più estesi ed alti fra la pescaja di S. Niccolò ed il Ponte alleGrazie, fra questo ed il Ponte Vecchio, ed i banchi di arena e ghiara, che in tempo di acque magre vengono a scuoprirsi tra il Pontealla Carraja e la pescaja d’ Ognissanti, che qualche anno indietro non si scorgevano fuori d’ acqua, mi fermerà su quella striscia di restone, o ridosso, che incominciando dall’angolo che fa il muraglione alla cateratta dei Castellani, si estende fino al Ponte Vecchio, e al disotto ancora di esso.

Quando nel 1849 fu rifondato, e rifatto il terrazzino in testa degli Uffizi sull'Arno, il greto che ora vi si scorge era due braccia circa più basso. Poco inferiormente a quello allorché nel 1794, o 1795, salvo, vennero restaurate le prime mensole che sostengono a collo le fabbriche lungo la via degliArchibusieri, dal punto d’ appoggio di esse al greto, non si contavano meno di braccia quattro e mezzo, ed oggi non vi si conta una distanza maggiore di B.a 1 1/2 , o poco più.

Queste innormalità di superfice sembra strano che si verifichino tra una pescaja e l’altra, dove ragionevolmente, e per regola idrometrica formare si dovrebbe un piano ordinatamente inclinato, ma nel caso nostro la corrente spingendosi più, o meno impetuosa ora a destra, ora a sinistra, ed incontrando degli angoli sporgenti e rientranti, oltre gli ostacoli dei ponti, é possibile che nelle piene, più, o meno forti che durano assai, o che vengono per piogge universali e continue, si faccia talvolta uno sgombro delle deposizioni, e tal volta una mutazione delle medesime da destra, a sinistra, e viceversa, per modo da alterare visibilmente lo stato dell’alveo, senza diminuirne la capacità; ma il greto di cui or faceva parola é stazionario da qualche anno, e vedesi aumentare, anziché decrescere, a scapito della caduta delle fogne provenienti dalla città, ed ho motivo di dubitare che per virtù della corrente venga ad essere depresso, dopoché da qualche anno a questa parte si vedono trasportate dall’ acqua, e depositate sui nostri greti delle pillore di volume molto maggiore che non erano quelle trasportatevi prima del 1833, e 1834 circa, e crederei doversi argomentare che più facilmente si trova oggi esposta e minacciata dalle alluvioni la città nostra, per la ragione appunto, che molte materie ammassate nel tronco d’ Arno che la traversa, oltre ad usurpare un ragguardevole spazio alle acque, ne rallentano la velocità, e crescendo, di volume sono obbligate a distendersi, a penetrare per le fogne, ed a superarne ancora i ripari.

Se si instituisce un confronto tra lo stato attuale dell’ alveo d’ Arno al disotto della pescaja di S. Niccolò, e quello che era 44, o 45 anni addietro, sarà facile distinguere quanto maggiore ammasso di materie vi si riscontri al presente, e quanto vizioso siasi fatto sotto di quella serra il corso dell’ acqua. Ove prima era un fondo alquanto esteso, oggi vi si scorge un polmone che immedesimandosi con la platea della pescaja, ne supera talvolta la cresta con la sua sommità, e gli opifici della Zecca sono per molto tempo dell’anno inattivi, non solo per causa della diversione delle acque, dipendente in parte dall’opera avanzata del già ponte sospeso poco al disopra di essi, ma per la massa straordinaria altresì delle ghiare che si depositano al disotto della pescaja, che ne fanno guazzare le ruote di movimento, per mancanza di cadente. M’ ingannerò, ma credo sarebbe facile venire in cognizione dei diversi rialzamenti instituendo un confronto con le sezioni del fiume che furono eseguite dal ponte S. Trinita fino alla pescaja d’Ognissanti ne’ 34 ottobre 1842, a cura in quel tempo del Dipartimento di ponti e strade, che si trovano riferiti alla scala metrica in marmo situata presso il detto ponte, quali sezioni, che sarebbe utile estendere fino alla pescaja di S. Niccolò, potrebbero in seguito far conoscere delle variazioni cui può andar soggetto il greto del nostro fiume.

da: Fiume Arno entro Firenze memoria di Giuseppe Michelacci - 1864



Coordinate:  43°46'15.53"N,  11°14'47.98"E                     Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  


lunedì 27 febbraio 2017

Quale è il Centauro del Palazzo del Centauro?




Firenze, Via Cerretani

Qui siamo a circa la metà di Via Cerretani, proseguendo arriviamo alla Stazione Centrale partendo da Piazza del Duomo, lambendo Piazza di Santa Maria Maggiore. Di fronte alla Chiesa  di Santa Maria Maggiore offre la sua facciata principale un bel palazzo settecentesco conosciuto come Palazzo Franchetti dal nome del barone suo proprietario fino alla seconda metà dell'Ottocento ed anche col nome di Palazzo delle Cento Finestre ma anche conosciuto come Palazzo del Centauro. Il nome Centauro viene dal gruppo marmoreo del Giambologna  (Jean de Boulogne, Douai, 1529 – Firenze, 1608) dell'Ercole e il Centauro posto di fronte alla facciata settentrionale al centro di uno slargo formato dal quadrivio. Oggi giorno il  gruppo marmoreo del Giambologna dell'Ercole e il Centauro lo vediamo erigersi sotto le volte della Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria

Ecco qui di seguito la descrizione del 1906 che possiamo leggere in  Cento vedute di Firenze antica opera di Corrado Ricci (1858-1934)
Via dei Cerretani e Canto dei Carnesecchi. A sinistra è il Palazzo Strozzi ora Franchetti, con qualche modificazione in ispecie al balcone e alle finestre del primo piano, e senza la lunga balconata sul fianco. A destra una serie di case poi rimodernate, così che appena la parte superiore dell' Hotel Milan richiama le linee del disegno. E, mutata fu pure l'architettura della casa d'angolo fra via dei Banchi e via dei Panzani. Ciò che nella stampa più interessa è vedere la località dove nell'anno 1600 Gian Bologna alzò il suo famoso gruppo Ercole che uccide il Centauro. Levato di là verso la fine del sec. XVIII e lasciato in abbandono «. in un casotto presso gli Uffizi » fu poi portato nell'angolo di via Guicciardini e Borgo S. Iacopo, di contro a Ponte Vecchio, nel posto lasciato libero dal gruppo di Menelao e Patroclo. Là rimase sino al 1838, nel quale anno fu trasferito alla Loggia dei Lanzi.



Raccolta topografica degli Uffizi. — Incisione di Bernardo Sgrilli da disegno di G. Zocchi. 





Coordinate:  43°46'23.90"N,  11°15'9.23"E                    Mappe: Google - Bing





 Firenze Nei Dettagli è su  



giovedì 23 febbraio 2017

Amo Firenze




Firenze, Piazzale Michelangelo



Qui dove il tempo si ferma.





 Coordinate:    43°45'46.17"N,  11°15'52.57"E                               Mappe: Google - Bing





 Firenze Nei Dettagli è su  



lunedì 20 febbraio 2017

In via degli Agolanti col Canto del Parentado per via dell'Arcivescovato





Firenze, Via Roma, Canto degli Agolanti

La Via dell'Arcivescovato chiude lo stabile del Ghetto dal lato di levante. Era questa via l'arteria principale di Firenze, la strada più antica, che occupava appunto il luogo dell'antica Via Cassia la quale faceva capo al Ponte Vecchio. Il nome attuale è moderno e la via ebbe nei diversi tempi altri nomi derivanti o dalle famiglie che vi ebbero le case o dalle botteghe che vi erano poste. Un forno antichissimo, detto della Macciana,  fece per molto tempo chiamar Via della Macciana o del forno della Macciana il tratto di questa strada che era fra via della Nave e Via della Vacca. Le botteghe di chiavaioli e di succhiellinai fecero chiamare in diverse epoche questo tratto di strada tra Via Chiavaioli e Via o Piazza de' Succhiellinai. Il breve tratto poi tra Via della Nave è la Piazza del Mercato si chiamò il canto del Parentado, dal nome dell'antica loggia che era posta là sul crocicchio della strada, o Via degli Agolanti dal nome di una antichissima e potente famiglia che ebbe quivi le sue antiche case. I fabbricati oggi appartenenti al quadrato del Ghetto, che sorgevano da questo lato appartennero ai Medici, ai Della Tosa, ai Della Pressa ed ai Pecori. Le case de' Pecori voltavano anche nella strada di fianco all'Arcivescovado che oggi si dice erroneamente Via della Vacca. Questo breve tratto fino alla Piazza dell'Olio, in altri altri tempi Piazza del Vescovo o di S. Ruffillo, non aveva un nome proprio. Si diceva il Canto de' Pecori, nome che si estendeva anche ad un primo tratto della Via dell'Arcivescovado, perchè qui tutt' all' intorno ebbe le sue case la famiglia Pecori.
Accanto ai Pecori ebbero le loro case ed una torre delle più antiche i Filitieri Da Castiglioni, prima di andare ad abitar da S. Andrea: e più verso la Via de' Boni ve ne ebbero i Fighineldi sostituiti dipoi in questo possesso dai Boni. Il nome di Via della Vacca dato prima a quel piccolo tratto strettissimo della strada tra Piazza dell'Olio e Via de' Boni, ho detto che è erroneo, perchè esso non derivò dal nome di una famiglia Della Vacca che esistè in Firenze. Le derivò invece dall' insegna di una bottega, anzi di un forno, ed il vero nome che ebbe per molto tempo fu di Via del Fornaio della Vacca. I Boni, e non Buoni, come è scritto nel cartello postovi dal Municipio, ebbero case, torri e palagio sull'angolo del Ghetto fra questa Via della Vacca e la via de' Naccaioli ed altro loro palazzo sorgeva dal lato opposto, nello spazio occupato per formare il giardino ad una specie di piazza dinanzi al Palazzo riedificato dagli Orlandini. Via de' Naccaioli fu il nome di una piccola parte soltanto di questa via dove furono alcune botteghe di fabbricanti di nacchere, un antico strumento assai in uso in altri tempi. Il nome più importante e più antico della strada era quello di Via dei Rigattieri perchè qui appunto furono in gran numero le botteghe di quest'arte. L' ultimo tratto poi verso il Mercato, si chiamò Via degli Stracciaioli, sempre per causa delle botteghe appartenenti a questo mestiere che consisteva nel toglier dal bozzolo la seta straccia. I palazzi, le case, le torri, la loggia dei Brunelleschi occupavano tutto il lato di levante di questa strada fra le case de' Boni e la loggia dei Tosinghi. E da' Brunelleschi s'intitolava pure la piazzetta comunemente chiamata de' Marroni e che si disse anche di S. Leo dalla chiesa poi soppressa che vi sorgeva e che fu una delle primitive parrocchie di Firenze.

Il ghetto di Firenze e i suoi ricordi illustrazione storica di Guido Carocci A. Forni, 1886


Oggi Via Roma, diventata una delle strade più fini di Firenze dopo la ristrutturazione di Firenze capitale del Regno d'Italia nella seconda metà dell'Ottocento, una volta era Via dell'Arcivescovato continuazione della Via Cassia provenendo dal Ponte Vecchio e traversando lo scomparso Mercato Vecchio sorto sopra l'interrato Foro Romano.



Coordinate:   43°46'19.86"N,  11°15'19.68"E                    Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  



giovedì 16 febbraio 2017

Il Perseo in 450 anni




Firenze, Piazza della Signoria, Loggia dei Lanzi

Quanti milioni di esseri umani hanno visto in 450 anni il Perseo di Benvenuto Cellini (Firenze, 1500 – 1571) da questa posizione? In Piazza della Signoria, dalla Loggia dei Lanzi è cambiato solo lo sfondo negli ultimi 150 anni circa, il Palazzo delle Assicurazioni Generali di Venezia che ha preso il posto della chiesa di Santa Cecilia e della Loggia dei Pisani.


Coordinate: 43°46'8.91"N, 11°15'20.58"E                       Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  


.

lunedì 13 febbraio 2017

Cinta, barriere, porte e dazi




Firenze, Piazza Poggi, Porta S. Niccolò

La cinta, le barriere e le porte
Abbattuto nel 1868 il quarto cerchio delle mura erette fra il declinare del XIII e del XIV secolo, perché divenuto angusto a ricevere la popolazione grandemente cresciuta per il trasporto provvisorio della sede del governo da Torino, si poneva mano alla costruzione della nuova cinta sulla destra riva dell'Arno, conservando dall'altro lato le antiche mura quasi in ogni loro parte.
La cinta daziaria, cominciando dall'antica torre della Zecca Vecchia presso il Ponte di Ferro dov' è la barriera detta della Piacentina, percorre l'argine dell'Arno fino all' imboccatura del torrente Affrico, il cui letto reso più ampio e più regolare serve di cinta per tutto il lato di levante. Lungo l'Affrico s'incontrano le barriere: Aretina, di S. Salvi e di Settignano. Nel punto in cui la linea di cinta abbandonando il corso dell'Affrico piega a settentrione lungo le pendici dei colli di Majano e di Camerata trovasi la barriera di Majano, e più avanti s'incontra quella della Fonte all'Erta. Il corso del fosso di S. Gervasio che nasce nel colle di Camerata serve per un altro tratto di cinta fino alla sua imboccatura nel Mugnone ed in questo tratto s'incontrano le barriere della Querce e delle Cure. La cinta costeggia di poi il torrente Mugnone fino al Ponte alle Mosse e si apre alle barriere del Ponte Rosso, del Romito, del Ponte all'Asse, di D. Donato e del Ponte alle Mosse. Di qui, dopo piccolo tratto va a trovare l'argine del Fosso Macinante e lo percorre fino all'incontro del Viale delle Cascine dov' è la barriera del Canale Macinante. Ivi appresso è la barriera delle Cascine che ha una succursale sul Lungarno.
Passiamo ora oltrarno e vediamo le mura che dal torrino di S. Rosa vanno alla Porta a S. Frediano e di lì, munite degli antichi bastioni, alla Porta Romana. Da questa alla torre del Mascherino, le mura furono abbattute per comodo delle scuderie reali. Dalla torre del Mascherino esse salgono fino all' altezza della fortezza di Belvedere presso la quale è la Porta a S. Giorgio da dove munite di alte torri e di barbacani discendono fino alla Porta a S. Miniato. I grandi lavori per la costruzione del giardino a rampe che dal piazzale dell'antica Porta a S. Niccolo si estende su tutta la pendice dei colle fino a S. Miniato, necessitarono la demolizione del seguito delle mura ed ora la cinta in un nuovo tratto, lasciando aperta una barriera nel centro della rampata, chiude il popoloso borgo esterno di S. Niccolo e giunge fino al Ponte di Ferro dov' è la nuova barriera di S. Niccolò.
Così Firenze ha attualmente 20 fra porte e barriere. Di queste alcune dovranno esser chiuse per ragioni d'economia, ma frattanto ho creduto bene di considerarle tutte come sono presentemente descrivendo in separati capitoli i luoghi ai quali esse guidano per più breve cammino.

Da "I contorni di Firenze, illustrazione storico-artistica" di Guido Carocci,  1875


Coordinate:   43°45'52.04"N,  11°15'53.78"E                    Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  


.

lunedì 6 febbraio 2017

Cicciaporci




Firenze, Chiesa e Convento di S. Maria Novella

Ritorniamo nel Secondo Chiostro della chiesa di Santa Maria Novella o Chiostro Grande soffermandoci ad osservare il ritratto che si trova sul lato ovest, tra quarta e quinta campata l'autore del quale è probabilmente Bernardino Barbatelli detto Poccetti (Firenze 1542- 1612 essendo questi l'autore anche dei due affreschi delle lunette sotto le campate. Già precedentemente abbiamo svelato chi fossero i personaggi raffigurati in altri due affreschi ai lati della porta d'entrata del dormitorio del convento domenicano, adesso proviamo con un terzo personaggio. Per fortuna il cartiglio è ancora abbastanza leggibile:

B. F. BONINSEGNA. FLOREN. 
 MARTYR. INVICTUS 
 PRO. CHTO.
ANTIOCHIE. SECTUS
AN MCCIX

Il frate fiorentino Buoninsegna in abito domenicano con sotto le palme del martirio è identificabile con Buoninsegna de' Cicciaporci. I Cicciaporci appartenevano ad una famiglia che fioriva in Firenze dando magistrati in vari ordini di quella città. Nel 1627 troviamo uno di questa famiglia Console dei fiorentini in Roma, Luca Antonio fu cavaliere di Malta nel 1674, il quale però essendo rimasto senza fratelli si ritirò, con dispensa del Papa, dall'Ordine nel 1684. Un Antonio fu Conservatore di Roma nel 1785 e nel 1791. Antonio Cicciaporci pubblicò nel 1911 un Compendio della storia fiorentina diviso in tre libri e nel 1815 le Rime di Guido Cavalcanti edite ed inedite di Guido Cavalcanti.
Almeno un palazzo è riconosciuto appartenere alla famiglia Cicciaporci a Firenze, nel Quartiere Santo Spirito, in Via delle Caldaie 2r- 4r- 6r- 8r con affaccio in Piazza  Santo Spirito, più conosciuto come Casa Dati.


Coordinate:    43°46'30.31"N,  11°14'53.17"E                   Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  


.

giovedì 2 febbraio 2017

Fu la Vaga Loggia dei Ricasoli




Firenze, Piazza Carlo Goldoni 2

Palazzo Ricasoli

Attribuito tradizionalmente a Michelozzo di Bartolomeo Michelozzi, detto Michelozzo (Firenze, 1396 – Firenze, 1472), il palazzo è stato messo in relazione da Walther Limburger, seppure limitatamente alla costruzione del cortile, con l'attività giovanile di Baccio d'Agnolo. L'attuale facciata su piazza Goldoni, inoltre, sarebbe secondo Stegmann e Geymüller frutto di un ampliamento promosso ai primi del Cinquecento. Certo è che anche l'erezione del corpo principale della fabbrica è da datarsi dopo la morte di Michelozzo, con un cantiere aperto attorno al 1480 (anno nel quale è denunciato al catasto come costruito "circa della metà" e quindi interrotto per le difficoltà economiche attraversate in quel momento dai proprietari) e chiuso circa nel 1500. Sempre attorno agli anni dell'intervento del Pagani, nel 1580, mediante una galleria sottostante la strada, furono annessi al palazzo un vasto giardino e una loggia sul fiume (dove inizia l'attuale lungarno Vespucci, detta la Vaga Loggia, abbattuta nel 1855 in concomitanza con la realizzazione del lungarno Nuovo), ad accrescere ulteriormente la bellezza del luogo, già gratificato dall'apertura alla luce dell'Arno: "perché così ben risponde a graziosa vista, ed al commodo, che nell'uso in abitando si richiede, che non ci ha luogo, che non meriti lode, e da chi è intendente non sia ammirato. La strada del corso porge a questo commodissimo edifizio bellissima vista: quella, che è lungo il fiume d'Arno, e la più vaga, più dilettevole, più amena , che si possa immaginare" (Francesco Bocchi). Verso la fine del Settecento il palazzo divenne punto di riferimento per i viaggiatori inglesi e, con la denominazione di English House, ospitò tra l'altro la scrittrice Hester Lynch Thrale-Piozzi che qui, tra il 1784 e il 1786, tenne una sorta di accademia letteraria. qui, ad esempio, il poeta statunitense William Cullen Bryant che vi alloggiava nel 1858 ebbe modo di incontrare Nathaniel Hawthorne, mentre nel 1881 è documentata la presenza di Pëtr Il'ic Cajkovskij). 
Sulle cantonate si propone per due volte uno scudo con l'arme dei Ricasoli (fasciato di sei pezzi d'oro e di rosso, al leone attraversante d'azzurro). Lo scudo al centro del fronte che guarda a piazza Goldoni è quello mediceo granducale, con l'ordine spagnolo del Toson d'oro. Il palazzo appare nell'elenco redatto nel 1901 dalla Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, quale edificio monumentale da considerare patrimonio artistico nazionale.




Coordinate:    43°46'15.15"N,  11°14'52.89"E                   Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  


.

lunedì 30 gennaio 2017

Due leoni neo-egiziani aggiunti




Firenze, piazza di San Pancrazio 

A poche centinaia di metri da Piazza Santa Trinita, alla confluenza di Via Federighi con Via della Spada, si trova l'ex Chiesa di San Pancrazio. Di fondazione forse paleocristiana, documentata dal 931, appartenne alle Benedettine, ai Domenicani e quindi ai Vallombrosani. Giovanni Rucellai commissionò a Leon Battista Alberti (Genova, 1404 – 1472) la ristrutturazione della cappella a fianco della chiesa, ultimata nel 1467, che conserva il tempietto del Santo Sepolcro, costruito dallo stesso Alberti e rivestito di marmi bicromi intarsiati, che riproducono la forma del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Nel 1754 la chiesa fu trasformata radicalmente e ulteriormente modificata dopo la soppressione napoleonica (1808), in linea con il gusto neoclassico: furono poste al centro della facciata, privata del portale trecentesco, le due colonne con ai lati due leoni in stile neo-egizio. Oggi è sede del Museo Marino Marini.



Nella Chiesa presence hanno gran parte, e più Cappelle, e Sepolture i Rucellai , e Federighí, che vi hanno ancora le Case loro vicine, ove ,è la loggia de’ Rucellai, e la Via detta de’Federighi ; fu consacrata questa Chiesa l’ anno 1485. a dì 28. di Agosto, come apparisce da una cartella, che dice, An. Dom. 1485. die XXVIII. Augusti, Ecclesia hec consecrata fuit a Renverendissimo D. Alexandro Efiscopo Cimbaliensi Innocentio  Abbate existente.
Sin quì il Rosselli, cui dobbiamo grado di sì bei lumi, sopra dei quali però mi si conceda di fare alcune annotazioni, e primieramente circa a i Padri Domenicani, che egli vuole dal Pian di Ripoli quà venuti nel 1216. forse fondatosi in un discorso della fondazione di S. Maria Novella, il quale è in molte cose mancante, onde noi crediamo, che piuttosto si abbia a dire venuti nella Spedale di S. Pancrazio, conciosiachè in tale tempo la detta Chiesa era di Monache Benedettine, le quali sono accennate da un Contratto, che riferisce il Senatore Carlo Strozzi al libro DD. pag. 130. ed è un terreno che dà a livello Soror Bentiguida Abbatissa Monafícrii Sancti Pancratii de Flor. 1157. ed il medesimo abbiamo riconosciuto da altra Scrittura nell' Archivio di S. Donato a Torri del 1210. la quale è una vendita di terre, che fa Alberto Giudice all’Abbadessa del Monastero di San Pancrazioo per rogitodi Ser Galizio Not. E trovansi nelle Memorie del P. D. Fedele Sopldani due altre Abbadesse, D. Bentinella nel 1218  e D. Cecilia nel 1223. e sio crede, che dette suore mancassero totalmente circa il 1230. e giousta le Scritture del Capitolo Fiorentino, ad esse furono assegnate  l' entrate, e da' Canonici su la Chiesa e Convento conceduto ai Monaci di Valombrosa nel 1234. o in quel torno. Mancate però queste Monache, e subenrrati i Valombrosani per la concessione predetta, ne viene da notarsi una vicenda , che cagionò notabili molestie ai Monaci per lo spazio di alcuni anni, e questa fu, che per Bolla di Papa Alessandro IV. anno primo sui Ponrif. si ordina , che in S. Pancrazio sieno trasferite le Monache di S. Ellero, ed incorporate a Valombrosa l’ entrate delle Monache , avvenimento riferito con autentici documenti nella Storia di Passignano scritta dal P. D. Fedele Soldani,

Da "Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne' suoi quartieri"  Di Giuseppe Richa, 1775



Coordinate:   43°46'18.83"N,  11°14'59.18"E                    Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  


.

giovedì 26 gennaio 2017

Le fonticine di Bailamme, Potenza festeggiante




Firenze, Via Nazionale

Tabernacolo delle Fonticine, realizzato da Giovanni della Robbia [Firenze, 1469 – 1529/1530) ] nel 1522, fu così chiamato per la presenza di sette teste dì cherubino versanti acqua in una vasca marmorea. E' modellato in terracotta invetriata policroma e raffigura nella parte centrale la Madonna col Bambino fra i Santi Barbara, Luca, Jacopo e Caterina; altre teste di santo intercalano la cornice a festoni, mentre nell'estradosso sono il Padre Eterno con lo Spinto Santo ed angeli adoranti. L'opera scenografica fu commissionata dal "Reame di Biliemme" (o 'Bailamme'), una delle più importanti brigate rionali di popolo minuto, dette 'Potenze festeggianti', che si riunivano per esibirsi, fare festa, o affrontarsi in 'armeggerie' nelle varie ricorrenze cittadine.




Coordinate:   43°46'37.79"N,  11°15'7.34"E                    Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  
.

lunedì 23 gennaio 2017

Il Sansone di Pierino da Vinci





Firenze, Palazzo Vecchio, Cortile di Michelozzo

Entrando nel Cortile di Michelozzo (di Bartolomeo, Firenze, 1396 – 1472) dal portone principale di Palazzo Vecchio da Piazza della Signoria, superato la fontana del Putto con delfino di Andrea del Verrocchio (Firenze, 1437 - 1488) per arrivare oltre il cortile alle scale che ci conducono alle sale superiori la più famosa delle quali è il Salone dei Cinquecento, ci imbattiamo in una statua racchiusa in una nicchia, sempre  un po' in ombra,  raffigurante Sansone e il Filisteo di Pierino da Vinci   (Vinci, 1530 circa – Pisa, 1553),.  Il nome farebbe ritenere che vi sia una parentela con il più noto Leonardo e in effetti è proprio così essendo stato egli suo nipote, figlio cioè di suo fratello minore Bartolomeo.  Pierino Si frequentò la bottega di Baccio Bandinelli (Firenze, 1488– Firenze, 1560), già amico dello zio Leonardo, ma soprattutto quella del Tribolo  (1500 circa – 7 settembre 1550) con cui lavorò assiduamente. Morì giovanissimo, nel pieno sviluppo della sua promettente carriera, a soli ventitré anni per una febbre malarica.

"Il nome del Vinci e la virtù era già grande ed ammirata da tutti, e molto più che a si giovane età non sarebbe richiesto, ed era per ampliare ancora e diventare maggiore e per adeguare ogni uomo nell'arte sua, come l'opere sue senza l'altrui testimonio fanno fede; quando il termine a lui prescritto dal cielo essendo d' appresso, interroppe ogni suo disegno, fece l'aumento suo veloce in un tratto cessare, e non pati che più avanti montasse, e privò il mondo di molta eccellenza d' arte e d' opere, delle quali, vivendo '1 Vinci, egli si sarebbe ornato. Avvenne in questo tempo, mentre che il Vinci all'altrui sepoltura era intento, non sapendo che la sua si preparava, che il duca ebbe a mandare per cose d'importanza Luca Martini a Genova; il quale si perchè amava il Vinci e per averlo in compagnia, e si ancora per dare a lui qualche diporto e sollazzo e fargli vedere Genova, andando lo menò seco.1 Dove, mentre che i negozj si trattavano dal Martini, per mezzo di lui messer Adamo Centurioni dette al Vinci a fare una Ggura di San Giovanni Batista, della quale egli fece il modello. Ma tosto venutagli la febbre, gli fu, per raddoppiare il male, insieme ancora tolto l'amico, forse per trovare via che 'I fato s' adempiesse nella vita del Vinci. Fu necessario a Luca per lo 'nteresse del negozio a lui commesso, che egli andasse a trovare il duca a Firenze; là onde partendosi dall'infermo amico, con molto dolore dell'uno e dell'altro, lo lasciò in casa l'abate Nero, e strettamente a lui lo raccomandò, benchè egli mal volentieri restasse in Genova. Ma il Vinci ogni di sentendosi peggiorare, si risolvè a levarsi di Genova; e fatto venire da Pisa un suo creato, chiamato Tiberio Cavalieri, si fece con l'aiuto di costui condurre a Livorno per acqua, e da Livorno a Pisa in ceste. Condotto in Pisa la sera a ventidua ore, essendo travagliato ed afflitto dal cammino e dal mare e dalla febbre, la notte mai non posò, e la seguente mattina in sul far del giorno passò all' altra vita, non avendo dell'età sua ancora passato i ventitrè anni."

Da "Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architetti" di Giorgio Vasari


Coordinate:   43°46'9.19"N,  11°15'22.66"E                    Mappe: Google - Bing



 Firenze Nei Dettagli è su  
.