Guardando Firenze nei particolari da dietro l'obiettivo di una fotocamera.

lunedì 19 febbraio 2018

Sotto la pancia del cavallo di Ferdinando I




Firenze, Piazza Santissima Annunziata

Come possiamo vedere, la collocazione del monumento equestre di Ferdinando I de' Medici (Firenze, 1549 – 1609) è strategico essendo in asse con via de' Servi che porta al Duomo ed al centro della Piazza antistante la basilica della Santissima Annunziata, a cui la dinastia de' Medici fu molto legata. A proposito di via dei Servi, che da Piazza del Duomo porta a Piazza Santissima Annunziata, ricordiamo l'episodio sgradevole del presunto attentato sotto la congiura contro il Granduca Cosimo I in cui i sicari di Pandolfo Pucci (Firenze 1509, 1560) dovevano colpire a suon di archibugiate il granduca al passaggio del corteo. A quell'incrocio di via de' Servi con la via che porta il nome della nobile famiglia fiorentina dovevano partire gli spari contro il Granduca mente si recava alla basilica di Santissima Annunziata per assistere alle funzioni religiose. Scoperta la trama Pandolfo fu impiccato e appeso al Bargello e la finestra da cui dovevano partire i colpi fu murata per sempre.

Il monumento fu commissionato all'anziano Giambologna  (Jean de Boulogne, Douai, 1529 – Firenze, 1608) quasi sicuramente a seguito del successo avuto con la realizzazione del monumento celebrativo di Cosimo I (Firenze, 1519 – 1574) collocato in piazza della Signoria. Fin dalla fase progettuale il maestro fu affiancato da Pietro Tacca  (Carrara 1577 – Firenze 1640), suo valente allievo e in seguito suo successore nella bottega di borgo Pinti. Il modello in scala reale fu definito nel 1602 e gettato in bronzo nell'autunno dello stesso anno, ma l'opera fu portata a termine solo nel 1607 e sistemata nella piazza nell'ottobre del 1608 in occasione delle nozze del principe Cosimo con Maria Maddalena d'Austria   (Graz, 1589 – Passavia, 1631). Il bronzo usato per la fusione proviene dai cannoni delle galee turche sconfitte dai cavalieri di Santo Stefano, come ricorda l'iscrizione nella cinghia sottopancia del cavallo: "De' metalli rapiti al fiero Trace". I cartigli sul basamento (segnato da due ampie specchiature in granito rosso), opera di Pietro Tacca, risalgono invece al 1640. Il granduca si presenta a cavallo, in corazza, con ben evidente sul petto la croce di Santo Stefano, ordine equestre istituito da Cosimo I. 

Per quanto riguarda i cartigli si torna a segnalare il tanto celebrato motivo delle api disposte in cerchi concentrici attorno all'ape regina con il motto "Maiestate tantum", che impreziosiscono la cartella volta verso la facciata della basilica e che simbolicamente rimandano al potere pacifico del granduca al quale i sudditi riconoscono naturalmente il valore regale. 


Coordinate:  43°46'34.69"N, 11°15'37.82"E                    Mappe: Google - Bing




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lunedì 12 febbraio 2018

Ma chi è questo Porcellana?





Firenze, Via del Porcellana 

Via del Porcellana è una strada stretta stretta che unisce via della Scala con Borgo Ognissanti. Già il nome fa capire che che 'il' Porcellana doveva essere un uomo e non una donna o quel materiale tanto usato per realizzare vasi, suppellettili ornamenti vari. Nel trecento si era ancora lontani dal conoscere la porcellana proveniente dalla Cina, che fu resa nota solo tanti decenni dopo. In realtà nel Trecento viveva questo buon uomo soprannominato, chissà è perché, il Porcellana che ha legato il suo nome anche al vicino Spedale del Michi.

La strada ha come termini borgo Ognissanti e via della Scala e incontra lungo il tracciato via Palazzuolo. Il primo tratto, da borgo Ognissanti a via Palazzuolo, tracciato su terreni di proprietà dei Vespucci, fu detto a lungo via Nuova d'Ognissanti (così ancora nella pianta delineata da Ferdinando Ruggieri nel 1731), mentre il secondo, dove tra Duecento e Trecento era sorto lo spedale dei Santi Jacopo e Filippo detto del Michi, fu denominato da questa presenza via dello Spedale del Michi. 
Fu proprio uno spedalingo chiamato alla carica nel 1337, Guccio Aghinelli (altrove Ghinetti o Aghinetti), soprannominato il Porcellana (altrove membro della famiglia Del Porcellana), benemerito dell'istituzione, all'origine dell'attuale titolazione del tracciato. "Accadde così che tanto l'Ospedale quanto l'ultima parte della via, all'angolo con Via della Scala, presero il nome di Porcellana, Ospedale del Porcellana, Via del Porcellana, unificata poi fino a Borgo Ognissanti" (Bargellini-Guarnieri). Si tratta di una strada secondaria, a carattere residenziale popolare, comunque vivificata dalla presenza di varie botteghe artigiane e alcune trattorie, tra cui la Trattoria Sostanza, detta "i' Troia", fondata nel 1869 da Pasquale Campolmi e inserita a pieno diritto tra i locali storici fiorentini. (da Repertorio delle Architetture Civili di Firenze)

Dal libro Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne' uartuieri di Giuseppe Richa, edito nelk 1757 leggiamo: 
  ... dove oggi il Convento volta nella Via del Porcellana, alla quale vi dovette dare anticamente il nome un certo Frate Guccio detto il Porcellana , come apparisce da una scrittura ne' protocolli di Ser Benedetto di Maestro Martino all'Arcivescovado, ove per un non so che contratto è così descritto: 1337. Frater Guerini evocatus Porcellana Hospitalarius Hospitalis SS. Filippi & Jacobi de Fiorentia & c. E alle Risormagioni in un Libro di Provvisioni del 1376. leggesi „ I Priori danno licenza, che gli Uomini della Compagnia di Filippo del Porcellana ragunino nello Spedale de' Santi Filippo, e Giacomo,,
Ed ancora nello stesso libro:

Era pure chiamato lo Spedale de1 Michi, nome di nobile Famiglia già estinta, ma degna di eterna memoria, avendo ella dato alla Repubblica non solamente Gonfalonieri, e Priori, ma Soldati ancora agli Eserciti Fiorentini, due de' quali leggo nel novero de' prigionieri condotti a Lucca dal vincitore Castruccio dopo la rotta ad Altopscio a i 23. di Settembre 1325. e furono Cino de' Michi, e Cenni de' Michi con molt' altri Cittadini, i cui nomi fono registrati in un libro presso i Mazzinghi; e finalmente tra' Capitani di Parte Guelfa sta scritto nel 1372. Piero di Nuto de' Michi. L'arme loro fono tre Lune in un campo mezzo azzurro, e l' altra metà d'oro, veggendosi tali arme anche in oggi in sui Canto del Porcellana e lungo la Via della Scala alla parete. E tra molti documenti, che provano essere stato in questa Famiglia il Padronato dello Spedale, ne riporterò due, il primo de' quali è cavato dalle Scritture del Roflelli ....


Nomi particolari sono quelli delle trattorie situate in questa via, oltre alla Trattoria Sostanza, detta "i' Troia", troviamo anche la Trattoria dei 13 Gobbi.



Naturalmente non mancano tabernacoli e immagini sacre lungo questa via del Porcellana. Questo raffigurato sotto è il tabernacolo che si trova subito all'angolo di via della Spada, Santa Chiara d'Assisi...



... mentre questo sotto è un tabernacolo all'angolo di via Palazzuolo, un affresco, molto consumato anche se restaurato nel 1995 dal Comune di Firenze, che raffigura la Madonna con Bambino e Santi Giovanni Evangelista e Antonio Abate di un anonimo pittore fiorentino del XIV secolo.







Coordinate:  43°46'22.95"N, 11°14'51.36"E                 Mappe: Google - Bing




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lunedì 5 febbraio 2018

Le botteghe di Donatello





Firenze, Piazza del Duomo 6/1


Sulla facciata del palazzo in piazza del Duomo è stata messa nel 1886 una lapida per volontà del Circolo Fiorentino degli Artisti allo scopo di onorare la memoria del sommo artista Donatello nel cinquecentesimo anniversario della nascita. Il vero nome di Donatello era Donato di Niccolò di Betto Bardi (Firenze, 1386 – Firenze,  13 dicembre 1466).


IL CIRCOLO FIORENTINO
DEGLI ARTISTI CELEBRANDO
IL QVINTO CENTENARIO DELLA
NASCITA DI DONATELLO QVI
NELLE CASE GIÀ DEI TEDALDI
DOVE FVRONO LE BOTTEGHE
DEL SOMMO SCVLTORE QVESTA
MEMORIA PONEVA IL XXVII DI
DICEMBRE M · DCCC · LXXXVI


Nella stessa lapide si fa riferimento alle botteghe situate nelle case dei Tedaldi dove operò Donatello ma in realtà questo palazzo che vediamo oggi, Naldini del Riccio, fu costruito al posto di quelle che erano fino al 1427 le due case di proprietà della famiglia Tedaldi quindi oramai scomparse da secoli.  Sula proprietà passata ai Naldini che avevano acquistato a partire dal 1532 si iniziò la costruzione dell'odierno palazzo su disegno di Pier Francesco Silvani  (Firenze 1620 – Pisa 1685), poi portato a compimento dall'architetto Pietro Paolo Giovannozzi tra il 1726 e il 1732. Sembra che nelle case oramai scomparse vi lavorarono oltre che Donatello anche Michelozzo (Firenze, 1396 – Firenze, 1472), ovvero Michelozzo di Bartolomeo Michelozzi, intorno all'anno 1433 e poi nel 1498 Giuliano (Firenze, 1445 – Firenze, 1516) e Antonio (Firenze, 1484 – Terni, 1546) Giamberti, detti da San Gallo, celebri intagliatori in legno ed architetti civili e militari fiorentini, pagando la pigione a Lattanzio di Francesco Tedaldi per la bottega di questa casa che rimaneva sull'angolo di mezzogiorno.


Coordinate:  43°46'24.89"N,  11°15'26.43"E                     Mappe: Google - Bing




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lunedì 29 gennaio 2018

La scalinata barocca del Giardino Bardini




Firenze, Via De' Bardi 1

Al Giardino Bardini si può accedere da Via de' Bardi o da Costa San Giorgio. Noi abbiamo scelto la prima preferendo salire dolcemente per viottoli e orti, tra ombre e luce in una mattina invernale. Con le spalle agli stupendi scorci del panorama che ci offre Firenze sempre più lontana e sempre più in basso allargando l'orizzonte che si apre ai nostri occhi che non finiscono mai di incantarsi, mai sazi delle mille cose conosciute e di mille e mille da scoprire ancora.
Dal sito della Villa prendiamo alcune note.
La storia del Giardino Bardini è la storia di una parte di Firenze: quattro ettari di bosco, giardino e orto frutteto a contatto con le mura medievali della città, tra Costa San Giorgio e Borgo San Niccolò.
La prima fase storica dell’area verde Bardini risale all’età medievale e vede protagonista la ricchissima famiglia Mozzi la quale, già nel Duecento, era proprietaria di numerose case e terreni tra cui la cosiddetta “collina di Montecuccoli”, dove si estende attualmente il Giardino.
Agli inizi del Trecento, con il tracollo economico della famiglia, i possedimenti vennero acquistati dal Comune di Firenze, per poi ritornare nelle mani dei Mozzi nel 1591. A quel tempo il complesso era costituito dal palazzo principale dotato di una loggia e da un giardino murato retrostante l’edificio (hortus conclusus) e confinante con un’area scoscesa strutturata in terrazzamenti di tipo agricolo. Tale struttura persiste nel Quattrocento e nel Cinquecento, come documentano le vedute prospettiche del tempo.
Nel Seicento l’area oggi occupata dal giardino Bardini è suddivisa in due proprietà: ai Mozzi la parte Est e a Giovan Francesco Manadori la parte ovest, dove viene fatta costruire per opera dell’architetto Gherardo Silvani la Villa Manadora, edificio che già all’epoca veniva ammirato per la straordinaria vista sulla città.
Nel Settecento tale proprietà viene venduta dagli eredi del Manadori alla famiglia Cambiagi per poi passare all’inizio dell’ ottocento a Luigi Le Blanc e a suo figlio Giacomo. I due possedimenti vengono gradualmente abbelliti, sfruttando la posizione panoramica del luogo. Giulio Mozzi, grande appassionato di giardini, contribuisce alla nuova decorazione della scalinata che viene arricchita dai fondali a mosaico con fontane e dalle statue in arenaria di personaggi in costumi campestri, ancora oggi presenti.




All’inizio dell’Ottocento la proprietà e la struttura del giardino sono ancora frazionate. I Mozzi possiedono la parte centrale dell’area, ovvero la grande scalinata con il prato antistante e la parte agricola. Luigi Le Blanc  possiede la parte a bosco, da lui trasformata in un moderno giardino anglo-cinese, e la Villa, detta all’epoca “del Belvedere,” arricchita dal nuovo giardino con un lago, una cascata e una fontana. Risale a questo periodo anche la Kaffehaus, con sala circolare e grotta sottostante (ancora esistente), gemellata con un’analoga struttura nella parte di proprietà dei Mozzi.
 Nel 1839 le due proprietà vengono unite con l’acquisto da parte della famiglia Mozzi della proprietà Le Blanc. Tuttavia, nel corso del secolo, la proprietà incorse in un inesorabile declino, a causa delle difficoltà economiche della famiglia. Nel 1880 il complesso, ormai in stato di abbandono, viene espropriato all’ultimo erede della famiglia Mozzi e acquistato dai principi Carolath von Beuthen, che ne saranno proprietari fino al 1913,  dotando il giardino di elementi di gusto vittoriano.
Agli inizi del Novecento avviene quindi il passaggio della proprietà dalla famiglia von Beuthen a Stefano Bardini che, subito dopo l’acquisto, rinnova l’intero complesso per adeguarlo alle proprie esigenze di rappresentanza e lo utilizza come uno spettacolare “showroom” all’aperto,  conferendogli uno stile ancora più eclettico di quanto già non avesse.
Il giardino, arricchito da elementi decorativi di varia provenienza assemblati col gusto tipico del collezionista che nulla esclude, diventa così un labirinto di tranelli per il conoscitore d’arte che stenta a riconoscere i materiali veri da quelli falsificati, i rimontaggi con inserimenti moderni dalle opere autentiche.
La costruzione di un viale per raggiungere la villa e la conseguente demolizione dei giardini murati, l’accorpamento degli edifici sulla costa S.Giorgio e la costruzione di una loggia sul Belvedere, inserita tra i due padiglioni dell’antica Kaffehaus, sono alcune tra le modifiche più evidenti volute dall’antiquario Bardini, in quella che fu la stagione più intensa del giardino.
Nel 1965, con la morte del figlio di Stefano Bardini, Ugo, ha inizio un lungo e complicato iter burocratico sull’eredità, conclusosi solo nel 2000 con l’interessamento dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, attraverso la Fondazione Parchi Monumentali Bardini Peyron, che gestisce attualmente la proprietà.
Oggi  il Giardino Bardini, dopo quasi cinque anni di minuzioso restauro, riapre finalmente i suoi cancelli, riportando alla luce un importante percorso storico che ritrae l’interessante complesso nelle fasi e nelle trasformazioni subite nel tempo.



Da non perdere il Museo Bardini situato in basso in  Piazza de' Mozzi di cui abbiamo già raccontato qualcosa.



Coordinate:  43°45'49.90"N,  11°15'26.86"E                     Mappe: Google - Bing




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lunedì 22 gennaio 2018

Il Palazzo de' Frescobaldi





Firenze, Piazza de' Frescobaldi 1

Appena finita di restaurare la facciata di quel palazzo che oggi ospita l'istituto Magistrale Gino Capponi, fu un tempo prestigioso palazzo di proprietà dei Frescobaldi, la nobile e ricca famiglia che finanziò la costruzione del Ponte di Santa Trinita, posto accanto, prima realizzato in legno e poi in pietra per resistere alle piene dell'Arno
Il palazzo fu incendiato nel Trecento, quindi ricostruito e poi alla fine del Cinquecento (1575) incorporato nel convento dei Canonici Regolari Agostiniani, annesso all'adiacente chiesa di San Jacopo Sopr'Arno. Quindi, trasformato radicalmente su progetto dell'architetto cortonese Bernardino Radi (Cortona, 1581 - 1643), con un cantiere aperto attorno al 1640 e finanziato da Ferdinando II (Firenze, 1610 – 1670, che portò a definire sia i due prospetti sia il grande chiostro. 
Nel 1703, per volere di Cosimo III (Firenze, 1642 – 1723), l'ordine fu soppresso e nel convento subentrarono i Padri della Congregazione della Missione (ecco l'altro nome con cui è conosciuto il palazzo, Palazzo della Missione), padri soprannominati a Firenze Barbetti per la foggia della barba alla francese, provenienti da Roma. Per esigenze di spazio nel 1709 il palazzo fu ampliato con l'aggiunta di un terzo piano. 
Soppresso il convento nel 1808, venne ripristinato nel 1816, quindi occupato dal Governo italiano e passato al demanio dello Stato nel 1866. In questo stesso anno, dopo alcuni lavori di adeguamento diretti da Giovanni Castellazzi, essendo assurta Firenze a Capitale d'Italia (1865-1871), buona parte dell'edificio fu occupato dagli uffici del Ministero della Marina "perché avesse percezione dell'acqua", infatti l'Arno scorre proprio accanto.



Questo quadro di Giuseppe Zocchi (Firenze, 1711 – Firenze, 1767) mostra come era nel Settecento Palazzo Frescobaldi, visibile a destra, poi Ponte di Santa Trinita, e, sullo sfondo si riconoscono, Ponte Vecchio e Palazzo Vecchio.



Coordinate:   43°46'6.52"N,   11°15'0.28"E                   Mappe: Google - Bing




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lunedì 15 gennaio 2018

Una tela di Ottone Rosai e una strada





Firenze, Via Toscanella

Via Toscanella è una via che corre quasi parallela a Piazza Pitti separata da questa da abitazioni signorili e non, partendo dallo Sdrucciolo de' Pitti e arrivando a quella piazza dal nome alquanto evocativo ed esplicito, Piazza della Passera. Importante dal punto di vista storico è Via Toscanella poiché qui nacquero o vissero importanti personaggi del passato, da Giovanni Boccaccio (Certaldo, 1313,  1375) a Paolo dal Pozzo Toscanelli (Firenze, 1397 – 1482) e Ottone Rosai (Firenze, 1895 – 1957).  Di quest'ultimo grande pittore abbiamo già visto dove abitò dal 1933 al 1957 dopo essersi trasferito appunto da Villamagna e  via Toscanella dalla quale trasse ispirazione per uno dei suoi quadri. Qui sotto vediamo la riproduzione di quel quadro in una cornice appesa fuori a un ristorante nelle cui fondamenta è l'altrettanto famoso Pozzo Toscanelli ancora visibile attraverso un vetro posto sul pavimento appena oltre l'ingresso.




Coordinate:  43°45'58.87"N,  11°14'59.21"E                    Mappe: Google - Bing




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lunedì 8 gennaio 2018

Una lapide in ricordo di Savonarola dove era il tassello del Saracino





Firenze, Piazza della Signoria

Firenze potrebbe essere letta come un libro, una pagina dopo l'altra da sfogliare strato dopo strato partendo dalla superficie del suolo. Si risalirebbe così all'epoca medievale, romana, etrusca e forse anche all'epoca villanoviana o ancor prima, preistorica. Piazza della Signoria è il luogo ideale per sfogliare questo libro, lo si è già fatto anche nel recente passato, trovando le pavimentazioni, i  muri mozzati, le suppellettili e i manufatti di chiese, case, botteghe artigiane ed le ossa dei nostri antenati poco più in là dietro gli Uffizi. Questa foto mostra la copertina del libro di oggi, quella che ogni giorno migliaia di turisti e concittadini indaffarati percorrono incessantemente. Questo è il luogo dove venne strangolato il frate domenicano ferrarese Girolamo Savonarola (Ferrara, 1452 – Firenze, 1498) , chiamato dapprima dal Magnifico (Firenze, 1449 - 1492) nella sua chiesa di San Lorenzo nel 1482. Frate che incise tanto nella storia di Firenze con le sue prediche contro la chiesa corrotta (e non solo)  fino al suo esito finale nella piazza, qui dove è la pietra, dichiarato eretico, strangolato e il suo corpo bruciato. Perchè fu bruciato proprio qui? Un punto della piazza del tutto particolare, non proprio nel cento, non proprio di fronte alla facciata di Palazzo Vecchio, ma un po' defilato. E' qui dove un tempo era posto il tassello sul punto dove era fissato ed eretto il saracino in occasione della 'Giostra del Saracino' che ancor oggi si disputa ad Arezzo e non più a Firenze. Manifestazione cavalleresca tipica del Medioevo che consisteva nel colpire con una lancia l'effige di un moro centrando lo scudo. L'abilità del cavaliere, lanciato a tutta velocità sul suo destriero, consisteva sia nel colpire lo scudo che nell'evitare di essere colpito a sua volta dalla mazza ferrata incatenata sul braccio della manichino che roteava per reazione al colpo inferto dalla lancia al centro dello scudo. Il segno, il tassello, nella piazza dell'infedele, ovvero il Moro, il Saracino, fu sostituito a Firenze dalla lapide dell'eretico rinascimentale, accusato senza colpa (in attesa di riabilitazione), nella piazza più importante della città.

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QUI
DOVE CON I SUOI
CONFRATELLI FRA DOMENICO
BUONVICINI E FRA SILVESTRO
MARUFFI IL XXIII MAGGIO
DEL MCCCCXCVIII PER INIQUA
SENTENZA FU IMPICCATO ED ARSO
FRA GIROLAMO SAVONAROLA
DOPO QUATTRO SECOLI
FU COLLOCATE QUESTA
MEMORIA 
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Attribuzione a Francesco Rosselli (1445 -  1513 ) 1498 tavola, Museo San Marco 



Coordinate:  43°46'10.65"N,  11°15'20.66"E                      Mappe: Google - Bing




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martedì 2 gennaio 2018

Gli Uffizi di notte





Firenze, gli Uffizi

E' piuttosto strano non vedere una lunga fila di visitatori in attesa di entrare in uno dei musei più famoso al mondo e la sera, la notte sono le uniche occasioni per poter gustare le architetture, gli scorci, le fughe prospettiche senza il fiume dei pazienti turisti provenienti da tutto il mondo. 

"Fra i maggiori musei del mondo, la Gallerìa degli Uffizi è una delle più antiche sorte in Europa secondo una concezione moderna di museo, cioè di uno spazio espositivo ordinato sistematicamente e destinato anche al pubblico. Già due secoli prima della sua apertura ufficiale nel 1765 la Galleria risulta visitatele su richiesta: nel 1591 la guida dì Firenze di Francesco Bocchi la dice infatti "fra le più sovrane bellezze... al Mondo", " piena di statue antiche, di pitture nobilissime e di preziosissimi arnesi". Essa si forma, è bene ricordarlo, nella città che da tempo e per prima ha ripristinato un termine in disuso da secoli: museo, per gli antichi greci luogo consacralo alle Muse, nella Firenze laurenziana indica la collezione di sculture antiche del Magnifico (1449-1492) nei giardino di San Marco. Artisti come Leonardo (Vinci, 1452 - 1519) e Michelangelo (Caprese Michelangelo, 1475 – 1564) vi si radunano "per bellezza, per studio e per piacere". Ce lo racconta Giorgio Vasari (Arezzo, 1511 – 1574), architetto degli Uffizi ma anche autore di quelle vite di artisti, pubblicate nel 1550 e nel 1568, di cui spesso si farà menzione in questa guida.
Le origini degli Uffizi risalgono al 1560, quando su richiesta di Cosimo I de' Medici (Firenze, 1519-1574) Vasari progetta un grande palazzo a due ali, "sul fiume e quasi in aria", che ospiti le Magistrature, ovvero gli uffici amministrativi e giudiziali (Uffizi) del ducato di Toscana. Cinque anni dopo lo stesso Vasari realizza in pochi mesi la galleria aerea che collegando gli Uffizi alla nuova residenza medicea di Palazzo Pitti passa tuttora sopra Ponte Vecchio e la chiesa di Santa Felicita per sboccare nel Giardino dì Boboli. Si crea così col Corridoio vasariano una relazione urbanistica unica al mondo: i punti nevralgici della città, il fiume, il ponte più antico, i centri del potere, uniti in uno spettacolare percorso sopraelevalo, allora ad uso esclusivo della corte.
Ma è al figlio di Cosimo, Francesco I (Firenze, 1541-1587), che si deve il primo vero nucleo della Galleria. L'introverso granduca ha già allestito uno Studiolo con dipinti e oggetti preziosi nella residenza di Palazzo Vecchio, poi collegato anch'esso agli Uffizi da un passaggio sopraelevato. Verso il 1581 trasforma in Galleria, luogo dove "passeggiare, con pitture, statue e altre cose di pregio", l'ultimo piano degli Uffizi, e nel 1586 fa realizzare all'eclettico Bernardo Buontalenti [Firenze, 1531 – 1608] il Teatro mediceo, luogo di memorabili spettacoli corrispondente in altezza al primo e secondo piano attuali del museo, dove ora sono le raccolte di grafica e altre sale espositive. I.a Galleria viene chiusa da ampie vetrate, ornala di sculture antiche e di affreschi nei soffitti. Ma l'idea più geniale è la Tribuna: uno spazio, anche simbolico, insolito e avvolgerle, con la cupola ottagonale incrostata di conchiglie, ricco di opere d'arte e arredi illuminati dall'alto. Vicino alla Tribuna è un terrazzo che nel 1589 verrà chiuso dal granduca Ferdinando [Firenze, 1549 – 1609], fratello di Francesco, per divenire la Loggia delle Carte geografiche (Sala 16). Al termine dell'altra ala della Galleria, oltre la Fonderia e diversi laboratori, viene allestito un giardino pensile sopra la Loggia dell'Orcagna.
Oggi gli Uffizi vantano un patrimonio artistico incomparabile: migliaia di quadri dall'epoca medievale a quella moderna, sculture antiche, miniature, arazzi; una galleria unica al mondo di autoritratti, in costante accrescimento anche con acquisizioni e donazioni di artisti contemporanei al pari di un'altra sua eccezionale raccolta, nella città che per tradizione vanta il "primato del disegno", quella del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe.
Se a buon diritto la Galleria degli Uffizi può dirsi "il museo per eccellenza", non è tuttavia solamente per gli splendidi ambienti e per i suoi capolavori. Sono le origini delle sue raccolte, la sua storia che ha più di quattro secoli, a essere uniche perché intrecciate con le vicende della civiltà fiorentina."

Da Gli Uffizi. La guida ufficialeGloria Fossi - ‎2010



Coordinate:   43°46'6.61"N,  11°15'20.07"E                     Mappe: Google - Bing




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giovedì 28 dicembre 2017

Le luci dell'albero





Firenze, Duomo

Il Duomo la sera di Natale.


Coordinate:  43°46'23.78"N,  11°15'20.18"E                      Mappe: Google - Bing




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lunedì 25 dicembre 2017

Una grigia giornata di Vigilia





Firenze, Santa Maria Novella

Pochi viandanti frettolosi per gli ultimi regali di Natale in Piazza Santa Maria Novella come in tutta Firenze. 

Coordinate: 43°46'24.51"N, 11°14'57.53"E                 Mappe: Google - Bing




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lunedì 18 dicembre 2017

La Villa del Poggio Imperiale





Firenze, Poggio Imperiale

Sopra un alto ripiano delle colline d’Arcetri, in mezzo a vasti prati si erge maestoso il fabbricato denominato la Villa del Poggio Imperiale. 
In antico quel luogo apparteneva alla famiglia de’ Baroncelli, passò nel 1500 circa in quella de’ Salviati, e poi ne’ Medici, per confisca de’ beni Salviati, conservando però sempre il nome di Poggio e Villa de’ Baroncelli.
Cosimo I de’ Medici [Firenze, 1519 – 1574] lo donò alla figlia Isabella quando divenne moglie infelicissima di Paolo Orsini. Spenta questa casata il dominio ne passò negli Odescalchi, e nel 1622 ritornò ne’ Medici per compra che ne fece la Serenissima Maria Maddalena d’Austria  [Graz, 1589 – Passavia, 1631] moglie del Granduca Cosimo II [Firenze,  1590 – Firenze, 1621] .
Questa Principessa fece notabilmente ingrandire ed abbellire quel fabbricato, sul disegno del celebre Giulio Parigi, e volle che si nominasse Villa del Poggio Imperiale. 
Vittoria della Rovere, moglie del Granduca Ferdinando II [Firenze, 1610 – 1670] l’accrebbe anch’ essa; ma più che ogni altro Pietro Leopoldo  [Firenze, 1797 – 28 gennaio 1870], Granduca di Toscana, della Casa di Lorena, la abbellì e la ornò internamente e al di fuori, riducendola tale quale oggi è. La bellissima architettura esterna, la vastità, la ampiezza e distribuzione delle cento sale, molte delle quali vagamente dipinte dal Volterrano [Volterra, 1611 – Firenze, 1690] , la preziosa volta dipinta da Matteo Resselli [Firenze, 1578 – 1650], trasportata con ardito artifizio tutta intera, senza che ne venisse un eretto, da un punto all’altro della Villa, allora che si fecero gli ingrandimenti ordinati dal Granduca Pietro Leopoldo; la vastità del gran salone, tutto adorno di stucchi dell'Albertolli [Bedano, 1742 – 1839], la straordinaria vastità di tre cortili interni, il grandioso giardino, parte aperto, parte occupato da una grande lecceta, potata. come si usa nei giardini all’italiana, e la ricchezza d’ acqua che percorre tutto il fabbricato, e la innumerevole raccolta di dipinti e di sculture, de’ quali però ora non resta per così dire che quelli che erano indispensabile corredo del Monumento, tanti e tali però da farlo esser sempre riccamente corredato, costituiscono di questo fabbricato un prezioso monumento d’ arte.
Un bell’Oratorio è annesso e fa parte della Villa, ed anche in questo l‘eleganza e ricchezza dell’architettura è congiunta con la moltiplicita di oggetti d' arte, specialmente scultoria, vedendovisi alle pareti in altrettante innicchiature sei belle statue grandi al vero, rappresentanti la Fede, la Carità, la Mansuetudine, la Fortezza, la Parità, la Speranza, modellate da Corradini, Maggi, Fontana, Raggi, Grazzini, e di un bellissimo bassorilievo del Torwaldsen, che serve di palliotto all’Altare.
Un largo stradone guarnito di due viali laterali alberati congiunge questo edilizio e Firenze.
Da "Del reale istituto femminile della SS. Annunziata in Firenze al poggio Imperiale" -  ‎1873


Con il trasferimento della capitale d'Italia Firenze e i lavori di riordino urbanistico della città, la villa si trovò all'interno della zona dei Viali dei Colli, tracciati da Giuseppe Poggi. 
Cortile per ricreazione, 1870

Dal 1865 divenne educandato femminile della Santissima Annunziata (trasferito dall'ex-monastero della Santissima Concezione in via della Scala) e oggi ospita ancora la stessa scuola, diventata poi istituto secondario di I e II grado e aperta a studenti di entrambi i sessi. All'interno conserva anche un piccolo museo con collezioni scientifiche d'epoca.



VillaPoggioImperiale in una stampa di Giuseppe Zocchi




Coordinate:  43°44'57.41"N,  11°14'51.57"E                     Mappe: Google - Bing




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lunedì 11 dicembre 2017

Il Ghetto fiorentino prima della seconda metà del 1800





Firenze,

Siamo intorno alla metà del 1800, quando ancora Firenze ancora non era diventata Capitale del nuovo Regno d'Italia, prima della riqualificazione del centro che fosse 'degno' alla nuova temporanea Capitale con la distruzione del fatiscente Ghetto.

IL GHETTO NEGLI ULTIMI TEMPI estratto da "Il ghetto di Firenze e i suoi ricordi illustrazione storica di Guido Carocci  A. Forni", anno di pubblicazione 1886

Eccoci al periodo moderno, il periodo che, speriamo, sia l'ultimo per questa località divenuta un centro d'infezione, di miseria e di vizi.
L'abbandono del Ghetto per parte della maggior parte delle famiglie Israelite segna la completa decadenza di questo quartiere, segna il ritorno alle tristi e vergognose condizioni in cui il Frascato ed i luoghi adiacenti erano nel XV secolo.



Pensando allo stato in cui trovavasi ultimamente il Ghetto, par di ricordare le memorie che si hanno di quattro secoli addietro: ricordando le qualità e gl' istinti di coloro che ultimamente avevano per dimora il vecchio Ghetto, par quasi che la denunzia fatta agli ufficiali della decima da Jacopo d' Alamanno dei Medici sia fatta ai nostri tempi.
Poche famiglie israelitiche erano restate ad abitare alcuni dei quartieri più comodi e più eleganti, quelli che occupavano appunto gli antichi palagi della nobiltà fiorentina e che per la loro giacitura e per le condizioni d'aria e di luce potevano dirsi abbastanza belli e comodi.
Non c' era però da compiacersi del vicinato. Le parti interne e quelle più modeste del Ghetto erano addirittura un nido di povera gente che vi si agglomerava, vi si ammassava, utilizzando ogni più piccolo e più meschino locale.
I saloni antichi erano divisi e suddivisi per il lungo, per il largo, per l'alto; le soffitte, i sottoscala, gli anditi e perfino i sotterranei servivano di abitazioni e d'asilo a questa specie di colonia singolarissima che popolava l'antico quartiere di Firenze.
Era un miscuglio strano, impossibile, di gente povera e onesta, d'operai e di venturieri disgraziati, di oziosi, di ladri, di donne perdute: un penoso accozzo, di miseria desolante, di depravazione disgustosa, di vizio incallito, di sconforto e di abiezione.
Molte famiglie oneste e virtuose in mezzo alla loro miseria erano state costrette a rifugiarsi là dentro, e contentarsi di abitare poche, meschine, umide, buje e soffocanti stanzucce, non trovando altrove quartierini a prezzi modesti e non avendo modo di metter insieme la somma necessaria a pagare in una sola volta la pigione di un semestre.
Accanto a loro, c' erano dei covi di ladri, c'erano degli alberghi dove conveniva gente d'ogni genere.
Pagavano venti e fin dieci centesimi ed avevano diritto di dividere, magari con altre cinque o sei persone, un letto o per meglio dire un lurido giaciglio, un grosso saccone con lenzuoli, guanciali e coperte che un giorno erano state bianche; ma che col lungo uso e le qualità dei contatti avevano preso un colore... inqualificabile. Coteste raccolte di gente, cotesti convegni erano qualche cosa di curioso, di originale nel loro orribile.
La polizia esercitava in certi luoghi una sorveglianza speciale, perchè sapeva di certa scienza che là capitavano pregiudicati e malanni d'ogni specie; e su per giù i sonni più o meno tranquilli di tutti cotesti ospiti erano quasi seralmente turbati dall'intervento delle guardie che venivano ad assicurarsi della presenza di qualche vecchio conoscente, o a fargli cambiare contro voglia d'albergo.
L'andirivieni infinito, il laberinto vero e proprio di anditi, di corridoi chiusi ed oscuri, di vicoli interni, di cortili, di terrazze, di cavalcavie, che mettevano in comunicazione quasi tutte le parti dell' ampio quadrato, favorivano la fuga di coloro che la polizia ricercava e che conoscendo a perfezione i più misteriosi recessi di quel fabbricato, potevano spesso nascondersi ed eludere facilmente le ricerche più attive e più minuziose : quindi i borsaioli, i ladri, i sottoposti alla speciale sorveglianza, avevano un affetto, un amore tutto speciale per questa località che si prestava mirabilmente a proteggerli.
Ecco le pagine nere, le più nere anzi di questo quartiere che ridotto in questo stato era addirittura la vergogna di Firenze.
Però nel descrivere le brutture, gli orrori, le vergogne di questo quartiere s' è esagerato ed esagerato fino a farne teatro di avvenimenti impossibili, asilo di gente che non è mai esistita, luogo di misteri spaventosi e di delitti orridi.
E stato un delirio, un eccesso di esagerazioni colossali, di fantasie inverosimili, eppure s'è durato un bel pezzo ad alimentare la pubblica curiosità, a suscitare i più alti sensi di meraviglia e di orrore coi racconti di avvenimenti spaventevoli che si sarebbero svolti in tutte le loro fasi più truci in questo luogo sinistro, in questo tetro recesso... consacrato al delitto.
Se ne son dette e scritte di tutti i colori ; s'è pescato nelle cronache giudiziarie la parte più terribile relativa a tutti i paesi di questo mondo si son rifritte le vecchie storie di misteri e di paure, si son saccheggiati e raffazzonati romanzi dalle tinte più fosche e più sanguigne per accomodarli ed applicarli a questo quartiere, calunniandolo nel modo più atroce e facendo fare al tempo stesso una figura tutt' altro che lusinghiera anche alla nostra Firenze che avrebbe avuto per tanti anni un centro cosiffatto d'orrori selvaggi ed elementi così ferocemente tristi e delittuosi.
Esagerazioni, esagerazioni in tutto il senso della parola, che però, forse senza volerlo, han giovato ad affrettare lo sgombero di questo quartiere e a patrocinar la causa della sua demolizione.
Però... diciamolo francamente: grandi delitti non ne sono avvenuti, drammi spaventevolmente truci non si sono mai svolti qui dentro, per la gran ragione che mancavano gli elementi più importanti: i grandi delinquenti e più che altro i covi dei grandi delinquenti.
L' ho detto prima (e l' ho detto perchè conoscevo intimamente e profondamente questa località anche prima che si pensasse minimamente a demolizioni e a trasformazioni) che razza di gente abitasse colà ed è inutile tornarlo a ripetere.
Drammi se ne saranno svolti e molti qui dentro ma di tutt' altro genere, di tutt' altra natura, per quanto essi potessero essere più desolanti, più tristi, più commoventi.
Erano i drammi della miseria, della miseria più raccapricciante.
Là sopra uno strato fetido di cenci, di piume, di foglie secche, di fogliacci, in certi antri dove non si poteva stare in piedi perchè il soffitto era troppo basso, senz' aria, senza luce, si nasceva e si moriva.
Nascevano le povere creature umane come nascono le bestie nel covile. Morivano di fame e distenti senza il conforto dei baci delle persone care, senza l'estremo saluto del sole che non scendeva mai a dissipare le tenebre di questi antri.



E là si viveva tra gli stenti e le privazioni, là, nel mistero di quelle catapecchie, si soffocavano pianti e sospiri.
All' intorno, a pochi passi, nelle vie gaie, allegre, splendide di luce, sfolgoranti di bellezza, le 
ricche carrozze andavano e venivano, la folla elegante passeggiava serena e tranquilla soffermandosi ad ammirare la splendida mostra dei negozj e pochi gettavano forse uno sguardo indifferente, noncurante verso quel quartiere cupo e tenebroso....
E là dentro si soffriva la mancanza di tutto, 
si penava, si moriva fra gli stenti e fra i dolori... 
Ecco i veri argomenti dei lugubri drammi del Ghetto, argomenti che non hanno davvero nulla d' originale^ nulla di caratteristico, di particolare, perchè essi si sono svolti qui, come si svolgono e si svolgeranno sempre dappertutto, dove per effetto di sciagure o come conseguenza del vizio v' è chi vi si trova costretto a sopportare i guai della miseria.......

Le immagini non sono parte del volume originale:
Piazza della Fonte nel Ghetto scomparso
Pianta del Ghetto
Alcuni abitanti fiorentini del Ghetto

Coordinate:  43°46'18.10"N,  11°15'12.03"E                     Mappe: Google - Bing




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