Guardando Firenze nei particolari da dietro l'obiettivo di una fotocamera.

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mercoledì 7 novembre 2018

Cosa si leggeva nel 1866 della Loggia dei Lanzi





Firenze, Piazza della Signoria

leggiamo di seguito la descrizione di Luigi Passerini della Loggia dei Lanzi in un brano tratto dal suo libro Curiosità storico-artistiche fiorentine del 1866 

LA LOGGIA DELLA SIGNORIA
Quel sistema di vita pubblica ch'era proprio dei nostri padri, come diè motivo alla costruzione delle loggie che presso i loro palazzi inalzarono le più doviziose, tra le famiglie fiorentine, tanto di origine magnatizia che popolare, spinse pure il Comune a edificarne una che servisse per quegli atti che alla presenza di tutti dovevano consumarsi.
Solevano i ricchi celebrare nella domestica loggia gli avvenimenti più solenni delle loro famiglie, quelli che dovevano avere l'intiero popolo per testimone : quali, a mo' d'esempio, le scritte nuziali ; gli atti più importanti di compra e vendita ; le donazioni ; i conviti, infine , e le feste che celebravansi per solennizzare il conseguimento del grado equestre o qual altro si voglia fausto avvenimento domestico.
Del pari non pochi erano gli atti che obbligavano la Signoria a presentarsi ai proprii concittadini sulla ringhiera ch'era posta dappresso alla porta principale del suo palazzo; su quella ringhiera che con improvvido consiglio fu atterrata mentre in Firenze regnavano i Napoleonidi, e che dovrebbesi ricostruire quando si volesse rendere il suo vero carattere a quell'insigne monumento. La necessità di convocare il popolo a parlamento ; il bimestrale succedersi del gonfaloniere di giustizia e dei priori; la pompa voluta per dare il bastone del comando ai capitani che dovevano guidare l' oste nel campo , e per  decorare della dignità cavalleresca i benemeriti della patria; erano circostanze tutte che obbligavano i rappresentanti della repubblica a sedersi al cospetto della intiera popolazione. Ma gli ardori della estiva stagione e il caso non infrequente che si dovessero per incessante pioggia sospendere, ossivvero consumare con grave incomodo quegli atti solenni, fecero por mente alla convenienza di costruire un luogo coperto che servisse ai molteplici bisogni della vita pubblica ed alle ceremonie ch'erano una conseguenza del reggimento a comune.
Fu incominciato a parlarne intorno alla metà del secolo XIV, ed il decreto che stabilì la costruzione della loggia fu vinto nel consiglio maggiore il 21 novembre 1356 : ma ignoro i motivi che ne sospesero l'attuazione per ben venti anni. Vuolsi che Andrea Orcagna ne facesse il disegno e il modello; lo asserisce il Vasari e lo ripetono quanti scrissero dopo di lui : ma certamente non potè l'illustre architetto presedere alla fabbrica, essendo egli di già morto nel 1368, più di otto anni prima che si comprassero, le case dei Baroncelli e le altre che furono demolite per dar luogo alla loggia.
Può ben darsi ch' ei ne avesse, pria di venire a morte, fatto il modello; ma chiunque è pratico in arte converrà meco che male può concepirsi il disegno di un edifizio quando non si conosce il luogo su cui dev'essere costruitole che ben spesso tali e tante sono le variazioni che vi si apportano nell'eseguirlo che poco o nulla rimane del primitivo concetto. Risulta dai documenti che Benci di Cione e Simone di Francesco Talenti furono i capo maestri preposti alla fabbrica allorchè vi fu posta mano nel 1376 : ambedue artisti famosi che molto lavorarono a Or-San-Michele ed al palazzo dei Potestà. Fu il primo valente magistrato, e sempre condotto al campo per dirigere le opere di assedio intraprese per la repubblica ; quanto valesse nella sua arte il Talenti, lo dicono i belli e ricchi ornati che chiudono le lunette delle loggie di Or-San-Michele, non meno che la semplice ed elegante facciata della chiesa ora dedicata a S. Carlo. Ambidue erano ben capaci d' immaginare il progetto della bella loggia che forma soggetto di questo articolo: e mi fa supporre che ad essi se ne debba il disegno il sapersi che anche nel 1379, e più tardi, il Talenti modellava i capitelli dei grandi pilastri egli altri ornati, mentre Iacopo di Paolo e poi Lorenzo di Filippo dirigevano le costruzioni murarie. Antonio di Puccio di Benintendi, del popolo di S. Michele Visdomini, era il capo dei muratori, e da lui furono costruite le volte: e mi piacque notarlo, perchè da quell'uomo appunto deriva una delle case Fiorentine che furono molte ricche di sto ria perdurante la supremazia e il governo dei Medici; la famiglia dei Pucci.
Ideò l' architetto che nell' alto della loggia dovessero figurare li stemmi del Comune ed ancora le virtù teologali e le cardinali, siccome quelle che devono essere la base di qualunque ben ordinato reggimento: e perciò, mentre le armi si allogavano a Nicolò di Piero Lamberti scultore aretino , si ordinava il disegno delle figure ad Agnolo di Taddeo Gaddi. Egli diè compiti i cartoni intorno al 1383, e poco dopo si affidavano le scolture ai più pregiati tra quei maestri che aveano prestata per il Duomo l'opera loro; appunto perchè agli Operai di S. Maria del Fiore erasi commessa la sorveglianza ai lavori che si facevano per questa loggia. A Giovanni d'Ambrogio si diè a fare la figura della Giustizia in bassorilievo nel 1384, e più tardi quella della Prudenza: si allogarono a Giovanni di Fetto la Fortezza e la Temperanza, nell' anno istesso; ma non potendo per la vecchiezza condurre a termine quelle scolture, si dettero nel 1385 a compiere a Iacopo di Piero Guidi, del popolo di S. Apollinare, il quale avea già dato prova eccellente di sè nell' effigiare la Speranza e la Fede. La Carità, ch' erasi immaginato di con durre in alto rilievo, per porsi sotto di un tabernacolo situato nel centro della parte che è volta ad Oriente, fu assegnata a Luca di Giovanni valente artista senese; ma dopo due anni gli fu ritolta, perchè non avea per'anche posto mano al lavoro, e data a farsi a Piero di Giovanni del Brabante. Egli pure assunse l' incarico, ma non potè condurlo a buon fine; e nel 1388 chiese di esserne esonerato stantechè troppo lo aggravavano le commissioni avute per S. Maria del Fiore: e fu allora che anche di questa statua fu affidata la esecuzione a Iacopo di Piero Guidi. Poste tali figure ai luoghi destinati, volle l'archi tetto che fossero maggiormente decorate : e perciò, dopo che frate Leonardo monaco di Vallombrosa le ebbe con tornate di vetri colorati di azzurro, fu ordinato a Lorenzo di Bicci di colorirle al naturale e di lumeggiarle e di arricchirle coli oro. Compievansi i lavori intorno al 1387, nel qual' anno si lastricava la loggia, e si ponevano a pie dei pilastri le statuette dei leoni e leonesse sedenti lavorati dal più volte rammentato Iacopo Guidi.
Non è mio intendimento di esporre i fatti dei quali è stata testimone la loggia , avvegnachè io volli soltanto rammentare le notizie artistiche che vi hanno rapporto, onde non vadano perdute quelle che nei miei studi ho avuto la fortuna di ritrovare ; abbenchè di alcune avesse già il Baldinucci fatto tesoro. Rimase la loggia sgombra di statue fino ai tempi del Principato Mediceo; e soltanto dopo la metà del secolo XVI fu pensato a collocare sotto le grandi arcate quei tre meravigliosi gruppi che basterebbero a formare il decoro di qualsivoglia città. Primo per data è quel di Giuditta che calpesta il cadavere di Oloferne a cui ha troncata la testa. Lo scolpì Donatello d'ordine di Cosimo il vecchio dei Medici, e fu conservato nel palazzo che fu proprio di questa casa fino al 1494 : nel quale anno, cacciati i Medicei, fu di là tolto e collocato presso la porta del palagio della Signoria, al principio della ringhiera. Gli fu data una tale destinazione perchè lo si volle emblema di libertà; quasichè nella donna forte si fosse voluto simboleggiare la repubblica che si sbarazza del suo tiranno: e per questo non solo vi si vollero scritte al di sotto le memorabili parole exemplum salutis publicae cives posuere; ma si pensava ancora di scolpirvi alcuni distici che spiegano in più decisi termini l'intendimento dei riformatori del Comune; distici che in un codicetto sincrono esistente presso di me si attribuiscono a frate Girolamo Savonarola. ' Fu tolta di quel luogo nel 1504 per dar posto al David di Michelangiolo; e fu collocata allora in una nicchia apposita mente scavata nel muro del primo cortile, di faccia alla porta: ove rimase fino a dopo il 1560, cioè finacchè non fu messa dove attualmente si trova. In quel tempo avea Benvenuto Cellini collocato sotto di una delle arcate il suo Perseo : opera insigne che si è voluta, più al dì d'oggi che in antico, destinata a rappresentare la caduta della repubblica per opera di casa Medici; appunto perchè i soliti sognatori di favole genealogiche hanno preteso di asserire sul serio che la casa Medicea derivò da quel semideo, e che le palle del suo stemma altro non sono che i pomi degli orti Esperidi. Non molto dopo, intorno al 1585, Giovanni Bologna, scolpì il ratto delle Sabine, e lo fece per l'arcata che restava vuota : ma dopo quel epoca nulla vi fu innuovato fino alla seconda metà del secolo scorso; perchè data appunto di quel tempo la collocazione delle Vestali qua recate dalla villa Medicea di Roma, e dei due leoni posti all' ingresso, uno di antica scultura romana, e l'altro scolpito da Flamminio Vacca ad imitazione di quello. Ma al porre sotto le loggie cotali avanzi dell'antica arte romana si ebbe in mira principalmente di non occuparne l' area , diminuendone le proporzioni grandiose, e perciò fu savio divisamento, degno di quei valentuomini che furono il Paoletti e il Salvetti, di disporli lungo le pareti.
Quel che non erasi fatto nel secolo scorso lo si volle fatto nel nostro, e con poco criterio, a mio avviso, si posero nel centro, e l' Ercole che uccide il centauro di Giovanni Bologna, e l'Aiace che sostiene Patroclo morente , frammento preziosissimo dell' arte greca ridotto come oggi si vede dallo scultore Stefano Ricci. Peggio ancora si fece nel 1859, quando si concesse al cav. Ignazio Villa di collocare quei suoi barometro e termometro alle pareti; che fin d'allora furono con molto spirito qualificati per due mosche di Milano attaccate all'infermo edifizio.

Da Curiosità storico-artistiche fiorentine Di Luigi Passerini - 1866


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mercoledì 30 luglio 2014

La 'formazione' di Eva

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Firenze, Campanile di Giotto

"Il Campanile del Duomo di Firenze, opera maravigliosa di Giotto, fu da lui incominciato li 28 di Luglio 1334. Non so perché alcuni pretendono che sia stato inalzato col disegno ma non con l'opera di Giotto, e perciò lavorato dal suo scolare Taddeo Gaddi. L’equivoco avverrà dall'avere il Gaddi continuato il lavoro rimasto interrotto nel 1336 per la morte del maestro.
Giotto lavorò alcuni degli ornati di scultura della Torre, facendo parte di quelle Storie di marmo dove sono i principj delle Arti. Questi veggonsi espressi in tante mandorle, alcune delle quali esagone, altre a foggia di rombo. Nel primo ordine di esse si ravvisano le Storie della creazione d'Adamo, della formazione di Eva, di Adamo che lavora la terra, di Eva che fila, di Giabel ritrovatore della vita pastorale e dei padiglioni o tende, di Giubal inventore degli strumenti da fiato, di Tubalcain primo artefice nei lavorare il ferro ed i metalli, e di Noè autore del vino presso una botte.
Le Storie fin qui avvertite non a Giotto, ma si attribuiscono ad Andrea Pisano. lndubitatamente di Giotto sono quelle, che raffigurano Fidia per esprimere la Scultura , Apollo per la Pittura, Donato per la Grammatica, Platone e Aristotile per la Filosofia: Tolomeo e Euclide per la Geometria e per la scienza degli Astri. Le altre che rappresentano la Musica, la Danza, e la Cavallerizza sono scolpite da Luca della Robbia. Andrea Pisano rappresentò le sette Virtù con i respettivi loro simboli, l’opera della Misericordia, ed i sette Pianeti...."
Da "Marietta de'Ricci ovvero Firenze al tempo dell'assedio racconto storico di Agostino Ademollo e Luigi Passerini - 1841 - pag 622



Tra i bassorilievi del basamento del Campanile, sul lato ovest, vediamo la  creazione di Eva, di Andrea Pisano (1290 -1349)


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mercoledì 16 luglio 2014

Le nuvole del pittore

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Firenze,  Piazza Santa Croce

Guardate con attenzione le nuvole del quadro qui sotto riportato. E' un dipinto di Giovanni Signorini (Firenze 1808 - 1862) detto' il pittore del Granduca' realizzato  nel 1846  dal titolo 'Carnevale in Piazza Santa Croce'. A me sembra che la forma della nuvola che è al centro della nostra foto sia molto simile alla forma della nuvola del dipinto anche se un po' più bassa all'orizzonte. Foto e quadro ci offre l'occasione di un paragone tra lo scorcio di ieri e oggi. A metà Ottocento ancora non era stata realizzata la facciata dall'architetto Niccolò Matas (lavori avvenuti tra il 1853 e il 1863), la rinascimentale cupola della Cappella Pazzi nel Chiostro Grande, sul fianco sinistro della Basilica, era nascosta da un edificio, parte del monastero che delimita due chiostri, ed infine Palazzo dell'Antella, sulla nostra destra, era ed è identico a se stesso. 
Per inciso, Giovanni è il padre del più noto Telemaco Signorini (Firenze, 1835 – 1901).




Aspetto esterno della chiesa
Sopra comoda scalinata, la quale conferisce in bel modo a farla imponente e maestosa, sorge la fronte del tempio, nuda, rozza, annerita dalla ruggine dei secoli, come un'accusa alle discordie cittadine, come un testimonio delle tempeste, delle sventure che travagliarono, che dettero morte alla repubblica.Un grande occhio o finestra orbicolare del diametro di quattordici braccia si apre al sommo della muraglia, e col disegno di Lorenzo Ghiberti con bello artificio di vetri colorati vi è rappresentata Ia deposizione dalla Croce .
Sopra quest'occhio , in prossimità del triangolo che finisce la facciata, scorgesi a mala pena in un altro tondo il nome di Gesù Cristo, significato nel solito monogramma e scolpito in pietra serena. Questo, con licenza de' signori e con divota e solenne processione di popolo, vi fece collocare nel 1437 san Bernardino da Siena, allorché in Firenze e nel contado infuriava il contagio; vi si leggono attorno in caratteri longobardici, appena visibili da basso, le parole: In nomine Jesu omne genu flectatur coelestium, terrestnium et inferorum.
Dentro 1'arco a sesto acuto che corona la porta maggiore,in una nicchia ornata più modernamente, e di stile non bello e discordante colI'edifizio, fu collocata la statua colossale di san Lodovico di casa d'Angiò, poi vescovo di Tólosa (l), colata in bronzo da Donatello, in quella stessa attitudine che la si vede dipinta da Taddeo Gaddi nell'imbotte dei pilastri della cappella Rinuccini che avremo agio di ammirare nell'interno della chiesa. Nulladimeno la fama del celebre artefice non ha fàtto velo al giudicio dei conoscitori; e, quantunque voglia il padre Richa che abbia quella statua a tenersi in pregio perchè procede da uomo di tanto va,lore, sapendo noi che Donatello stesso spregiavala, con piena libertà di parola anche noi la diciamo indegna di lui. D' altra parte, foss' ella di finissimo magisterio, siamo persuasi che nel concetto di Arnolfo non entrassero nicchie sulla facciata, e ...
 
da 'Santa Croce di Firenze illustrazione storico-artistica' di F. Moisé 1845



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lunedì 7 luglio 2014

Le monete d' oro e d' argento d'Orsanmichele

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Firenze, Orsanmichele

Da Piazza della Signoria e più precisamente dai gradini della Loggia dei Lanzi si vede spuntare la parte più alta di Orsanmichele nella sua veste calda del sole estivo e delle sfumature date dalla sua pietra forte.

Antichissimo è questo posto di cui parleremo colla maggior precisione e chiarezza . La Repubblica Fiorentina avendo stabilito di erigere un luogo per la vendita pubblica del grano, disegnò questo luogo, ove colla direzione di Arnolfo di Lapo fu alzata la Loggia. Il Vasari, che noi tempre seguitiamo, come Autore più vicino, è veridico, parla in questa guisa.
“Era intanto ( Arnolfo ) tenuto il migliore Architetto di Toscana, che non pure fondarono i Fiorentini col parer suo l'ultimo Cerchio delle mura della loro Città 1'anno 1284. , ma fecero secondo il disegno di lui, di mattoni, e con un semplice tetto di sopra la loggia, e i pilatri d' Or San Michele dove si vendeva il grano. “ Questo nome di Or San Michele era assai più antico della Loggia: corre la tradizione, che fino del 750. vi fosse un Oratorio dedicato al Santo Arcangelo; è però certo che nel mille eravi una Chiesa Parrocchiale dedicata a S. Michele Arcangelo, e detta in Orto, per essere molto vicina ad un Orto; questa Chiesa era Parrocchia, trovandosi molte memorie di que' tempi che dicono, Popolo San Michele in Orto. Le Memorie ci riportano, che i Monaci Cistercensi della Badia di San Silvestro di Nonantola ne avevano il dominio; che da questi poi fu tolta, e la Repubblica se l'aggregò, non sappiamo per qual ragione: la Signoria avendo in seguito bisogno di una Piazza per la vendita del grano, e di stanzoni per conservarlo, e considerato il posto favorevole di Or San Michele, ordinò che si demolire la Chieda, e si facesse la Loggia; ma perché non si perdesse la memoria di Chieda così antica, volle che Arnolfo ne fabbricasse un' altra di contro alla nuova Loggia , che fu l'Oratorio di S. Michele, e che poi acquistò il nome di San Carlo, ... Il porto d' Orsanmichele era altresì un luogo giuridico, e pubblico della Repubblica Fiorentina: ...” .....  
E' varia l' opinione sull'Architetto: la più comune è, che folle Taddeo Gaddi: fu dunque gettata fa la prima pietra a' 29. di Luglio del 1337, presente la Signoria, tutti i Magistrati, ed i Giudici forestieri seguitati da tutta la gente, col Vescovo di que' tempi Francesco da Cingolo: la funzione si fece a nome de' Guelfi, che erano dominanti la Città: vi furono gettate monete d' oro, e d' argento coniate da una parte con l'Edifizio, e con lettere che dicevano: Ut Magnificentia Populi Flor. Artium , et Artificum ostendatur . E dall'altra parte l' Armi della Repubblica, e del Popolo, colla leggenda: Rexpub. et Pop Decus et Honor. A questa funzione si trovò ancora presente l'Ambasciatore degli Aretini , che era un tal Francesco dal Borro , e anch'egli vi buttò a nome della sua Città delle diverse monete piccole....  
 
Firenze antica, e moderna illustrata -Volume v.6 - 1789 - di  Vincenzo Follini   (1759-1836) e Modesto Rastrelli

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