Guardando Firenze nei particolari da dietro l'obiettivo di una fotocamera.

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giovedì 2 marzo 2017

L'Arno, un fiume





Firenze, il greto tra Ponte alla Carraia e la pescaia di Santa Rosa

Potrebbe sembrare uno scorcio di un fiume qualsiasi o addirittura la battigia di un mare con le piccole onde in un giorno di bonaccia invece è l'Arno con la sua fauna aviaria che si riscalda al pallido sole di fine Febbraio. Un fiume che da un lato è vita ma dall'altra parte rappresenta un problema quando si riempie di acqua fino ad esondare. Le alluvioni, un problema da risolvere nei secoli. Leggiamo qui sotto un testo che sembra scritto oggi e non 150 anni fa.

L’ Arno per causa delle frequenti sue inondazioni ha servito, e servirà di materia a varie artistiche discussioni. Gli idraulici più sommi della Toscana, e molti altri stranieri, hanno in vari tempi formati progetti diversi sul trattamento di questo fiume, ora per una parte, ora per l’ altra.

Molti sono quelli fatti di pubblico diritto per liberare la nostra dominante dal disastro delle inondazioni; ma o per la enorme spesa, o per non essere stati creduti efficaci, restarono nell'abbandono, e se alcuno ne fu principiato, non sorti il fine.

Dovremo ora noi perseverare a non far nulla? attenderemo che un'altra piena come quella del 3 novembre 1844 torni a desolare la città nostra? Forse non vi sono modi per provvedervi ?

Non vi è cosa che dir si possa impossibile; vi sono delle strade che conducono a tutte le cose; e se noi avessimo buona ed assoluta volontà, avessimo ancora tutti i mezzi conducenti e necessari. Ognun sa a quali danni rimane esposta questa fiorente città ogniqualvolta l’Arno la invade con i suoi trabocchi: la perdita di merci, cereali, e mobiliare incalcolabile sempre; le strade, i palazzi, e le case ripieni di sordida melletta; inabitabili i sotterranei, ed i piani terreni; corrotte le acque dei pozzi per la miscela con quelle degli smaltitoi, e delle sepolture eziandio; indebolimento delle fabbriche, e talvolta la minaccia di rovina, fornite di lunghe e dispendiose liti tra privati; il commercio ritardato, e compromessa la pubblica salute da epidemiche infezioni; quindi deteriorazione dei ricchi, povertà dei cittadini, rovina totale dei poveri, lo scoramento generale.

Ed all'aspetto di si spaventevoli disastri, seguiteremo a starcene inoperosi? sopporteremo che i nostri figli, i nostri nepoti maledicano nel rinnuovarsi dell’ infortunio alla nostra inerzia? Non sarà minore il rammarico di lasciar loro a dimettere qualche debito, di quello che esporli a deplorare delle vittime, e soggiacere a danni immensi, a perdite irreparabili?

L’ esperienza ha dimostrato che tali infortuni avvengono una volta, o due nel corso di un secolo, ma non sarebbe meglio prevederli, impedirli? Chi ci assicura che a malgrado dei validi lavori ultimamente fatti, del rialzamento, e ingrossamento degli argini, e. a dispetto della sorveglianza che si pratica per la loro conservazione, non siano per rinnuovarsi? La natura é la stessa, mentre noi abbiamo all'opposto ragioni potentissime per indurci a temerla di più, poiché di fronte alle condizioni materiali dell’ Arno, che sono presso che le medesime dei tempi andati, le cause delle inondazioni crescono sempre per lo sfrenato diboscamento dei monti, per il dissodamento delle valli, per la trascurata formazione di serre nei seni montani, e per il conseguente inevitabile rialzamento degli alvei nei fiumi, che comunque voglia impugnarsi anche da soggetti versatissimi nell'arte idrometrica, pure é un fatto che si verifica progressivo e minacciante pericolo, come in futuro si avrà luogo di meglio conoscere sulla livellazione che con saggio provvedimento é stata fatta di tutto il corso dell’Arno, ad insinuazione dell'onorevole idraulico del nostro tempo Commendatore Alessandro Manetti.

Molto vi sarebbe a dire su questo argomento, im prendendo a ragionare dell’Arno dalla sua sorgente, fino al mare; ma essendone stato lungamente trattato da celebri uomini, come Viviani, Perelli, Manfredi, Grandi, Castelli, Guglielmini, Mayer, Ximenes, Morozzi, e vari altri, limiterò le mie riflessioni su quel tratto che Firenze traversa, e dividerò in due articoli questa mia memoria.

Avrà per oggetto il primo di provare l’alzamento del letto del fiume, e di enumerarne le cause.

Comprenderà il secondo i mezzi atti a provvedere alla sua depressione, ed allontanare per sempre isuoi trabocchi in città, ed all’ incanalamento delle acque putride e pluviali della città medesima.

Ho di sopra accennato che una delle cause che produce le alluvioni in Firenze, è il rialzamento del l’Arno nel tronco che la traversa. Vorrei che ciò non fosse, vorrei potere non dividere la mia opinione con quelle dei nostri primi precettori della scenza idraulica, ma come non trovarsi stretti dalle ragioni che ne adduce in conferma il celebre Viviani, segnatamente nel suo discorso al Serenissimo Granduca Cosimo lIl, intorno al difendersi dai riempimenti e corrosioni dei fiumi, applicate all’Arno in vicinanza della nostra città?

Come non curare le osservazioni fatte in proposito da Cornelio Mayer unitamente al Viviani medesimo nella loro relazione allo stesso Cosimo lIl, data dell’anno 1680? Quelle pure dell’ architetto Buontalenti confermate dal Padre Grandi nella sua relazione de’ 30 settembre 1735? Quelle del matematico Perelli nel suo discorso ai Deputati dell’Arno in occasione della visita eseguita in quel fiume nel 1740, e di molti altri versatissimi nella scenza delle acque, che parmi superfluo ricordare?

Non mi permetterò asserire che l’alveo dell’Arno entro Firenze siasi notabilmente elevato di letto quando è compreso tra due confini che sono le pescaje di S. Niccolò, e quella d’ Ognissanti; ma se vero sia che la cresta, o capezzata di quest’ ultima che nel 1803 fu tentato rialzare, sia stata effettivamente rialzata da circa tre quarti di braccio negli anni 1848, e 1849, sopra un progetto dell’ architetto Cacialli, altronde va lentissimo, come ne fanno fede un biglietto della R.

Segreteria di Finanze al Soprintendente Generale delle RR. Possessioni de’ 40 luglio 1848, ed il successivo Rescritto de’ 30 luglio 1849, esistenti in filza N.° 43 registro secondo del 1849, e 1820, nell’ Archivio della soppressa Camera di Soprintendenza Compnitativa di questo Compartimento, credo mi sarà concesso osser vare e rimarcare, che l’ alveo dell’Arno entro città ha subito delle notabili, e visibili alterazioni.

Per non citare quelle che cadono sotto i sensi di tutti, e che sono specialmente i polmoni o greti, fatti più estesi ed alti fra la pescaja di S. Niccolò ed il Ponte alleGrazie, fra questo ed il Ponte Vecchio, ed i banchi di arena e ghiara, che in tempo di acque magre vengono a scuoprirsi tra il Pontealla Carraja e la pescaja d’ Ognissanti, che qualche anno indietro non si scorgevano fuori d’ acqua, mi fermerà su quella striscia di restone, o ridosso, che incominciando dall’angolo che fa il muraglione alla cateratta dei Castellani, si estende fino al Ponte Vecchio, e al disotto ancora di esso.

Quando nel 1849 fu rifondato, e rifatto il terrazzino in testa degli Uffizi sull'Arno, il greto che ora vi si scorge era due braccia circa più basso. Poco inferiormente a quello allorché nel 1794, o 1795, salvo, vennero restaurate le prime mensole che sostengono a collo le fabbriche lungo la via degliArchibusieri, dal punto d’ appoggio di esse al greto, non si contavano meno di braccia quattro e mezzo, ed oggi non vi si conta una distanza maggiore di B.a 1 1/2 , o poco più.

Queste innormalità di superfice sembra strano che si verifichino tra una pescaja e l’altra, dove ragionevolmente, e per regola idrometrica formare si dovrebbe un piano ordinatamente inclinato, ma nel caso nostro la corrente spingendosi più, o meno impetuosa ora a destra, ora a sinistra, ed incontrando degli angoli sporgenti e rientranti, oltre gli ostacoli dei ponti, é possibile che nelle piene, più, o meno forti che durano assai, o che vengono per piogge universali e continue, si faccia talvolta uno sgombro delle deposizioni, e tal volta una mutazione delle medesime da destra, a sinistra, e viceversa, per modo da alterare visibilmente lo stato dell’alveo, senza diminuirne la capacità; ma il greto di cui or faceva parola é stazionario da qualche anno, e vedesi aumentare, anziché decrescere, a scapito della caduta delle fogne provenienti dalla città, ed ho motivo di dubitare che per virtù della corrente venga ad essere depresso, dopoché da qualche anno a questa parte si vedono trasportate dall’ acqua, e depositate sui nostri greti delle pillore di volume molto maggiore che non erano quelle trasportatevi prima del 1833, e 1834 circa, e crederei doversi argomentare che più facilmente si trova oggi esposta e minacciata dalle alluvioni la città nostra, per la ragione appunto, che molte materie ammassate nel tronco d’ Arno che la traversa, oltre ad usurpare un ragguardevole spazio alle acque, ne rallentano la velocità, e crescendo, di volume sono obbligate a distendersi, a penetrare per le fogne, ed a superarne ancora i ripari.

Se si instituisce un confronto tra lo stato attuale dell’ alveo d’ Arno al disotto della pescaja di S. Niccolò, e quello che era 44, o 45 anni addietro, sarà facile distinguere quanto maggiore ammasso di materie vi si riscontri al presente, e quanto vizioso siasi fatto sotto di quella serra il corso dell’ acqua. Ove prima era un fondo alquanto esteso, oggi vi si scorge un polmone che immedesimandosi con la platea della pescaja, ne supera talvolta la cresta con la sua sommità, e gli opifici della Zecca sono per molto tempo dell’anno inattivi, non solo per causa della diversione delle acque, dipendente in parte dall’opera avanzata del già ponte sospeso poco al disopra di essi, ma per la massa straordinaria altresì delle ghiare che si depositano al disotto della pescaja, che ne fanno guazzare le ruote di movimento, per mancanza di cadente. M’ ingannerò, ma credo sarebbe facile venire in cognizione dei diversi rialzamenti instituendo un confronto con le sezioni del fiume che furono eseguite dal ponte S. Trinita fino alla pescaja d’Ognissanti ne’ 34 ottobre 1842, a cura in quel tempo del Dipartimento di ponti e strade, che si trovano riferiti alla scala metrica in marmo situata presso il detto ponte, quali sezioni, che sarebbe utile estendere fino alla pescaja di S. Niccolò, potrebbero in seguito far conoscere delle variazioni cui può andar soggetto il greto del nostro fiume.

da: Fiume Arno entro Firenze memoria di Giuseppe Michelacci - 1864



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sabato 29 gennaio 2011

Il Tiratoio o la Borsa sulla sponda destra dell'Arno


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Firenze, l'Arno fotografato dalla sponda sinistra verso monte, gli Uffizi

Qui sotto vediamo un quadro, olio su tela, del pittore inglese Thomas Patch (1725 – 1782) che raffigura la sponda destra dell'Arno dalla Loggia degli Uffizi e il Ponte alle Grazie dal molo di Santa Maria Sopr'Arno, Firenze come era intorno al 1770. In 250 anni non è cambiato molto se non un grande edificio in stile neoclassico che nella nostra foto vediamo subito a sinistra. Una volta esisteva in quel luogo il cosiddetto 'Tiratoio' sostituito oggi dall'edificio della Borsa.

Nel dipinto di Patch, in primo piano, il molo di Santa Maria Sopr'Arno è scomparso ed è diventato in parte uno slargo sul Lungarno Torrigiani, Piazza Santa Maria Sopr'Arno. Proprio al centro del quadro distinguiamo l'edificio a più piani senza pareti del 'Tiratoio'.


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mercoledì 26 gennaio 2011

La sponda destra dell'Arno


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Firenze, l'Arno fotografato dalla sponda sinistra verso monte, gli Uffizi

Qui sotto vediamo un quadro, olio su tela, del pittore inglese Thomas Patch (1725 – 1782) che raffigura la sponda destra dell'Arno dalla Loggia degli Uffizi e il Ponte alle Grazie dal molo di Santa Maria Sopr'Arno, Firenze come era intorno al 1770. In 250 anni non sembra essere cambiato molto. Prepariamoci a vedere in un prossimo post come sia cambiato il panorama un po' più a monte, dove una volte esisteva il cosiddetto 'Tiratoio' sostituito oggi dall'edificio della Borsa. Nel dipinto di Patch, in primo piano, il molo di Santa Maria Sopr'Arno è scomparso ed è diventato in parte uno slargo  sul Lungarno Torrigiani, Piazza Santa Maria Sopr'Arno.

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Vedere anche:
- Un dito sul Marzocco 





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giovedì 16 luglio 2015

Intorno al tabernacolo di Santa Rosa

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Firenze, Il Tabernacolo di Santa Rosa

Non lontano da  Porta San Frediano,  presso il Torrino di Santa Rosa si trova un Tabernacolo accanto al quale si leggono queste informazioni. Addossato al Torrino di Santa Rosa, ove le antiche mura trecentesche di San Frediano raggiungono l'Arno, in un'edicola del 1856 è conservato un affresco con la Pietà attribuita a Ridolfo del Ghirlandaio [Firenze 1483-1561] (inizio XVI secolo), unico dipinto rimasto sotto il porticato del vicino oratorio di Santa Rosa da Viterbo, annesso ad un antico convento detto di San Guglielmo, entrambi demoliti nel 1743. Nell'oratorio i membri della Compagnia di Santa Rosa si raccoglievano intorno alla sacra immagine, cui venivano attribuiti poteri miracolosi. Staccato nel 1957, l'affresco rappresenta una dolente Madonna seduta che sostiene il corpo di Cristo deposto dalla croce con a fianco San Giovanni e Santa Maria Maddalena. 


".... 
Fuori della porticciuola delle mulina è la vaga Loggia dei Medici, che io posi per uno dei confini delle mura di qua da Arno, giacché le mura che seguitano lungo l'Arno, sono piuttosto da considerarsi sponde di quel fiume che mura della Città, che però attraversando l'Arno, dalla Torre della Sardigna al di fuori, e al di dentro dal Tabernacolo di S. Rosa darò principio alla descrizione delle mura d'Oltrarno. Quantunque il nome di S. Rosa che resta al Tabernacolo o Cappella posta in quest' angolo sia moderno , io ne ho fatto uso per essere volgarmente il più noto , sebbene appellar si dovesse la Madonna del Cantone , come si può vedere presso il Richa , o sivvero il Giulianelli, ove trovandosi l'Istoria di questo luogo più diffusamente che altrove trattata non posso dispensarmi dal restringere le sue parole nei modo che segue. Nell'anno 1313 vennero a Firenze certe suore di Valdipesa dette della B. Vergine, e di S, Barnaba a Torri con permissione d'Antonio d'Orso Vescovo di Firenze , le quali si posero ad abitare in quel tratto che è tra la Porta San Frediano e l'Arno, dove erano certe Case donategli dai possessori a quest' effetto , e questo fu nell'anno seguente in cui era ridotto già quel luogo ad uso di Monastero, che forse più capace ed ampio fu in quel primo tempo in cui non erano edificate le mura , che dappoi. Non più che 31 l' anno abitarono le Monache in esso, giacché nel 1345. tornarono a S. Piero a Monticelli dove fino dal 1302. erano i Monaci Guglielmiti che vennero ad abitare allora nel Monastero del Cantone, facendo baratto sotto certe condizioni ; i quali Monaci seguitarono ad abitarvi fino al 1564., in cui furono i beni di quel Monastero ridotti Commenda di S. Stefano , per la Famiglia dei Concini da Pio IV. Nei tempi più recenti in alcune stanze rimaste annesse a detta Cappella o Tabernacolo, che è porzione di un più ampio Oratorio , vi si radunò una Compagnia d' Uomini sotto il titolo di S. Rosa , il di cui nome resta tuttora in questo luogo, ma nel 1743. furono per giuste ragioni che vedremo in appresso demolite le stanze e l' Oratorio, che fu profanato , e lasciata questa specie di Cappella per rispetto d' una Immagine dipinta a fresco sul muro la quale come dice il Richa , è del Ghirlandaio, il che se, come pare, si debbe intendere di Domenico (così a me pare perché non avendo posto il nome avrà voluto intendere il più noto dei Ghirlandai , che può dubitarsi averla dipinta giacché il suo figlio Ridolfo o il suo creato Michele non ne possono essere autori avendo tenuto diversa maniera) parmi che il Vasari abbia lasciato una sua Pittura notabilissima . Vedersi in ella pertanto la B. Vergine sedente , che tiene sulle ginocchia Gesù morto, mesta nel volto e dì età provetta , ed è in mezzo a S. Giovanni Apostolo ed alla Maddalena che genuflessi l'ajutano a sostenerlo, dimostrando mestizia insieme e venerazione. Siccome il Pittore ha inteso di rappresentar Cristo deposto allora di Croce , così nel più alto ha posti tre Angioletti l'uno dei quali che è nel mezzo tiene la Croce , e più a basso veggonsi il Sole e la Luna.
Nello spazio ove son dipinte le figure che è in forma di lunetta, vedesi un paese in lontananza o veduta di Campagna , e si può dire ragionevolmente conservata . Resta questa Pittura sul muro verso Arno, presso l'angolo che forma col muro della Città, nel quale vedesi in pietra l'Arme dei Giraldi d' un Leone nero rampante in campo bianco, accollata a quella dei Concini posta a finestra , la quale è un Campo contenente due armi inquartate: nel primo quartiere o superiore a destra, è un gruppo di tre monti a oro in campo azzurro sopra i quali spuntano tre penne bianche; nel sinistro superiore il campo è balzano avente di sopra un'aquila nera a due teste coronata con ali spiegate , e di sotto catene azzurre decussate; nei campi inferiori sono ripetute come si suole nelle Armi inquartate, e sopra Io scudo delle armi avvi la corona pur di pietra, e dell' istessa pietra una lapida fattavi porre dal Cavaliere Giovanni Giraldi Erede della Famiglia Concini , in cui dalla penna del Proposlo Antonfrancesco Gori il narra 1' Istoria di quello luogo e la ragione dell' ultima demolizione dell' Oratorio e stanze nella seguente maniera ...." 
Firenze antica, e moderna illustrata, Volume 1  Di V. Follini,M. Rastrelli  – pgg 365 - 369

Altra lapide, che attribuisce l'affresco a Domenico Ghirlandaio (1449-1494),  situata sotto l'affresco recita:

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QUESTA IMMAGINE
 SULLE PARETI DELL'ANTICO CONVENTO DI S. GUGLIELMO
DA DOMENICO GHIRLANDAIO DIPINTA
NELLA FAMIGLIA ANTINORI DA QUELLA DEI CONCINI
PERVENNE
IMPERANTE LEOPOLDO II.
A SPESE DEL REGIO ERARIO
E DEL COMUNE DI FIRENZE
IN NUOVA E PIU DECOROSA EDICOLA
L'UFFICIO DELLE PUBBLICHE COSTRUZIONI LA RIPONEVA
L'ANNO DI NOSTRA SALUTE MDCCCLVI
IL PATRONO COMM. VINCENZO ANTINORI ANNUENTE
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giovedì 26 settembre 2013

L'Arno alle Cascine

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Firenze, le Cascine

Siamo nel mezzo della passerella che passa sull'Arno all'altezza delle Cascine. Parte dell'orizzonte a ovest è segmentato dai tralicci di sostegno e dai poderosi cavi che sostengono le carreggiate del ponte all'Indiano. Sulla destra le Cascine è il più grande parco pubblico di Firenze che si distende per tre chilometri e mezzo  sulla sponda destra dell'Arno coprendo una superficie di 160 ettari, la tenuta di caccia voluta da Cosimo I de' Medici intorno alla meta del 1500, contemporaneamente era azienda agricola e allevamento di bovini della famiglia più potente di Firenze. Agli inizi dell'800 divenne parco pubblico e sfido a trovare un fiorentino che non abbia ricordi di corse, giochi, giri in bicicletta, da raccontare del tempo favoloso in cui era bambino. La terra della sponda con le sue sfumature rossicce e le atmosfere in un'ora non lontana dal tramonto mi richiamano alla memoria (a torto o a ragione) certi paesaggi degli impressionisti toscani, i 'Macchiaioli', un movimento pittorico  a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento. Costa (qui sotto) segue un'esperienza pittorica in qualche modo riconducibile ad essi..

Nino Costa (Roma 1826 - Marina di Pisa 1903) Tramonto sull'Arno


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domenica 11 maggio 2014

Palle in Arno

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Firenze, sull'Arno

Coreografica immagine sull'Arno tra il Ponte Vecchio e Ponte Santa Trinita. Grandi, candide palle galleggianti vengono rimosse dalla superficie dell'acqua da un patino che via via nel suo percorso, raccogliendole,  sembra diventare sempre più leggero. Nel passato l'Arno ha visto cose ben più strane come finte battaglie navali e chissà quant'altro.


Coordinate:   43°46'6.59"N,  11°15'7.26"E                     Mappe: Google - Bing


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martedì 1 agosto 2017

Sedicente Moradi




Firenze, lungo lìArno tra Piazza Poggi e il Ponte Vecchio

Il 25 maggio 2016 crollò a Firenze parte del Lungarno Torrigiani  e, ad un anno di distanza, Mercoledì 26 luglio, verrà aperto il camminamento sull'Arno da Piazza Poggi a Lungarno Torrigiani che servì per il transito dei mezzi sulla sponda sinistra dell'Arno utilizzato per consolidare l'argine e la spalletta. Si è voluto così commemorare l'evento disastroso con un percorso unico al mondo col nuovo camminamento lungo l'Arno fin quasi sotto il Ponte Vecchio, impreziosito dalle opere dell’artista fiorentino Sedicente Moradi, cinque ideazioni che rappresentano altrettanti animali tra il reale e il mitologico. Come mi raccontava l'artista che ho interrotto brevemente dalla cura degli ultimi ritocchi prima dell'inaugurazione, le opere sono state realizzate con il legno di risulta dell'Arno, rami intrecciati, disposti sapientemente e avvitati gli uni agli altri. Il tutto delinea un percorso suggestivo, niente affatto conosciuto precedentemente non essendo mai esistito questo camminamento, reso ancora più attraente dalle 5 opere che lo segmentano, la Giraffa a grandezza naturale (femmina come mi ha precisato Sedicente Moradi alta 4 metri e 80 centimetri), il Coccodrillo, due Cervi, l'Unicorno. Un'altra opera di Sedicente Moradi è allocata proprio al al centro della rotonda di Piazza Gaddi a Ponte alla Vittoria, un'altra giraffa, che pur passando spesso in macchina non avevo mai notato intento a schivare le macchine nel traffico.



Il cervo




Sedicente Moradi e il suo Unicorno







Coordinate:   43°45'59.94"N,  11°15'20.76"E                    Mappe: Google - Bing





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martedì 1 febbraio 2011

Il Tiratoio


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Firenze, la sponda destra dell'Arno, la Borsa, Piazza Mentana





Foto del tiratoio di piazza delle Travi
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Come testimonia la foto, vecchia di 150 anni circa, dell'archivio storico del Comune di Firenze, una volta esisteva il cosiddetto 'Tiratoio' (edificio distrutto nel 1857-68) sostituito dall'edificio della Borsa. Le stoffe, dopo essere state lavate e tinte, venivano stese ad asciugare in posti prestabiliti: nei cimiteri (un'antica usanza dell'Arte della lana) e soprattutto ai tiratoi, enormi costruzioni in legno come quello della Porticciola di Piazza delle Travi, affacciato sull'Arno (demolita dopo il 1861 per fare spazio alla Borsa delle merci.  

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domenica 24 gennaio 2010

Alba dorata sulla sponda dell'Arno d'argento



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Firenze, skyline all'alba dal Lungarno.


FIRENZE SOGNA
(Autore: Cesare Cesarini - 1939)

Firenze stanotte sei bella in un manto di stelle
che in cielo risplendono tremule come fiammelle
nell'ombra nascondi gli amanti,
le bocche tremanti si parlan d'amore
intorno c'è tanta poesia per te, vita mia,
sospira il mio cuor



Sull'Arno d'argento si specchia il firmamento
mentre un sospiro e un canto si perde lontan
dorme Firenze sotto il raggio della luna
ma, dietro ad un balcone, veglia una madonna bruna

Balconi adornati di pampini e glicini in fiore
stanotte schiudetevi ancora che passa l'amore
germogliano le serenate,
madonne ascoltate, son mille canzoni.
Un vostro sorriso è la vita, la gioia infinita,
l'eterna passion

Sull'Arno d'argento si specchia il firmamento
mentre un sospiro e un canto si perde lontan
dorme Firenze sotto il raggio della luna
ma, dietro ad un balcone, veglia una madonna bruna.




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lunedì 27 agosto 2018

Cerchi, trovi, nell'Arno





Firenze, Arno 

Remare tra il blu del cielo e il blu riflesso dell'Arno tra le due pescaie, passando sotto il Ponte Vecchio e il Ponte Santa Trinita è come immergere i legni nella storia millenaria di Firenze per spingersi oltre il presente per andare verso il futuro. E' qualcosa di magico che che galleggia nel profondo del nostro antico retaggio, un legame tra il fiume, i monti dell'appennino da cui nasce e il mare che unisce i commerci e le passioni umane. I Vespucci avevano palazzi poco distanti e Amerigo (Firenze, 1454 – Siviglia, 1512) è partito da qui per dare il suo nome al Nuovo Mondo, ma qui non è sepolto, infatti la tomba nell'Abbazia di Ognissanti non è la sua ma probabilmente quella del nonno che aveva il suo stesso nome..


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giovedì 15 dicembre 2016

I lampioni del Ponte

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Firenze, Ponte alla Carraia

Costeggiando l'Arno, la sua sponda destra sul Lungarno Corsini, per arrivare a San Frediano in Cestello vediamo i caratteristici lampioni che sul Ponte alla Carraia fanno da cornice alla chiesa. Sulla base di essi si legge S.A. PIGNONE - ANNO 1952.  Cosa è 'Il Pignone'. 
Nel 1842 Pasquale Benini fondò la sua officina in località Pignone, fuori Porta S. Frediano. L'ubicazione corrispondeva all'incirca all'antichissimo porto fluviale della città posto sulla riva sinistra dell’Arno. Il porto era caratterizzato da cinque pontili con altrettante pigne, dove venivano legati i “navicelli“. Proprio quelle grosse pigne diedero il nome a tutta la zona che i fiorentini chiamarono Pignone. Inizialmente l'azienda fu costituita come fonderia di ghisa con la denominazione Società Anonima Fonderia del Pignone.
Fin dai primi anni la fonderia si distinse per la produzione di arredi urbani, anche artistici, guadagnando una buona fama (a Firenze è facile incontrare lampioni, tombini, fontane dove si può ancora leggere “Fonderia del Pignone”).
Nel 1848, dall'altra parte dell'Arno, fu costruita la Stazione Leopolda, che pur perdendo presto il servizio passeggeri rimase terminal merci, contribuendo così alla crescita dell'azienda.
Nei primi del 1900, l'azienda inizia a sviluppare le sue capacità nell'ingegneria meccanica, nel design e nella manifattura delle pompe e dei compressori industriali.
Nel 1917 si trasferì nella zona di Rifredi per poter usufruire degli ampi spazi disponibili.
Durante la seconda guerra mondiale il Pignone fu coinvolto nella produzione bellica, ma fu anche pesantemente colpito dai bombardamenti. Gli operai riuscirono a salvare qualche macchinario e un poco di materiali per poter riprendere la produzione.
Nel 1946 l'azienda fu acquistata dalla SNIA con l'intenzione di riconvertirla alla produzione di telai tessili, ma la produzione non decollò mai, tant’è che nel 1953 ne fu prospettata la chiusura.
L'ipotesi di chiusura del Pignone, a parte gli ovvi aspetti occupazionali, sollevò una mobilitazione popolare in quanto era considerata “la fabbrica di Firenze” e la popolazione la sentiva oramai come componente fondamentale della città, al pari dei suoi monumenti.
Nel 1994 la General Electric decise di investire sulle competenze manifatturiere e sulle capacità tecnologiche e innovative della società Nuovo Pignone divenendone socio di maggioranza



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lunedì 13 giugno 2016

La Torre della Zecca Vecchia

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Firenze, Piazza Piave 1

La torre è stata recentemente restaurata e presto sarà possibile accedervi per le visite e godere del panorama a 180 gradi dall'alto, come la dirimpettaia Torre San Niccolò situata sull'altra sponda dell'Arno, dai suoi 25 metri  d'altezza. Fu eretta a protezione del mai eseguito ponte Reale, progettato negli anni precedenti alla disastrosa alluvione del 1333 e così intitolato in onore di Roberto d'Angiò (Santa Maria Capua Vetere, 1277 – 1343), e a difesa della parte della cerchia di mura che insisteva in questo tratto, a costituirne il termine sull'Arno. Nel 1532, scapitozzata, fu incorporata su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane (Firenze, 1484 – 1546), a fungere da bastione, nella fortezza Vecchia o baluardo di Mongibello, a sua volta collegata a gore, mulini e ad altri edifici che formavano in questa zona un tipico agglomerato. Proprio per la presenza di opifici con magli azionati ad acqua, la fabbrica ospitò per un certo periodo l'officina della Zecca fiorentina, da cui la denominazione corrente. 
All'interno si trovano ambienti voltati un tempo ad uso dei soldati di guardia, e piani sotterranei dai quali si dipartono stretti corridoi fognari coperti da volte, uno dei quali (oggi allagato e quindi non più praticabile) passerebbe sotto il fiume consentendo di raggiungere la sponda opposta. All'esterno si presenta semplice e massiccia, con alcune piccole feritoie e senza coronamento merlato: ampie e ben leggibili (come altrimenti non potrebbe essere) le porzioni frutto di restauro. Sul lato che guarda alla città è la porta d'accesso con al lato un bel portabandiera in ferro di fattura novecentesca, dal lato che prospetta verso l'Arno è una targa con alcuni versi di Dante dedicati al fiume. 


Coordinate:  43°45'58.99"N,  11°16'6.37"E                     Mappe: Google - Bing




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giovedì 27 ottobre 2016

L'ultimo guizzo in Arno

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Firenze, Arno

Un gabbiano volteggia a pochi centimetri dalle acque dell'Arno tra Ponte Vecchio e Ponte Santa Trinita, rallenta, immerge il becco e improvvisamente tira fuori la sua preda.  


Coordinate:  43°46'6.69"N, 11°15'6.97"E                         Mappe: Google - Bing




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lunedì 22 gennaio 2018

Il Palazzo de' Frescobaldi





Firenze, Piazza de' Frescobaldi 1

Appena finita di restaurare la facciata di quel palazzo che oggi ospita l'istituto Magistrale Gino Capponi, fu un tempo prestigioso palazzo di proprietà dei Frescobaldi, la nobile e ricca famiglia che finanziò la costruzione del Ponte di Santa Trinita, posto accanto, prima realizzato in legno e poi in pietra per resistere alle piene dell'Arno
Il palazzo fu incendiato nel Trecento, quindi ricostruito e poi alla fine del Cinquecento (1575) incorporato nel convento dei Canonici Regolari Agostiniani, annesso all'adiacente chiesa di San Jacopo Sopr'Arno. Quindi, trasformato radicalmente su progetto dell'architetto cortonese Bernardino Radi (Cortona, 1581 - 1643), con un cantiere aperto attorno al 1640 e finanziato da Ferdinando II (Firenze, 1610 – 1670, che portò a definire sia i due prospetti sia il grande chiostro. 
Nel 1703, per volere di Cosimo III (Firenze, 1642 – 1723), l'ordine fu soppresso e nel convento subentrarono i Padri della Congregazione della Missione (ecco l'altro nome con cui è conosciuto il palazzo, Palazzo della Missione), padri soprannominati a Firenze Barbetti per la foggia della barba alla francese, provenienti da Roma. Per esigenze di spazio nel 1709 il palazzo fu ampliato con l'aggiunta di un terzo piano. 
Soppresso il convento nel 1808, venne ripristinato nel 1816, quindi occupato dal Governo italiano e passato al demanio dello Stato nel 1866. In questo stesso anno, dopo alcuni lavori di adeguamento diretti da Giovanni Castellazzi, essendo assurta Firenze a Capitale d'Italia (1865-1871), buona parte dell'edificio fu occupato dagli uffici del Ministero della Marina "perché avesse percezione dell'acqua", infatti l'Arno scorre proprio accanto.



Questo quadro di Giuseppe Zocchi (Firenze, 1711 – Firenze, 1767) mostra come era nel Settecento Palazzo Frescobaldi, visibile a destra, poi Ponte di Santa Trinita, e, sullo sfondo si riconoscono, Ponte Vecchio e Palazzo Vecchio.



Coordinate:   43°46'6.52"N,   11°15'0.28"E                   Mappe: Google - Bing




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mercoledì 13 marzo 2013

L' Arno e la sua Valle

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Firenze, Pazza Adua, gruppo marmoreo

L'Arno e la sua Valle del  1935, opera di di Italo Griselli (Montescudaio di Volterra 1880 - Firenze 1958), si compone di due grandi figure allegoriche, sedute una accanto all'altra, in una posa gentilmente rilasciata e maestosa insieme - quasi due mitici sovrani - su un fondo roccioso che si para come un trono naturale, con l'Arno che, simile ad un antico Dio fluviale, appoggia un braccio sopra una grande conchiglia, mentre la Valle accarezza un morbido agnellino. Lo scultore, che ebbe vasta notorietà e successo tra gli artisti e i critici contemporanei, ebbe l'incarico per queste statue dall'amico Giovanni Michelucci il quale si occupava della decorazione della nuova stazione di Santa Maria Novella ed aveva progettato anche la stessa Palazzina Reale.
Lo smog nero conferisce al gruppo marmoreo un'aria antica e decadente.

Coordinate:  43°46'40.05"N,  11°14'55.73"E                      Mappe: Google - Bing


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giovedì 10 novembre 2016

Lo scorrere millenario

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Firenze, Arno

L'Arno scorre attraversando Firenze, Florentia, Fiorenza, da millenni sempre più stretto negli argini costruiti suo malgrado. Qualche volta si arrabbia ed esce, esonda. L'attuale Ponte Vecchio è stato costruito in muratura, dopo secoli di svariate strutture in legno portate via  dall'alluvione del 1333, nel 1343. 
Qui lo vediamo tranquillo, l'Arno, tra il Ponte Vecchio e il Corridoio Vasariano.



Coordinate:  43°46'5.49"N,  11°15'13.18"E                     Mappe: Google - Bing




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lunedì 16 maggio 2016

La barriera di San Donato

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Firenze, Via Maragliano  102 e 104

Come incastonata tra alti palazzi degli anni '70, resta in piedi una bassa, anonima,  costruzione ad un piano. Una logora, ma ancora ben leggibile scritta nera su fondo bianco, dichiara ciò che essa era, cioè un "Ufficio daziario della barriera di San Donato". Non proprio così.


" ... Abbattuto nel 1868 il quarto cerchio delle mura erette fra il declinare del XIII e del XIV secolo, perché divenuto angusto a ricevere la popolazione grandemente cresciuta por il trasporto provvisorio della sede del governo da Torino, si poneva mano alla costruzione della nuova cinta sulla destra riva dell'Arno, conservando dall'altro lato le antiche mura quasi in ogni loro parte.

La cinta daziaria, cominciando dall'antica torre della Zecca Vecchia presso il Ponte di Ferro dov'è la barriera detta della Piacentina, percorre l' argine dell'Arno fino all' imboccatura del torrente Affrico, il cui letto reso più ampio e più regolare serve di cinta per tutto il lato di levante. Lungo l'Affrico s'incontrano le barriere : Aretina, di S. Salvi e di Settignano. Nel punto in cui la linea di cinta abbandonando il corso dell' Affrico piega a settentrione lungo le pendici dei colli di Majano e di Camerata trovasi la barriera di Majano, e più avanti s'incontra quella della Fonte all'Erta. Il corso del fosso di S. Gervasio che nasce nel colle di Camerata serve per un altro tratto di cinta fino alla sua imboccatura nel Mugnone ed in questo tratto s'incontrano le barriere della Querce e delle Cure. La cinta costeggia di poi il torrente Mugnone fino al Ponte alle Mosse e si apre alle barriere del Ponte Rosso, del Romito, del Ponte all'Asse, di 5. Donato e del Ponte alle Mosse. Di qui, dopo piccolo tratto va a trovare V argine del Fosso Macinante e lo percorre fino all'incontro del Viale delle Cascine dov' è la barriera del Canale Macinante. Ivi appresso è la barriera delle Cascine che ha una succursale sul Lungarno.

Barriera Di S. Donato — L'antichissimo monastero di S. Donato a Torri o a Scopeto, oggi villa superba del Principe Demidoff, dette nome a questa barriera posta sulla via Polverosa vicino al Ponte detto pure di S. Donato, che traversa il Mugnone presso la confluenza del torrente Terzolle.

La via, che fin dagli antichi tempi si disse Polverosa, nome che si aggiunse talvolta a quello delle chiese di S. Donato e di S. Jacopino, oltrepassato il ponte, si dirige verso la vastissima pianura che fu un giorno paludosa e quasi spoglia di abitanti. Dopo aver costeggiato per lungo tratto il parco di S. Donato passando accosto all'antico campanile della chiesa, tuttora in piedi, giunge alla Torre Degli Agli "
 
I contorni di Firenze, illustrazione storico-artistica - Guido Carocci 1875


Coordinate:  43°47'18.77"N,  11°13'51.39"E                     Mappe: Google - Bing




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mercoledì 3 novembre 2010

La riva sinistra dello Zocchi

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Firenze, dal Ponte di S. Niccolò la riva sinistra dell'Arno




Ricorderete il nostro recente Post intitolato Firenze come è e come la vedeva lo Zocchi, nel quale mettevamo a confronto una nostra foto con un dipinto di Giuseppe Zocchi (Firenze, 1711 – Firenze, 1767) della metà del Settecento. Qui vediamo un altro dipinto dello Zocchi che raffigura la riva sinistra dell'Arno all'incirca dallo stesso punto, nei pressi di quello che oggi è il Ponte di San Niccolò. Ancor meglio si vede nel quadro il vecchio Ponte di Rubaconte sostituito oggi dal più agile Ponte Alle Grazie. Riconosciamo la Torre difensiva situata nell'attuale Piazza Piave, ed in fondo a sinistra le pendici di Costa San Giorgio con i palazzi e in alto il Forte di Belvedere. Tutto il resto è più o meno cambiato.


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