Guardando Firenze nei particolari da dietro l'obiettivo di una fotocamera.

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mercoledì 7 novembre 2018

Cosa si leggeva nel 1866 della Loggia dei Lanzi





Firenze, Piazza della Signoria

leggiamo di seguito la descrizione di Luigi Passerini della Loggia dei Lanzi in un brano tratto dal suo libro Curiosità storico-artistiche fiorentine del 1866 

LA LOGGIA DELLA SIGNORIA
Quel sistema di vita pubblica ch'era proprio dei nostri padri, come diè motivo alla costruzione delle loggie che presso i loro palazzi inalzarono le più doviziose, tra le famiglie fiorentine, tanto di origine magnatizia che popolare, spinse pure il Comune a edificarne una che servisse per quegli atti che alla presenza di tutti dovevano consumarsi.
Solevano i ricchi celebrare nella domestica loggia gli avvenimenti più solenni delle loro famiglie, quelli che dovevano avere l'intiero popolo per testimone : quali, a mo' d'esempio, le scritte nuziali ; gli atti più importanti di compra e vendita ; le donazioni ; i conviti, infine , e le feste che celebravansi per solennizzare il conseguimento del grado equestre o qual altro si voglia fausto avvenimento domestico.
Del pari non pochi erano gli atti che obbligavano la Signoria a presentarsi ai proprii concittadini sulla ringhiera ch'era posta dappresso alla porta principale del suo palazzo; su quella ringhiera che con improvvido consiglio fu atterrata mentre in Firenze regnavano i Napoleonidi, e che dovrebbesi ricostruire quando si volesse rendere il suo vero carattere a quell'insigne monumento. La necessità di convocare il popolo a parlamento ; il bimestrale succedersi del gonfaloniere di giustizia e dei priori; la pompa voluta per dare il bastone del comando ai capitani che dovevano guidare l' oste nel campo , e per  decorare della dignità cavalleresca i benemeriti della patria; erano circostanze tutte che obbligavano i rappresentanti della repubblica a sedersi al cospetto della intiera popolazione. Ma gli ardori della estiva stagione e il caso non infrequente che si dovessero per incessante pioggia sospendere, ossivvero consumare con grave incomodo quegli atti solenni, fecero por mente alla convenienza di costruire un luogo coperto che servisse ai molteplici bisogni della vita pubblica ed alle ceremonie ch'erano una conseguenza del reggimento a comune.
Fu incominciato a parlarne intorno alla metà del secolo XIV, ed il decreto che stabilì la costruzione della loggia fu vinto nel consiglio maggiore il 21 novembre 1356 : ma ignoro i motivi che ne sospesero l'attuazione per ben venti anni. Vuolsi che Andrea Orcagna ne facesse il disegno e il modello; lo asserisce il Vasari e lo ripetono quanti scrissero dopo di lui : ma certamente non potè l'illustre architetto presedere alla fabbrica, essendo egli di già morto nel 1368, più di otto anni prima che si comprassero, le case dei Baroncelli e le altre che furono demolite per dar luogo alla loggia.
Può ben darsi ch' ei ne avesse, pria di venire a morte, fatto il modello; ma chiunque è pratico in arte converrà meco che male può concepirsi il disegno di un edifizio quando non si conosce il luogo su cui dev'essere costruitole che ben spesso tali e tante sono le variazioni che vi si apportano nell'eseguirlo che poco o nulla rimane del primitivo concetto. Risulta dai documenti che Benci di Cione e Simone di Francesco Talenti furono i capo maestri preposti alla fabbrica allorchè vi fu posta mano nel 1376 : ambedue artisti famosi che molto lavorarono a Or-San-Michele ed al palazzo dei Potestà. Fu il primo valente magistrato, e sempre condotto al campo per dirigere le opere di assedio intraprese per la repubblica ; quanto valesse nella sua arte il Talenti, lo dicono i belli e ricchi ornati che chiudono le lunette delle loggie di Or-San-Michele, non meno che la semplice ed elegante facciata della chiesa ora dedicata a S. Carlo. Ambidue erano ben capaci d' immaginare il progetto della bella loggia che forma soggetto di questo articolo: e mi fa supporre che ad essi se ne debba il disegno il sapersi che anche nel 1379, e più tardi, il Talenti modellava i capitelli dei grandi pilastri egli altri ornati, mentre Iacopo di Paolo e poi Lorenzo di Filippo dirigevano le costruzioni murarie. Antonio di Puccio di Benintendi, del popolo di S. Michele Visdomini, era il capo dei muratori, e da lui furono costruite le volte: e mi piacque notarlo, perchè da quell'uomo appunto deriva una delle case Fiorentine che furono molte ricche di sto ria perdurante la supremazia e il governo dei Medici; la famiglia dei Pucci.
Ideò l' architetto che nell' alto della loggia dovessero figurare li stemmi del Comune ed ancora le virtù teologali e le cardinali, siccome quelle che devono essere la base di qualunque ben ordinato reggimento: e perciò, mentre le armi si allogavano a Nicolò di Piero Lamberti scultore aretino , si ordinava il disegno delle figure ad Agnolo di Taddeo Gaddi. Egli diè compiti i cartoni intorno al 1383, e poco dopo si affidavano le scolture ai più pregiati tra quei maestri che aveano prestata per il Duomo l'opera loro; appunto perchè agli Operai di S. Maria del Fiore erasi commessa la sorveglianza ai lavori che si facevano per questa loggia. A Giovanni d'Ambrogio si diè a fare la figura della Giustizia in bassorilievo nel 1384, e più tardi quella della Prudenza: si allogarono a Giovanni di Fetto la Fortezza e la Temperanza, nell' anno istesso; ma non potendo per la vecchiezza condurre a termine quelle scolture, si dettero nel 1385 a compiere a Iacopo di Piero Guidi, del popolo di S. Apollinare, il quale avea già dato prova eccellente di sè nell' effigiare la Speranza e la Fede. La Carità, ch' erasi immaginato di con durre in alto rilievo, per porsi sotto di un tabernacolo situato nel centro della parte che è volta ad Oriente, fu assegnata a Luca di Giovanni valente artista senese; ma dopo due anni gli fu ritolta, perchè non avea per'anche posto mano al lavoro, e data a farsi a Piero di Giovanni del Brabante. Egli pure assunse l' incarico, ma non potè condurlo a buon fine; e nel 1388 chiese di esserne esonerato stantechè troppo lo aggravavano le commissioni avute per S. Maria del Fiore: e fu allora che anche di questa statua fu affidata la esecuzione a Iacopo di Piero Guidi. Poste tali figure ai luoghi destinati, volle l'archi tetto che fossero maggiormente decorate : e perciò, dopo che frate Leonardo monaco di Vallombrosa le ebbe con tornate di vetri colorati di azzurro, fu ordinato a Lorenzo di Bicci di colorirle al naturale e di lumeggiarle e di arricchirle coli oro. Compievansi i lavori intorno al 1387, nel qual' anno si lastricava la loggia, e si ponevano a pie dei pilastri le statuette dei leoni e leonesse sedenti lavorati dal più volte rammentato Iacopo Guidi.
Non è mio intendimento di esporre i fatti dei quali è stata testimone la loggia , avvegnachè io volli soltanto rammentare le notizie artistiche che vi hanno rapporto, onde non vadano perdute quelle che nei miei studi ho avuto la fortuna di ritrovare ; abbenchè di alcune avesse già il Baldinucci fatto tesoro. Rimase la loggia sgombra di statue fino ai tempi del Principato Mediceo; e soltanto dopo la metà del secolo XVI fu pensato a collocare sotto le grandi arcate quei tre meravigliosi gruppi che basterebbero a formare il decoro di qualsivoglia città. Primo per data è quel di Giuditta che calpesta il cadavere di Oloferne a cui ha troncata la testa. Lo scolpì Donatello d'ordine di Cosimo il vecchio dei Medici, e fu conservato nel palazzo che fu proprio di questa casa fino al 1494 : nel quale anno, cacciati i Medicei, fu di là tolto e collocato presso la porta del palagio della Signoria, al principio della ringhiera. Gli fu data una tale destinazione perchè lo si volle emblema di libertà; quasichè nella donna forte si fosse voluto simboleggiare la repubblica che si sbarazza del suo tiranno: e per questo non solo vi si vollero scritte al di sotto le memorabili parole exemplum salutis publicae cives posuere; ma si pensava ancora di scolpirvi alcuni distici che spiegano in più decisi termini l'intendimento dei riformatori del Comune; distici che in un codicetto sincrono esistente presso di me si attribuiscono a frate Girolamo Savonarola. ' Fu tolta di quel luogo nel 1504 per dar posto al David di Michelangiolo; e fu collocata allora in una nicchia apposita mente scavata nel muro del primo cortile, di faccia alla porta: ove rimase fino a dopo il 1560, cioè finacchè non fu messa dove attualmente si trova. In quel tempo avea Benvenuto Cellini collocato sotto di una delle arcate il suo Perseo : opera insigne che si è voluta, più al dì d'oggi che in antico, destinata a rappresentare la caduta della repubblica per opera di casa Medici; appunto perchè i soliti sognatori di favole genealogiche hanno preteso di asserire sul serio che la casa Medicea derivò da quel semideo, e che le palle del suo stemma altro non sono che i pomi degli orti Esperidi. Non molto dopo, intorno al 1585, Giovanni Bologna, scolpì il ratto delle Sabine, e lo fece per l'arcata che restava vuota : ma dopo quel epoca nulla vi fu innuovato fino alla seconda metà del secolo scorso; perchè data appunto di quel tempo la collocazione delle Vestali qua recate dalla villa Medicea di Roma, e dei due leoni posti all' ingresso, uno di antica scultura romana, e l'altro scolpito da Flamminio Vacca ad imitazione di quello. Ma al porre sotto le loggie cotali avanzi dell'antica arte romana si ebbe in mira principalmente di non occuparne l' area , diminuendone le proporzioni grandiose, e perciò fu savio divisamento, degno di quei valentuomini che furono il Paoletti e il Salvetti, di disporli lungo le pareti.
Quel che non erasi fatto nel secolo scorso lo si volle fatto nel nostro, e con poco criterio, a mio avviso, si posero nel centro, e l' Ercole che uccide il centauro di Giovanni Bologna, e l'Aiace che sostiene Patroclo morente , frammento preziosissimo dell' arte greca ridotto come oggi si vede dallo scultore Stefano Ricci. Peggio ancora si fece nel 1859, quando si concesse al cav. Ignazio Villa di collocare quei suoi barometro e termometro alle pareti; che fin d'allora furono con molto spirito qualificati per due mosche di Milano attaccate all'infermo edifizio.

Da Curiosità storico-artistiche fiorentine Di Luigi Passerini - 1866


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mercoledì 24 ottobre 2018

Piazza Padella e lo stemma della famiglia Pasquali





Firenze, via dei Rondinelli e via degli Agli

Lo stemma della famiglia Pasquali "d'azzurro, al cervo rampante d'argento, avente fra le zampe anteriori una stella a otto punte d'oro", tridimensionale, qui raffigurato, in quanto scolpito in pietra serena, posizionato sullo spigolo del palazzo che si trova tra via dei Rondinelli e via degli AgliI Pasquali, la cui presenza a Firenze è attestata nella prima metà del Trecento, vengono fatti risalire a Tommaso e Francesco figli di Pasquale. I mestieri esercitati tradizionalmente dai membri della famiglia Pasquali furono quelli di barbiere, cerusico e medico.
Il palazzo fa angolo con piazza degli Antinori e prosegue lungo via degli Agli. Nella sua attuale configurazione l'edificio fu definito sotto il granduca Cosimo I  (Firenze, 1519 – 1574) per Giovanni Pasquali, medico della famiglia Medici, inglobando o comunque occupando un'area dove erano già due antiche case proprietà degli Aldobrandini di Lippo, passate ai Venturi nel 1457, quindi ai Petrini nel 1541 e, grazie al matrimonio di Lucrezia Petrini con Giovanni Pasquali, a quest'ultima famiglia. (Repertorio delle architetture civili di Firenze).


L'antica Piazza Padella
Questa piazza, ora del tutto sparita e convertita in tanti chiassoli, quali sono quelli dietro il palazzo Pasquali nella via teatina che porta al giardino Orlandini, si estese un tempo per tutto lo spazio occupato dal convento dei Teatini, nel quale fu in gran parte occupata per volere di Ferdinando I [Firenze, 1549 – 1609]. - Il Vasari [Arezzo, 1511 – 1574] nomina questa piazza parlando, nella via di Lapo, dell'innovazione della chiesa di S. Michele e Gaetano - Il Migliore dice che la Repubblica avea decretato nel 1329 tenervi quivi un postribolo, ma quel decreto non ebbe effetto e fu di poca durata, perchè l'Ammirato scrive che nell'anno 1486 nelle nozze di Lorenzo Tornabuoni con Giovanna di Maso degli Albizzi, ballarono sulla piazza Padella cento delle prime Gentildonne di Firenze. - Al certo quella illustre famiglia, che qui prossime avea le case, non avrebbe prescelto questo luogo se fino allo stato fosse un pubblico postribolo.
Da "Il Fiorentino istruito nelle cose della sua patria - Calendario per l'anno 1847" - Cavagna Sangiuliani di Gualdana, Antonio, conte.


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lunedì 21 maggio 2018

Non dall'ambizione di un potente





Firenze, Duomo

"Ha la storia in questa piazza di che meditare sull'indole di quei tempi, nei quali non dalla soverchia ricchezza di un privato, né dall'ambizione di un potente, ma sibbene dal patriottismo dei cittadini trassero tanto lustro le belle Arti. Arnolfo, Giotto, e l' Orgagna non ebbero mecenati, ma intesero con l'ingegno a tradurre in opera il concetto di un popolo libero e dovizioso per le arti dell'industria e che in mezzo alle guerre ed alle discordie donar sapeva il frutto dei suoi sudori perchè la fiorentina Repubblica ornata fosse di monumenti che il fastoso principato mediceo non potesse giammai emulare.
Molto angusta fu in principio questa piazza, in più, tempi venne poi ampliata, e nel 1826 atterrata essendo dalla parte di Mezzogiorno una parte della Canonica che occupava quello spazio circoscritto per memoria con i piccoli quadratini intarsiati nel marmo bianco, venne ad avere una superficie quadrata di braccia 37618."  Da Il Fiorentino istruito nelle cose della sua patria - Cavagna Sangiuliani di Gualdana, Antonio, conte, 1843-1913

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lunedì 16 aprile 2018

La casa di Lorenzo Ghiberti




Firenze, Piazza dei Ciompi 11

In questi mesi Piazza dei Ciompi è sottosopra, si stanno facendo i lavori per riqualificare la piazza che una volta ospitava il Mercato delle Pulci, mercatino caratteristico degli oggetti di antiquariato ed artigianato fiorentino unici, che era molto frequentato sia dai turisti che dai fiorentini. Era possibile trovare vecchie lampade, servizi da tè, posate, mobili, stampe, libri e bigiotterie, oggetti di un passato più o meno lontano. Situata a mezza strada tra il Duomo, Santa Croce e Piazza Beccaria la piazza accoglie la famosa Loggia del Pesce ricostruita qui a cavallo della metà del 1900 (1955)   dopo essere stata smontata negli anni della riqualificazione (1885-1895) del Ghetto nel centro storico ai tempi di Firenze Capitale del Regno d'Italia (1865-1871) nel Mercato Vecchio oggi Piazza della Repubblica.
Sul lato est della piazza vi è una casa apparentemente del tutto anonima non fosse per una vistosa lapide  posta sopra la cornice in pietra serena del portone d'ingresso che ricorda una proprietà di Lorenzo Ghiberti (Firenze, 1378 – Firenze, 1455) .

DI LORENZO GHIBERTI DALLE PORTE
QUESTA FU LA CASA








Vista l'importanza del personaggio è da ricordare come un tempo l'area si connotasse decisamente per la presenza di numerose botteghe di artisti, tanto che poco distante da qui, dall'altro lato di Borgo Allegri (dove era questa casa prima che si creasse la piazza dei Ciompi), a quello che era il numero civico 83, la tradizione riconosceva l'abitazione e bottega di Cimabue (Firenze, 1240 circa – Pisa, 1302) e di conseguenza il luogo dove si era formato Giotto (Vespignano, 1267 circa – 1337), ugualmente contrassegnata da una memoria in marmo e distrutta nel corso dello sventramento del quartiere attuato nel 1936.



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lunedì 26 marzo 2018

Riaffiora Firenze medievale





Firenze,Piazza della Repubblica

Non so per quale ragione si stiano effettuando dei lavori in Piazza della Repubblica ma quello che è evidente è l'affiorare dei muri, i pavimenti e il ciò che era al livello del suolo al tempo perduto della Firenze medievale distrutta per il cosiddetto 'risanamento' del centro storico e del Ghetto allorquando Firenze divenne capitale del Regno d'Italia per quel breve periodo durato sei anni che va dal 3 febbraio 1865 al 30 giugno 1871.



Ancora più sotto la pavimentazione novecentesca,  sotto alcuni metri di terra e materiale di riporto giace la Florentia romana che proprio qui aveva il suo centro, il Foro, l'incrocio tra le due strade principali ortogonali, il Decumano Massimo e il Cardo Massimo. Al centro dell'incrocio era una colonna situata all'incirca dove è situata ancora oggi quella  che ha al vertice la statua dell'Abbondanza.



Sullo sfondo della vecchia foto ottocentesca, riportata sotto, di Piazza del Mercato Vecchio si nota la Loggia del Pesce che, smontata all'epoca del 'risanamento', a metà degli anni 50 del secolo scorso fu riportata agli antichi splendori in Piazza dei Ciompi. Al posto della Loggia si trova oggi l'Arcone sul lato ovest di Piazza della Repubblica.





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martedì 5 settembre 2017

Il forestiero istruito e S. Maria Novella di Firenze




Firenze, Santa Maria Novella 

"IN SANTA MARIA NOVELLA
...
Prima però, che il Forestiero ponga il piede dentro la Chiesa, conviene il trattenersi per un poco, al fine di dare un guardo alla Piazza, che gli rimane davanti, essendo delle più grandi della Città, ordinata dalla Repubblica Fiorentina fino del 1287 a contemplazione della nuova Chiesa. In questa piazza vi si veggono due Guglie di mistio di Seravezza ordinate da Cosimo I de' Medici [Firenze, 1519 – 1574], allora Duca di Firenze, é poi I Granduca di Toscana, all' effetto  di dare, a guisa delle quadrighe nel circo usato dagli antichi Romani, varj spettacoli al Popolo. Sopra le basi di pietra si veggono quattro testuggini di bronzo in ambedue, quasi dimostrino di sostenere le predette guglie (quelle Guglie da principio furon fatte di legno, e poi di mirtio di Seravezza a' tempi di Ferdinando I [Firenze, 1549 – 1609]), stimabili, perchè getto del celebre Scultore Fiammingo nato in Rovai domandato comunemente Giovanni Bologna da Rovai [Giambologna].
La Chiesa poi, che è volta a mezzo giorno ha la facciata incrostata a marmi bianchi, e neri (veramente è un marmo chiamato Verde dì Prato; ma dicesi nero, perchè tende piuttosto al nericcio) così principiata dopo il 1350 per un legato di Messer Turino Baldesi, e fu condotta quasi fino al primo cornicione; ma poi lasciata imperfetta, venne dalla liberalità di Giovanni di Paolo Rucellai nel 1470 terminata, essendovi state poste le armi, e i geroglifici della famiglia, che sono quelle vele sotto il cornicione, col disegno di Leon Batista Alberti [Genova, 1404 – 1472] , e in tale occasione fu rinnovata, ed abbellita magnificamente la Porta del mezzo, che in Firenze certamente non vi è la più bella, dovendosi grado allo Storico Bernardo di Giovanni Rucellai, che quivi volle essere sepolto, notandosi il suo nome in una fascia di porfido inserita nello scalino, essendo queste le prime lettere che si trovassero in Firenze in pietra sì dura; mentre non avevasi ancora di quest' arte aperta contezza: Fanno ornato alla facciata anche gli Avelli, i quali oltre esser ben' disposti, sono parimente arricchiti di marmi della medesima qualità : Sopra la Porta nel semicerchio vedesi una pittura rappresentante S. Tommaso D' Aquino avanti al Crocifisso, osservandosi in certa distanza la solenne processione del Corpus Domini, che è di mano di Ulisse Ciocchi [Monte San Savino 1560/70 - 1631] scolare del Poccetti [Firenze 1542- 1612] (Ulisse Ciocchi era da San Savino di quello Pittore non fi trova essere stata scritta da alcuno la vita) fatta nel 1616 [?], siccome sono opera del medesimo le due figure Aronne colla manna, e Melchisedecco co' pani, sopra le Porte laterali. Degni pure di osservazione sono i due Istrumenti astronomici collocati nella predetta facciata da Maestro Ignazio Danti [Perugia, 1536-1586] Religioso Domenicano, uno de' quali serve per additare i segni dello Zodiaco, i gradi del Sole, gli Equinozi, e i solstizi; e 1' altro accenna, mediante certi stiletti di bronzo, le ore solari, secondo i diversi usi delle Nazioni , e tali Istrumenti furon posti per ordine di Cosimo I essendo il Danti Cosmografo, e Matematico addetto al di lui servigio, come lo denotano le due cartelle registrate nella muraglia della predetta facciata. ..."

Da "Il forestiero istruito, S. Maria Novella di Firenze" di Vincenzio Fineschi,  pubblicato nel 1790



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giovedì 19 gennaio 2017

Nel periodo di decadenza



Firenze, Piazza della Repubblica

L'Arcone di Piazza della Repubblica si trova dove una volta, prima di Firenze Capitale, c'era il Mercato Vecchio e il Ghetto e dove ancor prima c'era il Foro Romano, il Campidoglio i cui materiali servirono per le costruzioni successive dei palazzi del XIII secolo. Probabilmente le pietre cavate e lavorate dai romani che fondarono a Firenze una colonia sono quelle che servirono per i palazzi e le fondamenta delle torri.  Parecchie fra le famiglie più illustri per nobiltà e altezza di lignaggio, più potenti per ricchezza di possessi o per importanza di mercatura, più autorevoli per numero di aderenze o per eccellenza di uomini, avevano palagi, torri, logge, coni, in questa località che formò il primo nucleo della città del XIII secolo. Talune di queste famiglie erano discese da Fiesole ab antiquo, altre, abbandonati i turriti e cupi manieri sparsi sulle vette de' monti del contado, s' erano condotte a Firenze per dividere cogli antichi abitatori e diritti e doveri.  
Da Fiesole vennero a costruire sugli spazi del vecchio Foro Romano e ad abitare gli Arrigucci padroni e difensori fin da' secoli più lontani del vescovado di Fiesole, i Filitieri che si dissero dipoi Catellini aggiungendo al cognome il nome del più importante dei loro castelli, Castiglione, che sorge alle pendici di Monte Morello. Dai gioghi del Casentino e della Romagna dov'ebbero signoria feudale, dove possedettero innumerevoli castelli, scesero gli Ubaldini ed alcune delle case loro eressero lì da S. Maria in Campidoglio accanto ai palagi sontuosi, alle torri dei Brunelleschi, antichissimi abitatori di Firenze e signori del castello della Petraja. Palagi di mirabile ricchezza, torri, case, logge, eressero le famiglie della celebre consorteria dei Bisdomini e particolarmente i Tosinghi e i Della Tosa. Anche dei Figlineldi appartenenti all' altra consorterìa de' Figiovanni e de' Ferrantini sorsero qui le solide case e con loro altre ne inalzarono, i Rodighieri, i Renovandi, i Pecori, i Della Pressa, i Medici, gli Ardimanni, i Boni, tutte famiglie potenti e di molta riputazione nei tempi della repubblica.
Lo splendore e la ricchezza non continuano lungamente ad aver sede in questo luogo, centro di famiglie nobili e fastose. Nel XIV secolo siamo già in piena decadenza. Molte case annesse ai palagi non servono più agli usi delle famiglie che di codesti palagi erano padrone, nè per abitazioni di servi e vengono appigionale; le antiche corti che si aprivano in mezzo alle abitazioni di ognuna di quelle famiglie e servivano a feste e a radunanze, divengono piazze con botteghe e banchi ; nei vicoli interni si stabiliscono delle osterie ed anche dei luoghi di male affare; le traccie dell'antico splendore si affievoliscono e scompaiono a poco alla volta. E le ragioni sono molte e facili a comprendersi. Le famiglie che avevano già una potenza quasi principesca si dividono, decadono, impoveriscono addirittura, nè possono più mantenere il fasto e la magnificenza primitiva; altre trovano che l'abitare una località sottoposta alle emanazioni poco grate del Mercato, prossimo troppo a luoghi chiassosi e sconci, non è la cosa più comoda e piacevole, sicché stabiliscono altrove la loro dimora.
Già ai primi del 1400 si rileva che qui abitavano soltanto alcuni dei Della Tosa assai decaduti dall' antica grandezza; altri dei Rrunelleschi ridotti in fortuna meno che modesta, alcuni dei Pecori e basta. Tutte le altre famiglie erano estinte, scomparse, trasferite altrove, per dar luogo ad una popolazione nuova di mercanti, di trecconi, di facchini del mercato, di pollaioli, di meretrici. Le osterie, i luoghi di male affare favorirono poi le riunioni di gente chiassosa, di vagabondi, di malanni che si trattenevano là notte e giorno a farne d'ogni colore. Aggiungasi che là facevano poi capo anche i soldati delle compagnie di ventura, quelli che seguivano i principi e gli ambasciatori di passaggio e in missone a Firenze, talché spesso e volentieri succedevano colà scene di violenza e di scandalo. 
Che gente abitasse colà e quali episodi vi si svolgessero, può mostrarlo la seguente denunzia testuale che Jacopo di Bernardo d' Alamanno De' Medici, uno dei poco fortunati possessori di case in questa località faceva nel 1498 e che trovasi registrata nel campione del gonfalone Drago S. Giovanni. I fatti ai quali si accenna in tale denunzia singolarissima per forma e per stile, si riferiscono all'epoca in cui trovavasi a Firenze coi suoi soldati francesi Carlo VIII.
Ecco il documento:
« Sustanzie.  
«Un albergo ad uso di meretrice e tre botteghe ad uso di meretrice chon una casetta sulla piazza del Frascato. Le quali case e botteghe si suolevano appigionare tutte chon detto Albergo e al presente poche non si trova senone ladri e ribaldi che le voglino torre a pigione e quando le togliessino se ne andrebbono chon Dio e cholle masserizie e cholla pigione come ano fatto molti altri ne tempi passati. Il presente si fà governare per un artefice e rendemi L. 36 al mese ne temporali buoni e utimamente i franciosi marsano lettiere, presano e imbolarono la più parte delle lenzuole. »
E' strano il documento, ma è efficacissimo per dare un idea della razza di abitatori e di frequentatori di questa località, la quale, come dirò dopo, si suoleva chiamare in gran parte il Frascato dal nome di una piazza e di una celebre osteria che qui si trovava.  
E non basta.
Il nome di Piazza del Postribolo col quale era indicata una piazzola interna, perché qui fu istituito il primo locale di questo genere, i luoghi destinati allo stesso uso esistenti nel Frascato e nel chiasso di Malacucina, i magazzini dei pollaioli situati in diversi vicoli interni, alcune scuole di ballare... d'infima specie, tre o quattro osterie, la contiguità col mercato ed un numero infinito di ricordi che si riscontrano negli archivi di varj magistrati preposti alla tranquillità ed alla morale pubblica, dipingono a colori ben distinti lo stato disgraziatissimo in cui la parte interna specialmente di quest' ampio quadrato era ridotta nel secolo XV. 
Si capisce quindi facilmente come mai delle storiche famiglie antiche abitatrici di questa località non restassero più nel secolo successivo che le memorie.
Su per giù, si può affermare che le condizioni in cui trovavasi allora il Frascato, chiamandolo così perché così era generalmente chiamato tutto quel ceppo dì case, non erano migliori di quelle in cui si trovava il Ghetto negli ultimi tempi, quando ne fu deliberato ed effettuato lo sgombero.

In corsivo estratti da "Il ghetto di Firenze e i suoi ricordi  illustrazione storica" di Guido Carocci edito nel 1886


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lunedì 24 ottobre 2016

Quelle donnine in piazza e nelle case nel 1635

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Firenze, Piazza Ognissanti


Abbiamo letto molte simili targhe dei Signori Otto di Guardia e Balia l'antica magistratura fiorentina che attendeva agli affari criminali e di polizia della Repubblica di Firenze e poi del granducato. Qualche targa indirizzata esplicitamente contro le signorine che si dedicavano alla prostituzione, altre contro gli schiamazzi, i giochi rumorosi, soprattutto il gioco delle pallottole, contro  chi sporcava le fontane pulendo i calamai o facendo 'brutture' agli angoli più o meno nascosti della pubblica via, particolarmente nei pressi di chiese e altri luoghi di culto. Qui siamo in Piazza Ognissanti.

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P COMANDAMENTO DI · S · A · SMA
LI · S · S · OTTO DELLA BALIA DI FIRENZE HANNO
FATTO DECRETO SOTTO IL DI 26 7BRE 1635 CHE
VICINO A 300 BRACCIA A QVESTA CHIESA DOGNI
SANTI NON HABITINO DONNE DI MALAVITA CON
PENA A CHI NON OBBEDISCE DESSERE SVBITO CACC
 E BVTTATEGLI LE ROBE NELLA STRADA ET A PADRONI
 DELLE CASE D HAVERLE SPIGIONATE P DVI ANNI
ET ARBITRIO DEL MAGISTRATO
STEFANO CVPRES CANCELLIERE
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lunedì 3 ottobre 2016

Una casa e una torre del Duecento e Quattrocento dritte fino ad oggi

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Firenze, Piazza de' Davanzati, Casa e torre dei Foresi

Da Piazza della Signoria per via Porta Rossa si arriva in 3 minuti in Piazza de' Davanzati, oppure da Piazza della Repubblica per via Sassetti o via Pellicceria, un minuto. La piazza  è frutto delle ristrutturazioni al tempo di Firenze Capitale del Regno d'Italia, nel periodo del risanamento del vecchio centro (1885-1895), il ghetto. Le case, già ridotte d'altezza e in questo periodo restaurate e rimaneggiate danno comunque il senso dell'aspetto di una architettura medioevale preesistente alle demolizioni ottocentesche. La casa con torre nel Duecento appartenne alla famiglia ghibellina dei Monaldi poi ai Foresi, parzialmente distrutte dopo la battaglia di Montaperti, furono ricostruite nel Quattrocento, diventando proprietà dei Della Palla e quindi dei Pandolfini. Sono ben visibili cinque fila di buche pontaie e tre finestre in asse tra di loro. La torre è affiancata da una casa più bassa e più ampia. 


Coordinate:  43°46'12.78"N,  11°15'9.37"E                     Mappe: Google - Bing




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giovedì 25 agosto 2016

Calimala e il fuoco del 1304

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Firenze, via Calimala

Via Calimala si trova a Firenze, tra via Por Santa Maria e piazza della Repubblica. La strada era il tratto sud dell'antico cardo romano e l'origine del suo nome si perde nei primi giorni della città, storpiato nei secoli fino a diventare un enigma per gli etimologi.


“...Dopo tutto questo niun dubbio può cadere che le Arti presiedenti al lanifìcio fossero quella della Lana della città di Firenze e quella fai Mercatanti di Calimala; che la prima avesse la sua residenza nella via che oggi chiamasi Calimara nella casa canonicale di Orsanmichele, e la seconda in Calimaruzza, o come allora chiamavasi Calimala Francesca. Ciò posto è indubitato ancora che la via Francesca nominata dal Villani corrisponde alla moderna Calimaruzza e non già alla Calimara propriamente detta (siccome scrissero diversi autori), e che il traffico dei panni franceschi in quella e non in questa si andò facendo . Infatti strana cosa sarebbe stata la Residenza de' panni nostrali o della Lana fosse laddove si faceva commercio de panni franceschi, e quella de' panni franceschi nella via che serviva al commercio dei panni nostrali …. Stabilito per tal modo che la moderna Calimaruzza e non la Calimara è la vera Calimala Francesca andiamo alcun poco ragionando sull'etimologia della voce Calimala. 
Vogliono, come dicemmo, gl'illustratori della città, che la via Calimala fosse cosi detta dal latina Callis Malus, per significare essere questa una mala strada o cattiva, perché conducente al postribolo. Se ciò sìa verosìmile esaminiamolo...
Il nome dunque di Calimala dovette avere un'etimologia ben diversa, e se altro forse non volle significare che luogo ove esercitavasi il lanificio, non è improbabile che da Calla, cioè valico, passo ec., e da malaugurata cioè via di frode e malaugurio si dicesse per comodo di pronunzia Calla-mala e quindi Calimala. Infatti il Codice Riccardiano di N.° 2427 sembra convalidare questa opinione, allorchè parlando di essa strada ci dice che un tale che si doleva d'avere perduto il fiore del suo patrimonio con un mercante di Calimala chiamolla difficile Calle, lo che, mi sembra, spiega Via pericolosa e cattiva, siccome quella nella quale la frode e l' inganno forse più che in ogni altra allignava. Dimostrato in questo modo, per quanto per me si poteva, che la moderna Calimara non è la via Francesca nominata dal Villani, come pensarono gli scrittori che gli succedereno; che non è né verosimile né giusta la etimologia che vuoi dettarsi del suo nome dalla parola latina Callis Malus; e che il commerciò de' panni franceschi ed oltramontani non in questa, ma nella via Calimaruzza si faceva; mi piace di por termine al mio lungo e inadorno ragionamento, con trascrivere il funestissimo incendio che a questa via di Calimara cagionò un Serissimo ghibellino l'anno 1304, come trovasi descritto nelle cronache del diligentissimo Villani al libro VI cap. 71.
Avvenne che un Ser Neri Abati cherico priore di S. Piero Scheraggio (questa antichissima chiesa fu in parte abbattuta allorché ne 1298 si fabbrico il Palazzo della Signoria, ed il rimanente conservato ad uso di chiesa fa incorporato nella fabbrica de 'RR. Uffizi sotto Cosimo I, e quindi soppressa l'anno 1784.) uomo mondano e rebello e nemico de'suoi consorti, con fuoco temperato, prima messe fuoco in casa de' suoi consorti in Orto San Michele, e poi in Calimala Fiorentina in casa Caponsacchi presso alla bocca di Mercato Vecchio; e fu si empóto e furioso il maladetto fuoco, col conforto del vento a tramontana, che traeva forte, che in quel giorno arse la casa degl'Abati e de' Macci e tutta la Loggia d'Orto San Michele (Fu edificata sul disegno d'Arnolfo, secondo il Vasari, per la vendita del grano, poscia ampliata e ridotta a chiesa, nel modo che vediamo) e casa di Amieri, e Tosinghi e Cipriani, Lamberti, Bachini, e Bujamonti, e tutta Calimala, e le case de' Cavalcanti, e tutto Mercato nuovo, e Santa Cecilia e tutta la ruga di porta santa Maria insino al Ponte Vecchio, e Vacchereccia, e dietro S. Piero Scheraggio, e casa Guardini, Pulci, e Amidei, e Lucardesi e di tutte le circostanti, quasi insino ad Arno, e insomma arse tutto il midollo e tuorlo e cari luoghi della Città, e furono in quantità tra palazzi torri e case più di 1700; il danno d'arnesi, tesauri, e mercatanzie fu infinito perchè in que' luoghi era quasi tutta la mercatanzia e le care cose di Firenze, e quelle che non ardea, isgombrandosi, era rubate da1 malandrini, onde molte compagnie e schiatte, e famiglie furono disastre e vennero in povertade per la detta azione e ruberie ..”

Notizie biografiche originali di Bernardo Cennini, orafo fiorentino - 1839 -Di Federigo Fantozzi




Coordinate:  43°46'15.24"N,  11°15'15.83"E                     Mappe: Google - Bing




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lunedì 21 dicembre 2015

Le arti dell'Arcone

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Firenze, Piazza della Repubblica

Stanno lassù in  Piazza della Repubblica, piantate da oltre un secolo, quattro statue delle 'arti belle'. La prima ha in mano il martello e lo scalpello, la seconda il pennello e la tavolozza, la lira la terza, la matita e il taccuino la quara. A sinistra,  le prime due,  scultura e pittura, opere di Vincenzo Rosignoli (Assisi, 1856 – 1920), sono raffigurate nella foto in alto, mentre la musica e pittura si devono immaginare a destra. E' il grande Arcone, dell'architetto Vincenzo Micheli (Modena, 1833 – 1905) del 1895, che le sostiene e le mette in mostra tra cielo e terra, dono tra il divino spirito e l'umano ingegno.


Coordinate:  43°46'17.00"N,  11°15'12.72"E                      Mappe:  Google - Bing




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giovedì 19 novembre 2015

La Loggia rinnovata

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Firenze, Piazza dei Ciompi

La Loggia del Pesce, da poco restaurata in modo impeccabile, era collocata in altro luogo. Era al Mercato Vecchio, dove adesso c'è Piazza della Repubblica, all'incirca davanti all'Arcone, per svolgere la sua funzione chiaramente descritta dal nome, dove vendere il pesce, fino a quando venne smantellata verso il 1885-1895 al tempo del risanamento di Firenze Capitale del Regno d'Italia (dal 1865 al 1871), per poi essere ricostruita nel 1955 nell'attuale Piazza dei Ciompi. Nella foto in alto vedete due tondi che racchiudono pesci e delfini ai lati dello stemma mediceo con sotto la seguente iscrizione:

MAGNVS 
COSMVS MED
FLOR ET SENAR
DVX II

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 Leggiamo un brano tratto da L'illustratore fiorentino: Calendario, 1838, 39, Volume 3, pag 10-11 – di Guido Carocci
"...Questa via è detta degli Archibusieri dalle botteghe, che vi tenevano i fabbricatori di archibusi; e prima dicevasi Via dei Pesciaioli, e anche Pescheria, perchè vi si vendeva al prezzo fissato dalla grascia (dazio) il pesce che era solito portarsi dai laghi di Bientina , di Fucecchio e da altri luoghi.
Gli antichi fiorentini, inalzando appiè del Ponte Vecchio una loggia per la vendita del pesce, imitarono i Romani, i quali posero la pescheria, che dicevano forum piscarium, separata dal luogo e dal mercato, dove si vendevano gli altri commestibili. Pare che nei nostri maggiori nascesse un tal pensiero verso il 1296; poichè dalle cartapecore del monastero di S. Matteo d'Arcetri trasse il Manni un documento del 12 novembre del detto anno, col quale un certo Corsino di Gianni, che era della casata degli Amidei, protesta che senza il suo assenso e senza quello dei suoi consorti non può scavarsi dal Ponte Vecchio certo terreno per edificarvi una loggia pel Comune di Firenze. Ma essendosi accomodata una tale difficoltà, fu proseguito lo scavo e il lavoro della loggia , che non sappiamo quando fosse terminata. Manchiamo ancora di una precisa contezza della medesima fino al 1362; nel qual anno dal libro della Luna nell'uffizio della Parte apparisce l'ordine di far lastricare la piazza del pesce posta, si dice ivi, nella Via di Lungarno appresso al Ponte Vecchio, con ispendervi cinquanta fiorini; e in tempo a quello vicino si comanda, che si acconcino i tetti si della piazza del pesce, sì del ponte istesso. Che fosse qui la vendita del pesce vien pur confermato dall'iscrizione che fu posta alla nuova loggia del pesce medesimo, fatta edificare in Mercato Vecchio nel 1568, e che è in questi termini concepita.

FORUM PISCARIUM QVSQVE AD HUC
TREMPORIBVS QVADRAGESIMALIBUS AD
PONTEM VETEREM FREQUENTABATVR
NVNC ILL ET ECC MAGNVS COSMVS
MED FLOR ER SENAR DVX II ET
FRANCISCVS EIVS FILIVS PRINCEPS OPT
VR HIC CONTINVO PISCES VENDANTVR
MVITO MAIORI SVMPTV AC MAGNIFICENTIA
QUAM ANTEA ILLIC EXCTRVCTUM FVERAT
AEDIFICANDVM CVRARVNT
M D L X V I I I

[nota, traduzione. "Il mercato del pesce che fino ad ora si teneva, nei tempi di quaresima, presso il Ponte Vecchio, ora l'illustrissimo ed eccellentissimo Cosimo de' Medici, secondo Granduca di Firenze e di Siena, e suo figlio Francesco, ottimo principe, lo fecero costruire con assai maggiore spesa e magnificenza di quella con cui era stato edificato prima, affinché il pesce da ora in poi sia venduto qui. 1568".]

Trovandosi poi all'archivio del Monte Comune, infra le altre condannagioni cancellate nel governo del Duca d'Atene, che una trecca o rivendugliola fu condannata, perchè era stata colta a vendere de' ranocchi presso all'oratorio di Or San Michele, può argomentarsi da ciò che in antico non potesse vendersi il pesce, se non presso al Ponte Vecchio; dove si faceva ancora il mercato delle frutte e degli erbaggi; dicendosi nella novantesimaquarta delle Cento novelle antiche, che ser Frulli, il quale aveva un suo podere di sopra a San Giorgio, molto bello, sì che quasi tutto l' anno vi dimorava colla sua famiglia, il più delle mattine mandava la sua fante a vender cavoli, frutte ed altro alla piazza del Ponte Vecchio. Il Del Migliore parlando della vendita del pesce, dice che quello, che si pescava in Arno, serviva soltanto per la Signoria, a riserva d'un giorno dell'anno in cui era assegnato al Proconsolo, e i pescatori erano tenuti a pescarlo senza alcuna mercede. Che in un giorno dell'anno toccasse il pesce d'Arno al Proconsolo senza premio dei pescatori è verissimo, e di qui nacque il proverbio pescar pel proconsolo, che vale, affaticarsi indarno e per altri, e durare, come si dice, fatica per impoverire. Sembra strano per altro che servisse soltanto per la Signoria, poichè essa, come avverte il Manni nella lezione sull'antichità del Ponte Vecchio, era parchissima; ed è antichissimo il costume che ebbe l'Arte della Lana di mandarlo ai suoi consoli per S. Giovanni, e che ebbero pure vari monaci, di regalarlo nella vigilia dell'Assunzione ad alcune case di cittadini. ..."


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